Mi commoveva l'amore di quei due poveri esseri così maltrattati dalla natura e dalla fortuna, così meschini e così umili, che s'erano forse stesa la mano per pietà l'uno dell'altro. Pensavo che s'eran forse detto, senza parlare: — O povero giovane, o povera ragazza, e chi ti vorrà bene al mondo se non son io? Vuoi unire la tua tristezza con la mia tristezza, la tua povertà con la mia, vuoi che soffriamo insieme e che ci amiamo tanto da non avvederci più che la natura ha messo le nostre anime in due corpi infelici? — E da questo pensiero mi nacque l'idea del romanzo: l'amore, il matrimonio, molti anni di miseria durissima, una sequela di calamità e di umiliazioni da condurli al proponimento del suicidio; poi le leggi della natura smentite: un amore di bambino, un fiore maraviglioso di bellezza e di robustezza, e con esso la vita mutata; e dopo questa altre creature somiglianti, una nidiata d'angioli, d'intelligenza pari alla bellezza, ammirazione e invidia di tutti, una famiglia di grandi ingegni precoci, di artisti ammirati a quindici anni e famosi a venti, la gloria, la ricchezza, la vita come un sogno d'oro.... Ma l'idea cadde dopo pochi giorni. Non erano più poetici, così come li vedevo, quei due poveri giovani sconosciuti, destinati a una vita oscura e stentata, ma confortata da un amore profondo; non era meglio ch'io non snaturassi con l'immaginazione quel sentimento di simpatia pietosa ch'essi m'ispiravano, accompagnata da molti pensieri quieti e buoni intorno alla vita e alla natura umana? Perchè contraffare con l'arte quella realtà così triste e così gentile? E buttai l'idea del romanzo nella gran fossa comune degli aborti della fantasia.

*

Ritornai alla prima idea una mattina presto osservando dalla finestra sulla piazza dello Statuto, già bianca di neve, i carrozzoni delle tre linee che vi s'incrociano, fermi, che aspettavano l'ora della partenza. La vista di quelle piccole case ambulanti che nella luce crepuscolare, ravvolte dal nevischio, con quei colori ciarlataneschi degli annunzi, offrivano l'aspetto strano e compassionevole d'un gruppo di baracche variopinte di saltimbanchi perdute in mezzo a una steppa, mi destò il capriccio di scendere, di ficcarmi in una e poi in un'altra, e di girar così tutta la mattina, come un vagabondo in cerca d'avventure. E così feci. I passeggieri salivano con le spalle bianche, la neve pioveva fittissima contro i finestrini; di dentro si vedevano a traverso i vetri bagnati e il velo dei fiocchi le case e la gente così in confuso da non raccapezzare più, di tratto in tratto, in che parte di Torino si fosse; e lo strepito dei cavalli che puntavano lo zampe e sdrucciolavano sul ciottolato, incitati dal vocìo continuo dei cocchieri, il frastuono di fischi, di grida, di frustate, di scampanellate, di scalpitii, di squilli di corno che raddoppiava ai crocicchi dove le linee si tagliano, le traversate delle vaste piazze candide dove altre grandi macchio oscure di carrozzoni s'avvicinavano e fuggivano, era per me quasi uno spettacolo nuovo, che mi ricordava certi diletti acuti che dà alla fanciullezza l'inverno. Poi, quando la neve fu più alta, le fermate improvvise, le file dei carrozzoni aspettanti, pieni di passeggieri immobili, come larve spaurite, l'affaccendarsi dei cocchieri e dei fattorini a ripulire e a sospingere le ruote, tutta quell'agitazione di forme nere su quella bianchezza quieta, sotto quella pioggia bianca, densa, continua, silenziosa, in cui si smorzavano le voci, i sibili e gli squilli che venivan dalle vie vicine e lontane, tutto questo mi diede il senso e l'illusione di quegli antichi viaggi in diligenza, pieni di peripezie e di sorprese, che i romantici rimpiangono, e mi fece riafferrare vivamente il proposito del primo giorno. Sì, uno studio.... un libro.... la carrozza di tutti.

Fu appunto quella mattina che mi si mostrò in piena luce l'animo di Giors, un cocchiere della linea Vinzaglio, col quale avevo già parlato più volte, perchè attaccava discorso con tutti, familiarmente. Quel maledetto tempo, che era la dannazione dei cocchieri, pareva che accrescesse il suo buon umore abituale. Insaccato nel cappottone, imbacuccato nella grossa cuffia di lana color cacao, piantato in un par di scarponi da cavatore di sabbia, coi suoi enormi guanti fatti di pezzi di cuoio, di panno e di calza, egli si pigliava il nevischio in faccia e sguazzava nella belletta della piattaforma con un'allegria di carnevale, salutando con grida e versi buffi i cocchieri dei tranvai che passavano e riprendendo ogni momento a zufolare un motivo della Carmen: toreador attento, che non sapeva finire. Invidiabile uomo! L'idea della colazione bastava a farlo felice. Ogni volta che facevo una corsa con lui ritornavo a casa con un appetito da cacciatore alpino. Ogni giorno verso quell'ora, quando principiava a stimolarlo la fame, egli cascava nei discorsi gastronomici, tormentando i colleghi con le più crudeli provocazioni. — Ebbene, camerata, ci staresti a un bel piatto di agnellotti, con un buon sugo e molto formaggio, caldi che fumino, eh? — o sillabava a voce alta i nomi delle ghiottonerie che vedeva di sfuggita nelle vetrine, come parlando all'aria: — Mor-ta-della di Bologna! Sa-lame di Alessandria! — e poi dava in una risata che scopriva i suoi forti denti bianchi, spiccanti nel sano color bruno del viso, attraversato da due grandi baffi neri e lucenti. Diceva d'aver quarant'anni; ma ne davan trenta le mosse vigorose, la voce sonora, il riso fresco, la giocondità di buon ragazzo che gli brillava negli occhi chiari e vivacissimi, sempre sorridenti. Ed era simpatico a tutti anche per il suo buon garbo ad aiutare a scendere e a salire vecchi, bambini, donne, malati, di qualunque condizione fossero, senza gradazione di cortesia.

Quella mattina mi divertì moltissimo. Salì in piazza Carlo Felice un quidsimile d'ortolano, con un canestro al braccio, che mandava un odore acuto di tartufi bianchi. Quell'odore eccitò subito Giors, che tra un fischio e una schioccata di frusta, tra una girata e l'altra di freno, prese a fare ogni specie d'allusioni facete al “frutto proibito„ strizzando l'occhio ora a questo ora a quel passeggiere, contento, come se quei tartufi fossero destinati alla sua tavola. — Ah che fior di patate! Saccorotto! Roba dell'orto del diavolo! — Il municipio avrebbe dovuto proibire di portar in giro quella razza di peste; egli n'avrebbe sentito il puzzo nella polenta per quindici giorni. Proprio quello ci mancava per aguzzargli l'appetito, quella mattina ch'egli si sarebbe mangiato le posate. Tutte le disdette! Per esempio, ci aveva anche un cavallo che si chiamava Risotto, che a nominarlo soltanto si sentiva aprire un vuoto nello stomaco.

Finì di metterlo di buon umore la comparsa d'un signore di sua conoscenza, che lo salutò amichevolmente: — Buondì, Giors! Brutto tempo, eh?

— Che! — rispose Giors. — È un tempo che rinforza.

— Cosa c'è questa mattina al Grand Hôtel della Barriera di Francia?

— Riso e paste.... con tartufi.

Giors aveva la famiglia alla barriera di Francia, suo capolinea, dove verso l'undici la moglie gli portava la colazione, ch'egli spacciava in cinque minuti, sedendo sul montatoio del carrozzone. Il Grand Hôtel era quello.