Si voleva stabilire un culto regolare e così ampio che quasi abbracciasse tutta la vita del credente; ma nel medesimo tempo accentrato in un solo luogo e sotto la sorveglianza della casta sacerdotale, acciocchè non potesse cadere in pericolose deviazioni. Ad ottenere questo fine era necessario seguire lʼesempio di Ezechiele, e porre come cosa capitale della religione e del culto un Santuario, dove esclusivamente si avessero ad esercitarne le pratiche. Ma Ezechiele dava come rivelate a lui le leggi del culto, quindi parlava di un tempio da edificarsi. Invece il compilatore del nuovo codice lo dava come esistente da antico, e rivelato a Mosè, quindi la necessità di trovare un Santuario anche nelle peregrinazioni del deserto. Un tempio di edificio murale non avrebbe potuto esistere, sia per le condizioni nomadi degli Ebrei esciti dallʼEgitto, sia ancora per avere prevalso ormai altra tradizione che ne faceva primo edificatore il re Salomone. Sʼimmaginò quindi un tabernacolo asportabile da montarsi e rimontarsi, ma a cui nel medesimo tempo non mancasse una certa lussuriosa magnificenza.
Si vuole che Jahveh stesso ne desse il disegno a Mosè, determinando i più minuti particolari anche di tutti gli arredi e delle vesti sacerdotali (Esodo, xxv–xxviii, xxx, 1–10, 17–21).
Quando si passa poi a dire che gli ordini divini furono eseguiti, e il tabernacolo eretto, si ripete in tutte le sue parti la medesima descrizione (xxxvi, 8; xxxix); e davvero che non si potrebbe rendere di tale ripetizione ragione che appagasse, tantochè fu sostenuto che queste due parti del Pentateuco appartengano ad autori diversi.[492] Ma lʼaddentrarsi in ciò che concerne la costruzione, per noi ideale, del tabernacolo spetta più allʼarcheologia, che alla legislazione del popolo ebreo, e perciò qui ce ne passiamo.
È da vedersi piuttosto come insieme con la costruzione del tabernacolo si connetta la costituzione del culto, nella quale prenderemo in esame: 1o il sacerdozio; 2o i sacrifizi e le offerte; 3o le feste.
Sono in prima chiamati ad officiare come sacerdoti tutti gli Aronidi (Esodo, xxviii, 1), con esclusione rigorosissima di qualunque altro (Num., xviii, 7). Questi devono essere consacrati con apposita ceremonia che dura sette giorni (Esodo, xxix, 1–37; Levit., viii), e con lʼunzione dellʼolio sacro (Esodo, xxx, 30) composto di diversi aromi (ivi, 23–25). Il quale olio doveva servire ancora per consacrare il tabernacolo e i suoi arredi (ivi, 26–29). E tanto era tenuto sacro, che rigorosamente si proibiva di comporne eguale per usi privati (ivi, 31–33).
A capo dei sacerdoti è costituito uno fra essi chiamato il Massimo, la cui dignità si vuol far risalire fino ad Aron. Si distingue da tutti gli altri in prima per gli abiti splendidissimi, ricchi di porpora, dʼoro e di gemme; mentre per i comuni sacerdoti sono semplici di puro lino (Esodo, xxviii). Uniti alle vesti del massimo sacerdote avrebbero dovuto essere gli Urim e Tummim, che, qualunque forma avessero, servivano per dare i responsi (ivi, 30); dimodochè il massimo sacerdote era tenuto lʼinterpetre della divina volontà. Era egli poi anche il grande espiatore di tutto il popolo, portando a tale effetto incise sul frontale dʼoro le parole: Sacro a Jahveh (ivi, 36–38), e offerendo lui solo i sacrificii e il profumo nel giorno solenne della espiazione di tutti i peccati (xxx, 10). Nel qual giorno egli solo poteva penetrare oltre la cortina che separava dal Santo il luogo Santissimo, ove conservavasi lʼarca (Levit., xvi, 2, 3).
Pare che questo fosse in quanto allʼofferire i sacrifizi il solo officio obbligatorio del massimo sacerdote. Il testo scritturale tace sul resto. I talmudisti hanno aggiunto che in qualunque altro giorno a lui fosse piaciuto di officiare aveva la precedenza sopra tutti i sacerdoti.[493]
Avrebbe avuto inoltre il massimo sacerdote una grande importanza anche civile, se avesse dovuto durare quanto la sua vita, il confine dellʼomicida involontario in alcuna delle città destinate come asilo (Num., xxxv, 25, 28). Gli erano dallʼaltro lato imposti nelle relazioni di famiglia più stretti doveri, in quanto non poteva sposare, se non una donna vergine;[494] e per nessun parente che gli morisse, fossero anche i genitori, non poteva rendersi impuro con lʼavvicinarsi al cadavere (Levit., xxi, 10–14).
La dignità del massimo sacerdote si sarebbe trasmessa per eredità da Aron ai suoi discendenti nella linea di Eleazar (Num., xx, 26), ed anche nel diritto talmudico questa dignità, al pari delle altre, è tenuta ereditaria.[495]
I sacerdoti comuni avevano per officii principali di offrire sullʼaltare ogni specie di sacrifizio e di offerta, e il profumo degli aromi, di preparare e porre sulla tavola sacra le dodici focacce dette pane del cospetto, che si mutavano ogni settimana (Levit., xxiv, 5–9), di preparare e accendere il sacro candelabro (Esodo, xxvii, 21; Levit., xxiv, 2–4), di decidere della purità o impurità delle persone affette da malattie tenute impure (Levit., xiii), di bandire al suono delle trombe la partenza e la stazione dellʼaccampamento (Num., x, 8), e di benedire solennemente il popolo (ivi, vi, 23–27).