—A voi,—diceva una volta una signorina a un uffiziale reduce dalla guerra;—ditemelo voi che cosa proprio si sente, che cosa veramente si prova in quei momenti terribili. E siate schietto, ve ne prego. Voi altri militari, quando parlate della guerra, ne spacciate delle grosse, e trovate chi le beve; ma io non son di questo numero, ve ne avverto. Ditemi la verità, nulla più che la verità, e senza tanto rettoricume, chè di descrizioni di battaglie, sui libri, ne ho già lette anche troppe, e son tutte calcate sullo stesso disegno.

—Dire, dire, gli è presto detto; così senza prepararmici? Datemi almeno tempo a raccogliere e ordinare le mie rimembranze, se no vi farò un guazzabuglio senza capo nè coda.

—No, signorino; preparativi no. Io non voglio una dissertazione di filosofia, e tanto meno una pagina di storia militare. Ditemi su, alla buona, come vien viene, tutto quello che avete visto; animo, non vi fate pregare; parlate.

—Lo volete assolutamente?

—Parlate.

—Parlerò; ma badate: io non dirò una parola di più di quanto ho veduto; se il racconto vi divertirà poco, non sarà tutta colpa mia.

—Siate schietto, e non cercate più in là; cominciate.

—Comincio, e prima di tutto.... un'idea del terreno. Attenta. Poniamo che questa sia la catena delle Alpi: quel contrafforte che si stacca....