In vece meglio ti alletti quest'altro che sopra un breve tavoliere ti viene attelando eletta schiera di graziosi giuochi. Ecco tre bossoletti, sono vuoti al tuo sguardo; sgombre sono le mani di chi li move fra le cui dita si agita magica bacchetta: ecco è percossa sul tavoliere, e d'ogni parte come più ti talenta spicciano lignee pallottole, e quasi polvere che s'insinua, passano sotto il cavo metallo. Mentre meravigli al primo portento, uno novello il tragettatore ne crea: leva que' piccioli globetti che sempre si riproducono, e li pone in copia nel tuo cappello: or se il tenti e lo rivolgi il trovi solo pieno di vento, eppur tu stesso il tenevi gelosamente coperto! Ma le palline che sfuggirono alle tue cure gelose, già si moltiplicarono sotto il magico bossolo: ecco mentre le riguardi mutano colore, a un soffio s'ingrossano, e sempre crescendo divennero gonfie per modo che più non possono ritornare sotto il capace vase.
Meraviglia pure e sorridi: questa è tutta destrezza della dotta mano. Anch'io sovente quando teco passai ore di schietta gioja, io t'apriva il velo di que' nuovi portenti, e apportandoti diletto, spesso mi compiacqui nelle improvvise commozioni della tua meraviglia. Ah furon pur quegli innocenti piaceri assai più dolci di quanti ne comparte pieni d'amarezze il bel mondo! Ah fia pur ch'io ritorni a rintracciarli, allorchè stanco di rintuzzare con indomito petto i dardi di bieca fortuna, con questi incolpabili strumenti, ultima mia speranza, e in vero più certa di quella che talor risplende fra il sorriso della volubile opinione, io riederò a voi, ingenui mortali: niuno mercè la festività di que' giuochi negherà lo schietto pane del suo campo alla purità del mio cuore.
VIII.
I vicini premeano il padre di Marcellina perchè colla famigliuola volesse seguirli al Monte, che è forse a tre corte miglia lungi da Nebiolo. Giovanni era restìo, ma le importunità della moglie, i vezzi della figlia cui già da gran tempo pungea curiosità d'andarvi, senza molto il piegarono.
Messo quindi in capaci panieri chi il formaggio delle pecore, chi qualche pollo, chi alcun pezzo di porco arrostito o salato, s'avviò al Monte il dì della festa, la brigata di Nebiolo. Fra la famiglia di Marcellina e gli altri a cui permisero le proprie cure di andarvi, essa constava di dodici a quattordici persone, cui seguiva indivisa compagna una schietta allegrìa.
Poichè giunsero al divisato loco e confortarono alquanto lo spirito lasso pel cammino, si misero a discorrere il colle, e i varj boschetti ove più li tirava o la frequenza delle genti, o la curiosità, o la brama di recare Marcellina a piacevoli trattenimenti. Essa nuova ai tumulti, spesso seguiva i compagni quasi pecorella che tien dietro al gregge senza che la tocchi altro desìo fuorchè l'esempio: sovente da' parenti o dagli amici richiamata su qualche oggetto, riguardava con piacere, dimandava a vicenda quanto le ricercava la curiosa vaghezza, e siccome la allettava ora un suono, ora una meraviglia, ora un giuoco, era rapita alla gioja ed al riso. Così que' di Nebiolo passarono in vario modo quelle ore prime della lieta giornata, altri cogli amici, altri a parte degli altrui racconti, altri colla Marcellina, finchè li chiamarono nella chiesa la cerimonia e i cantici della mattina.
Poichè il sole incominciava a declinare dalla metà dell'arco suo diurno e tacquero i pii uffizj su quel Monte, nuova scena ivi seguì assai aggradevole a riguardarsi. Si riunirono in varj gruppi e brigate i congiunti e gli amici, quali in un praticello verdeggiante, quali al rezzo di un'antica pianta, chi nel seno di qualche dirupo o fra le macchie del bosco, si assisero sul terreno a grata mensa, che in breve sorse a rallegrare i loro palati.
Dove prima sul Monte era un tumulto di persone che scendevano e salivano quasi arena in cui spira il vento, un rumore diverso di suoni, di parole e di grida, e un premersi a vicenda, che ti affaticava; allora la scena cangiò. Al continuo moto è succeduta la quiete, son vuote le vie, vuoto il tempio: d'ogni intorno ove pria non vedevi che scoglio ed erba, l'occhio si riposa sur un gruppo atteggiato d'allegria che intende al cibo ed a ricercare l'animo con nuova e pura gioja.
Rompe solo l'apparente silenzio un bisbiglio di voci, che sommesso da prima, col proceder del pranzo cresce e sovrabbonda, finchè s'innalzano grida di giubilo cui rispondono gli opposti drappelli e le percosse valli. Si ridestano gli strumenti, si sparge la campestre armonia, la volubile follìa rapisce gli animi, e in breve vedi ove innanzi festeggiava la mensa, risplendere la danza, scopri d'ogni intorno in nuovo commovimento il colle, e ti pare che un delirio agiti quelle genti, cui volano le ore stando a diletto fra sì innocenti piaceri.
Anche la breve colonia di Nebiolo dopo i sacri uffizj si pose a dar opera al lauto pranzo, sotto una pianta non lungi dalla Chiesa. Il Parroco, uomo assai pio e di molta santità, recavasi in tanto a piacere di diportarsi fra i festeggianti, trattenersi or con questa, or con quella brigata, dare loro dolci parole, richiederli del natìo paese e confortarli a starsi di buon animo. Allorchè fu a quei di Nebiolo ed ebbe i loro ossequi, e saputo d'onde erano, e come un paesetto ivi si unisse in amorosa famiglia, e commendò il loro proponimento; gli venne veduto il pane di che si cibavano, e dimandò di qual sorta si fosse. Giovanni prestamente gli espose come si cuocesse ne' loro focolari, sicchè assai ne fu meravigliato il venerabile Sacerdote, e sentendolo lodare siccome saporito, ne lo richiese di uno, proponendo di cambiarlo con del proprio.