21.Sei giorni lavorerai, e nel giorno settimo riposerai, dallʼarare e dal mietere riposerai. 22.E osserverai la festa delle settimane nelle primizie della mèsse del grano, e la festa della raccolta al volger dellʼanno. 23.Tre volte allʼanno si vedranno tutti i tuoi maschi alla presenza del Signore Jahveh Dio dʼIsraele. 24.Imperocchè caccerò le genti dinanzi a te, ed estenderò il tuo territorio, e niuno desidererà la tua terra, quando tu andrai a presentarti dinanzi Jahveh tuo Dio tre volte allʼanno. 25.Non verserai con il lievito il sangue del mio sagrifizio, e non rimarrà fino alla mattina la carne del sacrifizio pasquale. 26.Il principio delle primizie della tua terra porterai nella casa di Jahveh tuo Dio: non cucinare il capretto con il latte della madre.[87]
In questo passo si è voluto da alcuni critici trovare un altro Decalogo[88] e, spingendo le cose fino alle ultime conseguenze, si è preteso che questo fosse il più antico, mentre quello da noi sopra esposto si sarebbe formato in un tempo di più avanzata civiltà. Questo invece, più conveniente a un popolo rozzo, si sarebbe ristretto ai soli precetti della religione e del culto. Ma venendo a specificare i dieci precetti, quegli stessi che propongono e sostengono come vera tale interpretazione non sono dʼaccordo nel computare le dieci parti di questo preteso Decalogo; nè avrebbe utilità prenderle tutte in esame. Vediamo pure quella del Wellhausen,[89] il quale riduce i dieci comandamenti in questo modo: 1o Non adorare altri Dei; 2o non farsi Dei di getto; 3o festeggiare la pasqua delle azzime; 4o consacrare i primogeniti; 5o lavorare sei giorni, e riposare il settimo; 6o tre volte allʼanno comparire tutti i maschi alla presenza di Jahveh; 7o non mischiare con il lievito il sangue del sacrifizio; 8o non lasciare fino alla mattina il grasso del sacrifizio pasquale; 9o portare nella casa di Jahveh il meglio delle primizie; 10o non cuocere il capretto col latte della madre.
Per ottenere questo computo il Wellhausen è costretto a tenere come interpolato il verso 22, che impone lʼosservanza della festa delle settimane, e lʼaltra della finale raccolta dei frutti nellʼautunno. Con quanta ragionevolezza si voglia sopprimere questo verso, mentre è naturale, dopo aver comandato lʼosservanza della pasqua, parlare anche delle due feste annuali, ogni discreto lettore può facilmente intendere. Nè bastava accennare in termini generali che tre volte allʼanno ogni maschio doveva presentarsi al cospetto di Jahveh, perchè questa è pratica di culto diversa dalla semplice celebrazione della festa, che avrebbe potuto farsi in ogni luogo, senza recarsi alla presenza del Signore. Il Göthe che mantiene lʼautenticità di questo verso, conta come un solo precetto i due primi intorno al politeismo e allʼidolatria. Il Reuss invece cade in altra difficoltà. Mantenendo lʼautenticità del v. 22, computa come un solo comando quello relativo alle due feste; e per non trovarsi con un comando di più, computa ancora come uno solo i due diversissimi precetti di non mischiare il lievito col sangue del sacrifizio, e di non fare avanzare dellʼagnello pasquale fino alla mattina successiva.
Fatto sta però che, riducendo pure i comandamenti di questo luogo al minor numero possibile, meno di dodici non se ne possono trovare.
1o Proibizione del politeismo (v. 14).
2o Proibizione dellʼidolatria (v. 17).
3o Festa delle azzime (v. 18).
4o Consacrazione dei primogeniti (v. 19, 20).
5o Riposo del sabato (v. 21).
6o Festa delle settimane (v. 22a).
7o Festa della raccolta (v. 22b).
8o Presentazione dei maschi dinanzi a Dio tre volte
allʼanno (v. 23).
9o Non mischiare il lievito col sangue del sacrifizio (v. 25a).
10o Non fare avanzare dellʼagnello pasquale fino
alla mattina successiva (v. 25b).
11o Consacrazione delle primizie (v. 26a).
12o Proibizione di cuocere il capretto col latte della madre (v. 26b).
Questo computo, fatto secondo una lettura spassionata e non preconcetta del testo, rilega nel campo delle ipotesi ingegnose ma non corrispondenti a realtà, quella di un altro Decalogo, quantunque sia sostenuta da valentissimi e dottissimi critici. Ma è innegabile che spesso il desiderio di proporre cose nuove, e lʼamore poi di sostenerle, fa non tanto di rado fuorviare dal retto sentiero; mentre una critica più modesta esce meno facilmente dal vero.
Resta per altro una difficoltà a risolvere. Le cose dette nel passo testè tradotto sono ripetizione di ciò che era stato già detto o nel Decalogo o nel capitolo xxiii (12–24). Di ripetizioni nel Pentateuco se ne trovano tante, come sopra già abbiamo dimostrato (pag. 30–37), che non fa bisogno ricorrere ad ipotesi poco sostenibili per darne ragione: si spiegano invece col principio generale dei diversi documenti originarii insieme combinati. In questo luogo poi si può anche meglio spiegare come un più recente narratore abbia ripetuto cose che altri già aveva dette.