[64]. Questa «Frottola» (del sec. XVIº, 3 fogli a 3 col. s. d. n. l. adesp. 21 × 16), dopo il titolo ha nel primo foglio la medesima silografia preposta al «Contrasto del matrimonio de Tuogno e della Tamia» ricordato dallo Stoppato, Op. cit., pag. 102. La grande diffusione che nel principio del sec. XVI ebbero queste produzioni popolari, non permetteva per ognuna di esse l'intaglio di una speciale silografia, e perciò molte volte possiamo venire a conoscere il luogo di origine di alcune di esse, per mezzo di queste ripetizioni di silografie tolte da operette più note.
[65]. Carmina illustrium poetarum italorum, tomo X, pag. 262.
[66]. Anche il Garzoni, un secolo circa dopo il Vegio, dopo di aver nel suo curioso libro La Piazza universale di tutte le Professioni del mondo, Venetia, 1587, ricordate le lodi che gli scrittori dell'antichità avevano tributato alla vita campestre proclamandola più invidiabile di quella cittadina, soggiunge: «Con tutte le preminenze et lodi ch'hanno gli Agricoli della terra se io tacessi, Momo mi accuserebbe per partiale; onde è forza contare tutte quelle che io mi ricordo, per fuggir le calonnie di costui; come che il contadino o villano è da meno che un plebeo, perchè il plebeo riposa pur la domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno al frumento... Il villano è sordido quanto dir si possa... si muta di camiscia se non allo spontar delle luserte, o al rinovar della pelle che fanno i serpenti, o delle corna come fanno i cervi, la qual cosa avviene una volta l'anno... I villani hanno ancora comunemente la conscienza grossa, et massime nel pigliar la robba del padrone, servendosi di quella ordinaria ragione, che son troppo aggravati et angariati da lui. Questa è quella che gli fa diventar furbi et ladroni... che gli induce a fornicar volentieri con le mogli dei vicini, a tornar Gomorra in piedi, a partirsi da messa innanzi all'«Ite missa est»... Hoggidì sono i villani astuti come volpi, malitiosi come la mala cosa, pieni di magagne come il cavallo del Gonella..., e quando si dice villano, tanto è dire, come se alcuno dicesse Barraba fra' ladri, Euribato fra' furbi, Procuste fra gli assassini, Harpalo fra sacrilegi, perchè non regna in lui comunemente nè conscienza, nè ragione, essendo un bue nel discorso, un asino nel giudizio, un cavallaccio nell'intelletto, un alfanna nel sentimento grasso più che il brodo dei macheroni, eccetto che nel male è peggior di un mulo, havendo tanta malitia che lo copre tutto da capo a piede. Per questo il villano è battezzato con tanti nomi di rustico, di tangaro, di serpente, di madarazzo, d'irrationale, di ragano, di villan scorticato, e di villan Cucchino che più dispiace a loro che ogn'altro vocabolo».
[67]. È il cod. 1393, cart. del sec. XV di carte 187; contiene, come già abbiamo detto, a c. 112-114 r. la satira De Natura rusticorum, edita dal Novati; è descritto dal Biadego, Catalogo descrittivo dei Manoscritti della Biblioteca comunale di Verona, Verona, 1892, pag. 37. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del prof. conte Carlo Cipolla.
[68]. «E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene, che la zappa e la vanga e le grosse vivande et i disagi, tolgano del tutto ai lavoratori della terra i concupiscevoli appetiti, e rendan loro d'intelletto e d'avvedimento grossissimi». Boccaccio, Decamerone, giornata III, nov. I. Queste parole di Filostrato sono ripetute nell'Heptaméron des nouvelles de très haute et très illustre princesse Marguerite d'Angoulême, royne de Navarre, Paris, 1858, nov. XXIX: «Je ne trouve point etrange, dist Parlamente, que la malice y soit plus que aux autres, mais ouy bien, que l'amour les tourmente parmy le travail qu'ilz ont d'autres choses...».
[69]. Attilio Portioli, Le Opere Maccheroniche di Merlin Cocai, Mantova, 1892, Volume I, Maccheronica VII, pag. 186:
. . . . . . . . quid sueta ligone
Vomere et attrito rigidas sub vertere glebas
Rustica progenies aspirans grandibus ambit?
En pastus siliquas, paleis caput obrutus, et qui