Però non cessava dalle preci l'esule timorosa; e se tacea, era il suo silenzio più eloquente degli accenti, era un sospirare dolente, un riguardare pieno d'affetto, una mestizia che annebbiava i suoi vezzi e li rendea più vaghi, come lo spruzzo della rugiada sulla rosa del mattino; le bagnavano le lagrime copiose il viso e risplendea più bello come estivo sole dietro il velo di una minuta pioggia. Ma qual robusta quercia allo spirare d'aura leggiera, piega i mobili rami e non si commove nella radice, era intenerito l'eroe, ma non cedeva alle molli blandizie di Bianca: il chiamavano le trombe e l'impero del padre, e già in punto di volare al campo raccomandava alla sposa i propri affetti.

Com'ella vide che vani tornavano e preci e pianti, di nuovo il pregava:—Deh almeno, mio Anselmo, giacchè pur corri alla battaglia, fuggi, ah fuggi l'incontro di mio padre. Volgi per pietà su altri eroi la generosa spada; ah si torcerebbe al mio seno! io non potrei sostenerne l'atroce vista, nè patire la mano che mi lusinga, fosse macchiata di sangue… e di qual sangue!… Il vostro incontro sarebbe troppo fatale… Anselmo, egli è mio padre.—In così dire avvolgeva vezzosa le braccia intorno al ferrato usbergo dello sposo, e dolcemente alzandogli la già calata visiera, gli careggiava colla tremola mano il volto e baciava l'amata bocca. Ei rispondea parole e vezzi per sospiri e baci, e già molli affetti gli addormentavano i bellici sdegni, se nol scuoteano le grida delle ordinate schiere. La voce di guerra impera su quella d'amore, tornano gli amanti agli amplessi, e con un loquace sospiro Anselmo a lei s'invola. Mentre ella lo seguita colle rugiadose pupille, l'altro talor si rivolge e dai chiuso elmetto pur le vibra gli ultimi accesi sguardi d'amore.

Bianca abbandonata e sola anelava flebili singhiozzi, e quasi l'animo le fuggisse cadeva sul seggio abbandonato: indi sporgeva le braccia al guerriero e vuote le ritraeva al vedovo seno, chiedeva dell'amante all'aure, alle squallide pareti, ma ei già era lunge, e al nome d'Anselmo rispondeano solo le cave vôlte del Castello e il fiero muggito della battaglia.

Già l'accesa fantasia le dipinge nuove sventure, delibera seguire lo sposo, veste guerriera maglia e s'avvia verso la porta: se le oppone dolce violenza, per che delibera attendere finchè meglio s'inviluppi la mischia, e fra maggiori cure non s'abbia mente a' suoi passi. Sta intanto dalla vedetta ad osservare la pugna nè sa per cui preghi: palpita se piega l'una o l'altra schiera: or figlia, ora sposa, or fuggitiva, or serva, non sa far voti, spesso ondeggia, e trema sempre.

XVIII.

Torrenti che scendono furiosi da opposti monti e si mischiano frementi nella valle, nubi che s'incontrano e confuse ululando spargono lampi e tempeste, sono lievi immagini della crudele battaglia. Ondeggia il terrore sugli irti cimieri, morte splende negli sguardi dei combattenti, morte scaglia il declinare d'ogni spada. Nessun brando è digiuno di sangue, tace in ogni petto la pietà, è più lieto chi dissetò il suo sdegno nelle viscere di più nemici, e fin dalle chiuse visiere, come lampo da nube, trapela il livore e l'ira: accende un sol desiderio e il superbo cor del Signore e il tremante petto dell'ultimo schiavo.

Stefano, purchè ognor versi sangue, non risparmia la punta dell'acciaro nè al vincitore nè al vinto: è bufera che abbatte e l'alta pianta e l'ultimo virgulto: ogni volta che si gira la temuta destra cadono mietute teste, e le calpesta col piede che imprime orme di sangue e passa. Incoraggia i soldati col grido della vendetta e chiede del giovine Nebiolo. Questi, fido al suo giuramento, prode nel cruento certame, coglie mille palme sugli alleati e sfugge il fiero Sir di Stefanago.

Ma il Rosso dal colle mentre gioisce fra le uccisioni, vede in basso consumarsi miseranda strage de' suoi, vede piegar l'armi, e un terribile guerriero, quasi turbo in campo di biade, spargere lo sterminio e la morte. Alle insegne, al portamento ravvisa Anselmo, e barbaramente esultando precipitandosi a valle, lo chiama alla tenzone.—Cessino l'armi, soldati: lascia, vituperato rapitor di fanciulle, di mostrarti prode sul volgo: il bastone e non la spada si conviene all'imbelle tuo braccio. Qui, qui ti rivolgi, è la mia che ti attende e vuole insegnarti quanto valga un Nebiolo, eroe da tradimenti.—

Anselmo punto sì aspramente il riguardò e con disdegnoso ripiglio:—Uomo crudele, perchè il cielo ti diede una figlia, e tu non puoi imitare le sue virtù! Ammansa il tuo furore, omai Bianca è mia sposa: benedisci a questo nodo, dà la pace a' nostri cuori, a questi popoli.—Ah codardo! la pace al tuo cuore, daralla la punta della mia spada. Difenditi, nè colla pietà far velo alla tua paura.—

Seguì l'assalto agli acerbi detti, che non permise Stefano all'altro di rispondergli, ma lo investì furiosamente col ferro. Anselmo così costretto, chiamando in testimonio il cielo perchè non avea rotti i suoi giuramenti, difendendosi si pose nell'infausto duello. L'una e l'altr'oste immobile ristà, nè osa innalzare un solo accento pe' due combattenti, pende dai loro moti, e corrono gli sguardi dietro al fulminar de' ferri.