Faust invece si dava a Mefislofele senza riserva di alcun diritto di redimersi, nè di ricorrere alla divina misericordia. Lo spirito gli diede per caparra di questo contratto una cassetta piena d'oro.
Dopo quel momento Faust fu signore dell'universo, fu onnipotente: ei viaggiava per terra, per mare, per l'aria; operava prodigj d'ogni fatta. Amoreggiava le più belle donne che furono in tutte le età, ed ebbe i vezzi d'Elena, di Aspasia, di Lucrezia, di Cleopatra, sebbene le curasse poco, perchè, con buona pace delle lodi impartite loro da Omero, da Virgilio e da Lucano, amava meglio una fanciulla del suo secolo. Creava maraviglie a suo talento: alla corte di Carlo V fece comparire Alessandro il Grande: in un banchetto d'amici, coll'agitar della bacchetta, fe' zampillar vini, apparire viti e vendemmia; alla curiosità dei discepoli evocò la bella Elena, avvenente come all'uscire dal profumato talamo di Menelao. Denari non gliene mancavano mai; lo spirito gliene dava: eran di legno o di corno, ma parevano d'argento o d'oro. Faust chiudeva la bocca a que' che cicalavano e il disturbavano; allora non vi erano giornalisti.
Faust ebbe strane avventure d'amore colla fanciulla contemporanea onde fu preso; creò meraviglie, moltiplicava i libri, stendeva la sua parola per tutto l'universo.
Ma infine passarono gli anni del prodigio, e un gelo al core lo avvisò del prossimo fine. Cercò affrancarsi in un luogo sacro, ma Mefistofele lo impedì, lo condusse sur un'alta montagna: Faust si raccomandava a Dio, e il demone: — Ti dispera e muori, omai sei nostro, — e giganteggiò fantasma fino alle nubi: mandava saette dagli occhi, fuoco dalla bocca, e i piedi di bronzo mettevano sulla montagna un tintinnio orrendo: prese fra le mani adunche lo sciagurato Faust, e con iscoppj di risa orribilmente ripercossi nelle valli, lo mise a brani, e lo precipitò nell'abisso.
Il dottor Faust fu un vero dotto e un uomo utile, fu l'inventore della stampa, l'arte prodigiosa che moltiplicò i libri: però fu proclamata arte diabolica, e si cercò Faust per abbruciarlo, e l'invenzione andava distrutta, se non era Luigi XI. Widman fece della vita di quest'uomo un romanzo nel 1587; Goethe poi un dramma: la storia di Faust basta a chiarire come si adombrasse il vero colle invenzioni della magia.
IV.
Margherita di Milano.
Questi spiriti malefici si acconciavano a servire ogni razza di persone, dotti e volgo, uomini e donne purchè ne avessero l'egual prezzo. Cardano ne fa buona testimonianza d'una Margherita di Milano che vide e conobbe.
Costei, non si sa a quale condizione, fece patto con uno spirito perchè le stesse sempre vicino, meno alcuni mesi dell'anno; ei faceva, a suo ordine, varj giuocarelli, sicché veniva chiamata per prezzo a dare ricreamento nelle case. Quando dava principio allo spettacolo, essa curvava il capo in seno, o lo avviluppava nel suo grembiale, chiamava lo spirito; ei veniva, le rispondeva: però la voce di lui non si intendeva vicino alla donna, ma da lontano come se uscisse da qualche buco del muro. Se alcuno si avvicinava al luogo dove risuonava la voce, essa si smarriva e si faceva udire in altro angolo della casa. Questa voce non era articolata, nè chiara in modo che si potesse ben comprendere; era acuta e debole in maniera che si poteva dire piuttosto un mormorìo che un suono di voce. Margherita, dopo che lo spirito aveva fatta la sua parte, gli serviva d'interprete, e ripeteva più chiaramente le parole di lui, e tutti ne levavano meraviglie.
Tali erano questa strega e questo folletto come li descrisse Cardano: è facile comprendere che Margherita dovesse essere ventriloqua, persone che hanno appunto l'arte di far sentire le voci che formano in petto come se fossero lontane. Ma a que' tempi si voleva il maraviglioso, e si aggiungeva anche che la Margherita quando dimorava in case altrui avvolgesse il demone in un lenzuolo, che esso avesse il vezzo di morderle la bocca, sicché ne portava i segni sulle labbra. Per fortuna non fu abbruciata.