Veniamo alla terza parte dellʼordinamento del culto, che consiste nelle feste.

Il codice sacerdotale tratta in prima partitamente della pasqua (Esodo, xii, 2–10, 15–20, 43–51), imponendo per essa un doppio rito. 1o Il sacrifizio pasquale consistente in un agnello o in un capretto, da immolarsi verso la sera del giorno quattordicesimo del mese primo di primavera, per mangiarne la carne arrostita unita ad azzime e ad erbe amare. 2o La festa di sette giorni, di cui il primo e il settimo dovevano tenersi come solenni, e in tutti poi mangiarsi azzime e astenersi rigorosamente da ogni cibo fermentato. Questo secondo rito che sarebbe stato imposto da Dio prima che gli Ebrei fossero cacciati dallʼEgitto non può fondarsi, come il passo jehovistico (ivi, 39), sul fatto che non ebbero tempo di far fermentare la loro pasta, e perciò la cossero prima che fermentasse. Di più proibisce non solo di mangiare, ma di tenere presso di sè qualunque cibo fermentato (v. 19), per cui i rabbini, logicamente argomentando, proibirono nei sette giorni della pasqua di fare del lievito qualunque uso.[556]

Si aggiunsero inoltre più speciali formalità al rito del sacrifizio pasquale (ivi, 43–50), volendone esclusi tutti gli stranieri, chiamati ancora col nome dʼincirconcisi. I rabbini compresero in questa esclusione anche gli Ebrei che si trovassero in questo stato,[557] sebbene non per volontaria prevaricazione, ma per mera accidentalità, o anche per concessione della legge; giacchè a loro avviso, i genitori possono non circoncidere il figlio, quando altri due ne siano loro morti in conseguenza di tale operazione.[558] Curiose particolarità poi del rito pasquale, sono quelle che doveva mangiarsi tutto in una sola casa, sebbene più famiglie potessero insieme riunirsi per celebrarlo con una sola vittima, e di non potere romperne le ossa (ivi, v. 46).

Altra Novella a questo rito (Num., ix, 1–14) prescrive a chi si fosse trovato impuro o per viaggio, quando cadeva la pasqua, in modo da non poter prender parte al sacro convito dellʼagnello, di celebrarlo con eguale rito un mese dopo, ciocchè fu conosciuto nel rituale rabbinico col nome di seconda pasqua; ma durava un solo giorno, e sebbene con la carne del sacrifizio si dovesse mangiare il pane azzimo, non vi era, secondo il Talmud, proibizione di quello lievitato.[559]

Un lato importante di questo precetto della pasqua nel codice sacerdotale è la prescrizione di dovere incominciare lʼanno dal primo giorno della primavera (Esodo, xii, 2); imperocchè sembra che non sia stato costante presso gli Ebrei lʼuso di computar lʼanno o dalla primavera o dallʼautunno. Finalmente si venne alla conciliazione di festeggiare un doppio capo dʼanno, quello della primavera come dellʼanno civile da un lato, e dallʼaltro come dellʼanno religioso per le feste, e quello dellʼautunno anchʼesso come anno civile per il computo degli anni, dei settenii e dei giubilei, e come anno agricolo allʼeffetto delle piantagioni e delle semente. A questi principali capi dellʼanno se ne aggiunsero anche altri due, uno nel mese di Ellul (agosto, settembre) per prelevare la decima degli animali, lʼaltro nel mese di Shebat (febbraio) per il primo spuntare dei polloni degli alberi.[560]

Il che ci conduce naturalmente a parlare delle nuove feste prescritte dal codice sacerdotale nel settimo mese, computando come primo quello primaverile in cui cadeva la pasqua. Si dice nella Scrittura (Levit., xxiii, 24 e seg., Num., xxix, 1) di dover festeggiare il primo giorno del settimo mese, ma si tace del tutto la ragione. Non era dessa la festa chiamata nel primo codice (Esodo, xxiii, 16) della Raccolta, e nel Deuteronomio (xvi, 13) delle Capanne; perchè secondo il nostro codice si sarebbe dovuta celebrare nel 15o giorno dello stesso mese, e non al primo (Levit., xxiii, 34); dunque fa dʼuopo concludere che nel testo scritturale abbiamo qui prescritta una festa senza che la ragione ne sia assegnata. Il Talmud vi trovò, come abbiamo veduto, un capo dʼanno, e di più una preparazione alla penitenza annuale e solenne,[561] che si celebra nel decimo giorno, chiamato per ciò della espiazione. Intorno al quale, non contento il nostro codice di parlarne insieme alle altre solennità annuali, prescrisse uno speciale rito di sacrificii (Levit., xvi), imponendone lʼobbligo della celebrazione al massimo sacerdote.

Di più il testo della scrittura impone di dovere in questo giorno solenne porre in contrizione la persona (Levit., xvi, 29, xxiii, 27–32), senza specificare in che cosa consistesse questa contrizione. I talmudisti intesero che consistesse principalmente nel digiuno, che doveva durare ventiquattʼore da sera a sera, e nellʼastenersi ancora da ogni culto corporale, come lavarsi, ungersi, calzarsi, e molto più dal piacere venereo.[562]

Che i rabbini non abbiano immaginato essi questo rito, ma lo abbiano trovato nelle costumanze già da lungo tempo prevalse alla loro età, è molto ragionevole a supporsi; tanto più che nei profeti dellʼesilio o posteriori, troviamo menzione dellʼuso di digiunare come lutto e come contrizione (Isaia, lviii, 3–6, Zaccharia, viii, 19). È facile però che essi abbiano disciplinato questa costumanza con riti più precisi e determinati.

Il codice sacerdotale accrebbe ancora di un giorno la festa dellʼautunno, facendola di otto invece che di sette, e quasi tenendo lʼottavo come una festa per sè stessa, non impone per questo giorno lʼobbligo di stare sotto le capanne. (Levit., xxiii, 36). Una legge poi che, se non è propria del codice sacerdotale, in esso fu accolta, dà spiegazione dellʼorigine di questa festa autunnale, togliendole la primitiva indole campestre; giacchè dice che la ragione di dovere stare sotto le capanne è che gli Ebrei in quelle avevano abitato durante la loro peregrinazione nel deserto (Levit., xxiii, 43). In questo modo la festa diveniva una storica commemorazione. Presso i talmudisti accadde una ulteriore trasformazione, giacchè ad opinione di alcuno tra essi le capanne non si devono intendere nel senso proprio, ma come simbolo delle nubi miracolose che avevano nel deserto fatto ombra sopra lʼaccampamento deglʼIsraeliti.[563]

Finalmente il codice sacerdotale sebbene non imponga di celebrarlo come festa, prescrive di distinguere ogni novilunio con un sacrificio speciale (Num., xxviii, 11–15). Sul quale punto però è da dirsi che, se il nostro codice è il primo a stabilire per i novilunii un rito preciso e determinato, il costume di festeggiarli in qualche modo era popolare, quantunque non ne parlino le più antiche raccolte di leggi (Isaia, i, 14).