Il vecchio (aggiunge il viaggiatore) avrebbe ancora continuato a lungo, ma già si era fatto scuro nella grotta. Lo ringraziai pei suoi racconti e tornai via[325].
Oggi però anche in Napoli quelle leggende si vanno spegnendo; qualche giovane dotto napoletano, studioso di cose popolari, mi assicurava di non averne udito mai nulla; tuttavia qualche traccia ancora se ne trova, singolarmente presso la grotta di Pozzuoli, ove un popolano descrivevami la casa che su quel monte ebbe Virgilio, e narravami come rimanesse forata da quella grotta; un altro diceva, circa uno de' spiragli che veggonsi in questa, esser quella la finestra da cui Virgilio era solito parlare colla sua bella. Neppure in altri luoghi dell'Italia meridionale ed in Sicilia la memoria del grande mago è ancora estinta. A Borghetto in Sicilia si narrava ancora due o tre decenni fa una curiosa novella[326] di «Virgillu magu putenti e putirusu che cummannava l'arti arbolica (diabolica) megghiu di qualunqui magu,» nella quale vediamo il ricordo vivente della magia virgiliana mescolato alle reminiscenze dei romanzi popolari di cavalleria o Rinaldi, tanto cari a quegli isolani, e posto in rapporto Virgilio con Malagigi, il gran mago di quelli. Si narra che Virgilio era ammogliato per sua sventura con una donna cattiva e infedele che davagli guai infiniti. Disperato ei si rivolse a Malagigi che erasi fatto amico ed era «lu chiu forti maestru di cummannari a spiriti e cavarcari la scupa», e confidategli le sue afflizioni tanto lo commosse che colui lo iniziò ai segreti dell'arte magica e al comando dei folletti, come solo mezzo a sottrarsi al dominio di quella megera, perchè «Senza forza di magarìa, La mugghieri cummanna e duminia.» Virgilio usò e abusò di questa sua potenza tanto facendo tormentare la mala donna dai diavoli, che, comunque lo meritasse, i diavoli stessi, pur costretti ad obbedire, ne erano impietositi; chè sempre è proprio così «cu' havi virga 'n manu, si jetta allura a l'abusu di potiri.» Quando però Virgilio venne a morte e l'anima sua dannata si presentò all'inferno, trovò la porta sbarrata, e i diavoli tutti d'accordo, temendo la sua prepotenza, ricusarono di riceverlo. Ciò dispiacque a Malagigi, il quale pensò a provvedere; raccolte le ossa e l'anima spersa di Virgilio le portò in un'isola vasta e fonda e le ripose in una sepoltura di pietra grande come una bella casa, senza coperchio, e dopo fattivi sopra potenti scongiuri, colà le lasciò. Chi vada a quella sepoltura e guardi le ossa, tosto il cielo si oscura rannuvolato e lampeggia e tuona e saetta, e il mare si mette in terribile burrasca ingoiando barche e bastimenti. — In questa novella, più che il riflesso del Virgilio alle prese col sesso femminile, d'origine non napoletana, è notevole quello della leggenda, certamente napoletana e antica, circa le ossa di Virgilio delle quali, come vedemmo[327] già almeno nel XII secolo, secondo Corrado di Querfurt, credevasi a Napoli che si trovassero lì presso in un castello tutto cinto dal mare «e se vengano esposte all'aria si fa subito scuro d'ogni dove, si ode lo strepito di una tempesta, il mare si commove tutto, si solleva e mettesi a procellare.»
Quella sapienza maravigliosa e riposta per cui si credette a Napoli che Virgilio facesse la grotta di Pozzuoli e altre mirabili opere di utilità pubblica, divenuta stregoneria e già applicata, come vedemmo[328], in leggende simili a Roma e ad altri luoghi, ritrovasi ricordata ancora a Taranto nella tradizione popolare che attribuisce a Virgilio quell'antica opera colossale che è l'acquedotto del Triglio. Dicesi colà che «lo stregone Virgilio disputava alle streghe il dominio di Taranto e quindi cercava di affezionarsi i tarantini con opere ad essi accette. I tarantini in quel tempo erano afflitti da lunga e penosa siccità, e niente avrebbe potuto essere a loro più gradito che di avere acqua. Onde Virgilio dalla parte del Triglio cominciò a costruire un acquedotto e lo condusse a termine in una notte; della qual cosa furono oltremodo contenti i tarantini. Le streghe dalla parte loro, non volendo rimanere inferiori al rivale, cominciarono anch'esse l'acquedotto di Saturo; ma sul far dell'aurora non avevano compiuto che la metà del condotto quando fu loro annunziato che l'acqua era già in Taranto per opera di Virgilio a cui la città faceva festa e plauso»[329].
A quell'estremo lembo d'Italia vedemmo giunta già la rinomanza della magia virgiliana nel XIII sec., in Ruggieri Pugliese che vi alludeva dicendo «e saccio tutta l'arte di Virgilio»[330]. Bello è vedere tuttora vivente colà dopo parecchi secoli la ricordanza di quelle «arti di Virgilio» a cui alludeva il rozzo benchè aulico poeta della scuola siculo-provenzale, nel seguente ben più fino, sincero e grazioso canto d'amore udito sulla bocca di una contadina in un piccol villaggio presso Lecce, a non molta distanza da Brindisi ove il poeta morì[331]:
«Diu! ci tanissi[332] l'arte da Vargillu!
'Nnanti le porte to' 'nducìa[333] lu mare,
Ca da li pisci me facìa pupillu[334]
'Mmienzu le riti to' enìa[335] 'ncappare;
Ca di l'acelli me facìa cardillu,
'Mmienzu lu piettu to' lu nitu a fare;