Sono questi detti il segno d'una lotta che più fiera non seguì fra eroi: è lo scontro di due nembi che frammischiano le procelle, è il fremito di due belve che pugnano nella foresta. Trema sotto a' lor piedi la valle, spirano fuoco gli irosi volti, lampi i brandi che scendono tempesta sull'elmo, sulla corazza e sullo scudo. Ma prodi erano entrambi e maestri di guerra, eran destri e micidiali i colpi, ma erano riparati.
Arrabbia Guidone a sì lunga resistenza, e impaziente apporta alla gola dell'altro la spada, ma mentre scaglia il colpo, Stefano percuote a lui sì fieramente la mano, che è forzato abbandonare l'arme. Però ei stesso non evitò, abbenchè lieve la ferita, e sentendosi scorrere il sangue, fu sopra all'avversario, il rovesciò, e brandendogli il ferro sul viso gli intimò con terribil voce di darsi vinto.
Guidone per nulla si arrende o mostra timore: rovesciato sbuffa come leone piagato a morte: freme, ma nè parla, nè si lagna, gira foschi gli occhi e mentre l'altro l'insulta, in un lampo coll'una mano procura di deviare la pendente spada, coll'altra tratta un pugnale, e lo avventa al petto del nemico. Ma il ferreo usbergo è scudo al Rosso, che scosso a tanto ardire gl'immerge nella gola il provocato acciaro: e mentre quei versa il sangue e la vita, gli calca il petto coll'orgoglioso piede e l'insulta.—Così il Rosso ti calpesta: così qui fosse teco tuo figlio, e andasse ogni tuo congiunto come te e la tua Rocca, fuoco ed ombra.—
Levato il cruento elmo dell'ucciso, e innalzatolo con barbare grida sulla bandiera, fu la spoglia di Guidone gittata nella fiamma divoratrice che distruggeva l'oppugnata fortezza. Si fe' libero alla militar baldanza di depredare i poderi del vinto, e ordinò l'inesausto odio di Stefano di rovesciare fino alle fondamenta la formidabile Rocca, sicchè non ne restasse pietra sopra pietra, e si disperdesse pur la memoria di un orgoglio che fu.
Fra tanta strage e sangue allora pensò a' suoi ed alla pace: credendo Anselmo o estinto oscuramente o fuggito, depose la spada micidiale, e disse che perdonava alla figlia i commessi errori, perchè aveagli aperta la strada alla vendetta.
XXIII.
Ma era vano il perdono di Stefano. L'ira e l'insano livore non gli permisero di veder qual piaga avesse il suo ferro aperta nel petto di Bianca; la vittoria gli aveva tratto di mente di chiederne novelle, pago di saperle in Stefanago.
Giovane sventurata e in mal punto pietosa, ondeggiante fra gli affetti di sposa e di figlia, amore la trasse fra le battaglie, e ambizione la trascinava al natìo suo tetto. Anselmo anelante la raggiunse lungo la via che conduce a Stefanago, recata sur un letto di frondi da una mano di fidi soldati. Come questi videro giungere il guerriero, dubitando non gli inseguisse onde loro involare Bianca, si disponevano alla difesa, ma il dolente alzando la destra ignuda gridava—Pace: io non porto guerra, voglio vedere la mia Bianca, la sposa mia, colei che per me si avventurò fra l'armi, voglio soccorrere a' suoi mali e caderle vicino.—
Scese in cuore a Bianca la voce di Anselmo, e n'ebbe soave refrigerio; pregò i soldati perchè libero lasciassero a lui il passo al suo letto. Come il vide, quasi amore le richiamasse sulle erranti pupille il fuoco di vita, teneramente riguardandolo,—ah Anselmo mio, diletto sposo sì per poco a me concesso!… vedi, omai è segnato il mio destino, e mi abbandonava anche la speranza, se non che desìo di pur vederti mi nudriva in seno amor di vita. Or lieta inchino alla necessità che mi appella, irreparabile necessità, poichè la mano, ahi qual mano!… che trafisse questo mio seno, troppo seppe cercare le vie di morte…. Almeno colla mia vita si ponesse termine a tanto furore.
Anselmo fattosele vicino, e presa la destra che Bianca avea a stento levata allorchè il vide, teneramente la baciava e bagnava di pianto, e i suoi occhi stringendo agli occhi della sposa:—Ah Bianca, lungi per pietà questi sinistri presagi che mi straziano…. Lascia al tuo Anselmo, all'amor del tuo sposo il pensiero di sanare la tua ferita: amore per me ti trasse al duro passo, amore deve prestarti salute.—Oh che di' tu mal accorto! quali pensieri aduni? a che pure stai? Non vedi i perigli che ti circondano? non senti il suono delle inimiche catene che ancor ti si apprestano? Ah va, fuggi, finchè n'hai tempo! Soave in vero mi è il vederti, e sento che la tua voce mi piove un balsamo sull'anima che mi asperge e disacerba fino le mie ferite;… ma tu sei in periglio, e a me sarà bastante sollievo nelle ore estreme l'averti ancora abbracciato, e il sapere che quel ferro fatale fu sazio di una vittima sola… Ah se m'ami, se non vuoi contristare con terribili presentimenti l'anima mia fuggitiva, ricevi questo ultimo addio e involati sempre dalla sventurata tua sposa.—