Il mio buon amico Fi, esattore, gastronomo e antiquario, s'ostinava a cercar la cucina, e voleva a tutti i costi che il canonico gliene dicesse qualche cosa. Egli aveva trovato nel Regesto degli Acaja, edito dal bravo conte Saraceno, che la cucina era attigua al parlatorio, camera parlatorii, del Principe: il che dà un'idea della strana maniera in cui doveva essere scompartito il palazzo. E ci divertiva molto, trattenendoci a tutti gli usci, per darci dei ragguagli culinari ricavati dal latino spaventevole dei conti di tesoreria. Nei loro giri per il Piemonte, ch'eran frequenti, i Principi ricevevan regali da abati, da nobili, ed anche da gente del popolo, e da poveri diavoli: cinquanta staia di avena, un moggio di vino, dodici montoni, un bove, quattro porci: non sdegnavano nulla. Tornavano pure a casa con caponibus pinguibus et grossis, e qualche volta con un cesto di tartufi, triffolarum, dei migliori, probabilmente, di quei bianchi, delle terre di Monferrato. Pare che avessero una predilezione per i pesci, perchè tenevano assai ai molti laghi pescosi, che eran loro proprietà esclusiva; e di questi laghi, e dei regali di pesci che ricevevano, in specie dai marchesi di Saluzzo, è fatto cenno frequentemente nel Regesto. Andavano spesso a desinare fuor di casa, con tutta la famiglia, da prelati e da signori; e qualche volta dai frati minori di San Francesco, pagando loro tutto il pranzo, eccettuati i porri e l'insalata, che i frati mettevan di proprio, si crede anche col condimento. Soventissimo pure invitavano al palazzo capitani, nobili, preti, ambasciatori di piccoli stati, cittadini ragguardevoli. Trattavano i loro sudditi, si capisce, molto familiarmente; conoscevano tutti; davano udienza al primo venuto; vivevano con semplicità casalinga, senza misteri. Non pare che facessero grandi spese di lusso. Non si trovan registrate che pochissime spese per lavori di pittura che si facevan fare su pergamene, bibbie e salterii, e nelle stanze dove ricevevano. Erano anche di facile contentatura in fatto di medici: si facevan curare sovente dai veterinari, qualche volta di malattie cutanee poco pulite, e salassare, flebotomare, come dice elegantemente il chierico registratore, da quibusdam barbitonsoribus. Non profondevano quattrini che in giocolieri e menestrelli. Questo era il loro debole. È interminabile la lista dei regali e delle mance date a giullari, a cantastorie, a strimpellatori di chitarra, a tiratori di scherma, ad ammaestratori di cani, ad acrobati che facevano il saltum periculosum, qualche volta in pubblico, ma spesso anche nelle sale del palazzo. Ospitavano essi pure dei Goliardi. Tenevano in casa delle scimmie. Ci ebbero per un tempo un leopardo, col collarino d'argento, e col relativo magistro: oggetto, a quel che pare, di tenerissime cure. Del resto, si trovavano di frequente nelle strettezze, costretti a vendere gli ori e le gioie che avevan ricevuto in dono dai principi. Ricchissimi non potevano essere certamente, a malgrado di tutti i tributi che ricevevano e di tutti i loro diritti su pascoli e su acque, poichè nè la terra nè il popolo, desolati da una ladronaia di soldati che facevan della guerra un brigantaggio, potevano dar loro gran cosa; nè essi medesimi calcavano troppo la mano. — S'ingegnavano, peraltro, diceva l'esattore, con un sorriso d'uomo esperto della materia. Il principe, per esempio, non prestava mica gratis il suo ufficio di giudice supremo: il vincitore della lite gli faceva spontaneamente, per meglio dire, con spontaneità obbligatoria, un regalo in contanti, e, si sottintende, salato. E poi, anche la giustizia criminale era una vera fontana di bezzi. I capi scarichi e i birbaccioni formavano una rendita per la Corte. Chi era preso a passeggiar per Pinarolium, o Pignerolium, o Pineyrolum, senza lume, dopo il suono dell'ultima campana; chi giocava a giochi proibiti, ad taxillos, per esempio; chi portava coltelli non di misura; chi faceva cader la gragnuola sulla città per arte di negromanzia; chi aveva o tentava di habere rem cum quadam filia di età troppo verde, e chi disertava le bandiere, e anche chi ammazzava il prossimo, scampavano facilmente alla prigione, e al boia, vuotando la borsa, se l'avevano, nelle tasche dell'amato sovrano. E in questi casi, naturalmente, chi più n'aveva, peggio stava. Un infelice canonico di San Donato, più danaroso che continente, per aver tentato appunto di habere rem con una parrocchianetta troppo acerba, solamente tentato, era ridotto addirittura sul lastrico; e per contro, un falegname che aveva spacciato un cristiano, se la cavava rifacendo il tetto a spese proprie a una torre del castello di Moncalieri. — Costava caro, come vedete, concludeva l'esattore, abbassando la voce, era un affar serio habere rem.... sotto i principi d'Acaja.
***
Eravamo rimasti al secondo piano, mi pare.... Al terzo non c'è da vedere che la stanzina di studio del direttore, il quale, senz'avere una grande biblioteca, possiede senza dubbio molti più libri di quanti n'abbiano mai letto tutti insieme in cento e vent'anni i quattro Principi della casa d'Acaja. Tutt'in giro a quest'ultimo piano pare che ricorresse una loggia, sulla quale forse si drizzava una merlatura simile a quella degli altri muri. Le Principesse, probabilmente, stavano qui la sera a godere l'aria dei monti, con le figliuole; e qui forse trapunsero le prime ciarpe da torneamenti, fantasticando sul proprio avvenire, Margheritina, la piccola greca, figliola d'Isabella, e la bimba Eleonora, e Alasia ricciuta, e Melchide sposa futura dell'Elettor di Baviera. Da questa grande altezza, quasi librate nell'azzurro, vedevan lì sotto, a pochi passi, la bella chiesa di San Francesco, dove riposavano i loro padri e i loro fratelli, e di cui non esiste più traccia; e tutt'intorno, Pinerolo con le sue mura merlate e coi suoi ponti a levatoio, e il viavai delle sentinelle sugli spaldi delle torri, rispecchiate dall'acque immobili dei fossi. E con un solo giro dello sguardo potevano abbracciare quasi intero il Piemonte, centinaia di borghi e di rocche soggette a loro, od amiche, o nemiche, o malfide; che videro ventiquattro guerre durante il regno di quattro Principi; una pianura meravigliosa, nella quale miriadi di miriadi di alberi salgono in lunghissime file verso i santuari biancheggianti come cubi di neve sulla cima dei colli, si serrano, come eserciti, in masse profonde, si schierano in vasti quadrati attorno a campi color di malachite chiarissimo, convergono in processioni sterminate verso le città, serpeggiano a mille a mille lungo i fiumi e i torrenti, precipitano a legioni giù dalle chine, e incrociano le loro fughe in tutte le direzioni ed empiono gli avvallamenti lontani di vaste moltitudine confuse, presentando innumerevoli sfumature e contrasti di verdi fortissimi e dolci, fin dove il colore della vegetazione si cangia in un azzurro poderoso, e poi digrada in un azzurro gentile, tagliato da una linea immensa e diritta come l'orizzonte del mare.
***
Discendemmo adagio adagio, come se a furia di ficcare gli occhi per tutti i buchi si fosse dovuto scoprire almeno qualche annosissimo servo incartapecorito, dimenticato dalla morte, dal quale si sarebbe potuto saper qualche cosa. Ciascuno metteva coll'immaginazione i suoi personaggi prediletti della casa d'Acaja negli angoli del palazzo, e negli atteggiamenti che gli parevan più propri a dar vita alla sua larva. Un mio amico, invece, si stillava il cervello per capire dove avessero potuto “alloggiare„ Ludovica del Villars nel dicembre del 1362, mentre c'era già in casa la terza sposa di Giacomo; gravissimo quesito per uno storico e per un direttore di albergo. I ragazzi si seccavano. Uno di essi domandò timidamente: — Ma.... dove sono questi Principi d'Acaja? — La più eccitata era una signorina, la quale pensava con un sentimento vivo di tenerezza che il povero Filippo, il diseredato, doveva aver passeggiato per molte e molte ore sotto quel portico, col capo basso e le braccia incrociate, nei giorni che cominciava a presentire le sua disgrazia. Filippo era la sua simpatia. — È una brutta cosa, diceva con calore, che nessuno storico di Casa Savoia abbia detto una parola ardita e generosa in sua difesa. — Andiamo! le rispose l'amico dell'“alloggio,„ ha fatto la guerra da bandito. — La signorina scattò: — Chi n'aveva fatto un bandito? — No veramente, non era giusto. Non era soltanto la coscienza del suo diritto di primogenito che gli rendeva intollerabile di veder destinato il retaggio del padre Giacomo al figliuolo della matrigna; era pure, e più forse, il ricordo di essere stato investito a sette anni di tutti i dominii che gli spettavano, de omnibus civitatibus et burgis, e d'aver ricevuto l'omaggio solenne de' suoi futuri vassalli, in logiam sumiarum, vicino alla grande torre rotonda del castro di Pinerolo. Erano quindici anni ch'egli si teneva sicuro di succedere al padre, quando vide entrare in casa la bella Margherita di Beaujeu, e nascere un bambino in cui l'indole ambiziosa e imperiosa della madre gli fece sospettare fin dalle prime un rivale. La signorìa che la bella donna va pigliando ogni dì più sul marito debole e innamorato, lo afferma a grado a grado nel suo sospetto. L'animo suo s'inasprisce. Crescendo la diffidenza, scema il rispetto, e la freddezza del padre risentito fa peggio. Allora egli parla dei suoi diritti, facendo sonare il passo irato nelle sale del palazzo non più suo, e guarda con gli occhi pieni d'odio quella donna astuta e intrigante il cui unico pensiero è la sua rovina. Egli non ne dubita più oramai. A lui sarà gettata l'elemosina di quattro case e di quattro campi perchè pieghi la fronte di vassallo dinanzi al figliuolo dell'amor senile di suo padre. E il solo che lo potrebbe proteggere, Amedeo di Savoia, lo condanna, e vuole che sacrifichi tutte le speranze della sua vita alla concordia della famiglia! Eppure, sì, quando egli è al cospetto del Conte Verde, quel viso di prode lo soggioga, quella parola nobile e ferma lo persuade: due volte, commosso da lui, egli rinunzia generosamente ai propri diritti. Ma quando torna alla casa paterna, quando rivede l'occhio azzurro e freddo di quella madre egoista, e risente la voce di quel bimbo, nato per la sua sventura e per la sua vergogna, e ha sentore del testamento che lo spoglia per sempre dell'aver suo, anche in caso di morte dell'usurpatore, l'ingiustizia allora gli risolleva l'odio nel cuore, l'ira gli risale per le arterie in ondate di fuoco e gli mette la bandiera della rivolta nel pugno. Amedeo è salpato per l'Oriente; il popolo, sciolto dal timore di lui, i vassalli memori del loro antico giuramento, si leveranno in favore del diseredato. Ebbene, se tutto gli fosse andato a seconda, mancandogli così ogni occasione alla violenza e alla vendetta, la storia avrebbe detto di lui: — Aveva ragione. — Ma non un braccio si leva dalle sue terre, non una voce risponde al suo grido fra quella gente cocciuta, in cui la consuetudine dell'ubbidienza brutale è più forte che il sentimento della giustizia. Esasperato dal disinganno, egli s'indraca allora contro i sostenitori senza coscienza, contro i complici paurosi di quella ladra di principati, che coll'amplesso lascivo ha soffocato nell'anima di suo padre il sentimento dei primi affetti e il rispetto delle solenni promesse. Sanguini, urli dunque sotto le spade e in mezzo alle faci incendiarie dei suoi inglesi e dei suoi alemanni prezzolati, quello stupido pecorame di popolo, poichè è sordo alla voce del diritto e della ragione. Da Barge a Chieri, da Costigliole a Torino, egli passa come un uragano, furioso, accecato, delirante, ma non colpevole di tutte le violenze della sua turba feroce e forse straziato dentro e atterrito dell'opera propria. Il suo cuore non è impietrato. Quando Giacomo fugge a Pavia, una speranza, forse un pentimento lo risospinge verso di lui: corre a Pavia, chiede perdono, riconduce il padre alla sua città, lo circonda di affetto e di cure. Ma il padre muore senza esaudirlo. Una nuova speranza gli brilla al ritorno d'Amedeo da Costantinopoli. Ma il Conte di Savoia proclama solennemente la successione del fanciullo e la reggenza della matrigna. Tutto è finito, dunque. Abbandonato dai Principi a cui ricorre, respinto dai suoi popoli, malsicuro dei suoi mercenari, a che pro raccoglierebbe il guanto di sfida che gli getta l'implacabile Amedeo, chiamandolo traditore e bugiardo, perchè giochi la vita con lui davanti alla Corte dell'Imperatore? Non è il solo pensiero della vanità della prova, forse, quello che gli trattiene la spada: è un resto della riverenza antica per il capo della sua stirpe, è un senso nuovo di ammirazione per l'eroe dell'Oriente, salutato dal plauso del mondo. La lotta non è più possibile. Stretto in Fossano, viene a patti. Con un salvacondotto del vincitore cavalleresco, si reca a Rivoli senza timore. Un Consiglio di giurisperiti deciderà fra lui e Margherita. Forse tutto non è perduto. Ma che! A Rivoli, dinanzi al Conte di Savoia, egli si trova in faccia alla matrigna odiata, che lo accusa delle devastazioni e del sangue. Invano egli invoca il salvacondotto. Mentre il Consiglio delibera sulla successione, un altro Consiglio gli forma processo criminale. Egli non può sbugiardare le accuse, deve pur confessare che s'è ribellato, che ha incendiato, che ha fatto sangue.... Allora, nello sguardo del Conte di Savoia, nell'accento dei Commissari, nell'atteggiamento de' suoi custodi, indovina forse una sentenza tremenda; un misto di rimorso e di pietà di sè stesso gli opprime l'anima, si sente venir meno il coraggio, invoca la misericordia del suo signore.... Che cosa avvenne di quel disgraziato? Il giorno 13 ottobre del 1368 fu ancora interrogato una volta dai suoi giudici nelle prigioni di Avigliana. Poi non se ne seppe più nulla. Fu ucciso? Ma non c'è indizio d'una condanna di morte che sia stata pronunciata contro di lui. Si uccise? Ma perchè non si seppe? Delle due supposizioni, è più ragionevole la prima pur troppo. Ah! ma è doloroso.... ripugna il mettere una macchia vermiglia sulla gloriosa assisa verde d'Amedeo!
***
Queste cose, o presso a poco, doveva dire tra sè la signorina, mentre scendevamo nel giardino, poichè i suoi begli occhi verdi luccicavano come due smeraldi inumiditi e le sue narici sottili vibravano come due alette rosate di farfalla. Il giardino lungo e stretto, chiuso tra quattro muri, è un giardinuccio malinconico di chiostro, fatto piuttosto per dirvi degli atti di contrizione, che per commettervi dei peccati. È incredibile che quello fosse tutto il giardino della Corte: doveva risalire o discendere il colle a scaglioni e a gradinate, e stendersi molto più in là verso le mura. Non di meno, visto di lì sotto, il palazzo antico degli Acaja, così alto, nell'ampio azzurro, coi suoi merli, con le sue finestre arcate, con le sue logge aperte, con la sua torre rotonda e leggera, doveva offrire un aspetto gradevole, o, se non altro, curioso. Ed anche nel giardino ci tenne dietro Filippo, il protagonista della giornata. Non ci fu rimedio. La poetica signorina si commoveva da capo, pensando ai suoi amori di fanciullo. Ah! un idillio gentile davvero che raccomando al mio buon Marenco, per la piccola Cuniberti. Quale argomento più grazioso che le avventure di due sposi di sett'anni? Filippo forse non li aveva ancora quando suo padre Giacomo, collo scopo d'amicarsi il Conte di Ginevra, il quale, come tutore d'Amedeo VI, poteva giovargli presso la Corte di Savoia, concertò il matrimonio del principino con Maria, figliuola del Conte, nata da Matilde di Bologna. Sciolto il ragazzo, col consenso del papa, dai vincoli dell'autorità paterna e proclamato erede dei dominii di Giacomo, si stipulò il matrimonio in forma solenne, al cospetto di molti personaggi ecclesiastici e secolari, fissandosi una dote di quindicimila fiorini d'oro; alla quale parve che il fidanzato si mostrasse affatto indifferente. Le promesse vennero fatte nel 1346. L'anno seguente scese in Italia la sposa. Filippo aveva compito il settennio; la sposa poteva avere otto o dieci anni. Essa portava con sè uno scrigno pieno di gioielli, che suo padre affidò all'abate di San Michele della Chiusa, perchè lo rimettesse agli sposi quando il matrimonio fosse consumato, o lo restituisse alla famiglia quando il matrimonio andasse a monte. Gli sposini non essendo ancora in età di consumar altro che dei confetti, furono celebrati intanto gli sponsali; e la bimba rimase alla Corte degli Acaja ad aspettare gli anni dell'amore. Come avranno passato quel tempo i due ragazzi? Senza molta impazienza, si può credere. E nessuno gli avrà vigilati, di certo. Si saranno rincorsi mille volte per i viali di questo giardino. Essa avrà parlato del cofanetto miracoloso dell'Abate, egli dei bei puledri che avrebbero fatto caracollare insieme per le vie di Pinerolo, tra pochi anni. Sibilla del Balzo, che era ancor giovane, avrà fatto da mamma alla piccola nuora. Qualche bacio innocente nel collo alla sua ginevrina, Filippo ce l'avrà stampato, qualche volta, in mezzo ai roseti. Si saranno posti affetto l'un l'altro? Si saran bisticciati? Quanti lieti pronostici avran fatto i vassalli striscianti e le dame adulatrici! Ah poveri pronostici d'amore! Amedeo VI cresceva; nel 1347 usciva di pupillo. A che poteva giovare il Conte di Ginevra, scadendo dal suo ufficio di tutore? E allora, perchè il matrimonio? Con un tratto di penna, tutto fu sciolto. La povera sposina fu liberata dalle promesse. Le fecero un involtino delle sue bricciche, le rimisero in mano la scatoletta dei suoi gingilli, e la rimandarono al babbo e alla mamma... com'era venuta. Le cronache non dicono se i due ragazzi abbian singhiozzato separandosi, e maledetto “l'iniqua ragion di Stato.„ Si separaron forse con un sorriso. Ma chi sa che molti anni dopo, quando era sposa di Giovanni di Chalon, signore d'Arlay, udendo la miseranda fine di Filippo d'Acaja, la giovine signora non abbia pensato con tenerezza al suo piccolo fidanzato d'un tempo e lasciato cader una lagrima su quella memoria gentile!
***
Avevamo visto tutto, e stavamo per uscire, quando s'accese una discussione vivace tra la signorina e l'esattore intorno alla “mitezza„ dei principi d'Acaja. L'esattore peraltro ci metteva una puntina di malignità, e faceva un po' per chiasso. — Infine, saranno stati miti, diceva; ma fatto sta che nel registro dei loro conti c'è segnata di tratto in tratto una somma per l'acquisto d'una corda nuova, pro magna corda de nouo, che non serviva certamente a far all'altalena. Sì, perdonavano molti delitti.... per denaro. Ma quando i colpevoli erano spiantati, facevano torturare e impiccare de bon cuer, come scrive il mite Amedeo, con ortografia principesca. Uno aveva l'auriculam incisam, l'altro il naso deputatum, un terzo la fronte rabescata col ferro calido, un quarto, gli oculos decrepatos; una donna era combusta, nientemeno; un vecchio annegato come un cane; un altro rabellatus, trascinato alla forca per una corda attaccata alla coda d'un'asina comprata da un'ebrea. E per parua furta si contentavano di sbrindellare le cuoia a vergate. Le pare che sia mitezza, signorina? E quell'altra birbonata di tenere sepolti gli ostaggi in una torre, per anni e anni, dei poveri ragazzi astigiani, che ne uscivan mezzo morti? Perchè non facevano l'inferno per liberarli, quelle dolci principesse? — Ebbene, la signorina l'avrebbe fatto l'inferno, ne potevamo andar sicuri; ma quella di dar carico ai Principi dell'atrocità della giustizia punitiva, che era mostruosamente atroce da per tutto, in quel tempo, le faceva alzare le spalle (ammirabili). Conosceva anch'essa il famoso regesto, e sapeva che la mitezza degli Acaja si poteva dimostrare con altre prove. Bisognava vedere, per esempio, in qual maniera punivano le colpe che offendevano soltanto le loro persone. Un Barnabò non si sarebbe contentato di far pagare una piccola multa a chi avesse parlato in pubblico contro il suo onore; Galeazzo avrebbe levato qualcosa di più che pochi fiorini ad una donna che avesse bruciato in chiesa il banco d'una principessa, la vigilia del suo onomastico; nè altri Principi d'allora pagavano alla povera gente, come usavano gli Acaja, i danni fatti dai loro cani e dai loro falconi; no sicuramente. — Andiamo, le concedo questo, — rispose l'esattore; — ma non potrà negare che quella di far dormire le principesse sulla paglia era una vera barbarie. — Tutti gli diedero sulla voce: era un calunniatore. Ma egli addusse la prova, una somma registrata nei conti pro precio unius charrate palearum pro lectis faciendis pro adventu domicelle Bone; Bona principessina, figliuola d'Amedeo.... — Ci avranno dormito tutti sulla paglia, — osservò la signorina. Che! Che! — rispose l'altro trionfante, il dominus dormiva sulla lana. C'è registrato. Lanam materacii ad opus domini. Che mi viene a contare! — E allora tutti risero, e la discussione finì in quella maniera, sul morbido, come non sogliono finire le discussioni con gli esattori.
***