E se n'andò. Feci un salto da sfondare il pavimento, e urlai:—Remigio!—Remigio venne.—Fammi la valigia, subito.—Quando seppe dove andavo, ne parve più contento di me:—Che festa, figuriamoci, per la sua signora madre! Mi par di vederla.—Metti dentro l'immagine di Santa Teresa, i fiori secchi, l'astuccio e i sigari—io gli dissi. Egli mi guardò meravigliato.—Ah! tu non sai dove siano! Eccoli qua.—E aperta una cassettina che tenevo sempre chiusa, vi presi e gli porsi ogni cosa.—Ha conservato tutto!—esclamò quel buon soldato giungendo le mani in atto di grande sorpresa, e seguitò per un po' di tempo a guardare ora me ora gli oggetti sorridendo ed esclamando affettuosamente:—Anche i fiori secchi!—
Di tutto quello che ho fatto prima di partire non mi ricordo altro se non che, visitato il colonnello, girai come un arcolaio per la città e pigliai a braccetto tutti gli amici che incontravo, non ristando mai dal magnificare le bellezze di Bergamo:—Guarda che cielo! guarda che colline! guarda che stupenda pianura!—e gli amici si stringevano nelle spalle. L'ordinanza mi accompagnò alla stazione; pagai il biglietto e mi dimenticai di pigliare il resto; mandai un dispaccio telegrafico a mia madre, dicendo non so che sciocchezza al telegrafista, che ebbe la bontà di ridere; fumai, o piuttosto disfeci a morsi due o tre sigari in pochi minuti, e finalmente....—Signor tenente—mi disse l'ordinanza porgendomi la valigia quando cominciò a sonar la campanella;—mi faccia il favore di portare i miei saluti alla sua signora madre, e dirle che io non mi sono mai dimenticato della bontà che ella ebbe per me e per la mia famiglia e che le ho sempre....
—Che le hai sempre voluto bene, sì, dillo pure, mio buon Remigio; non mi dimenticherò di nulla; a rivederci presto; addio.
—Buon viaggio, tenente!—
Il convoglio era già in moto; misi fuori la testa e vidi ancora la mia ordinanza ferma dietro il cancello della stazione; appena mi scorse, alzò la mano alla tesa del cheppì e ve la tenne fin ch'io gli disparvi allo sguardo.
Dovevo arrivare a Torino alle dieci della sera.
Giunto alla stazione di Milano, vidi un battaglione di fanteria che si disponeva a salire su lo stesso convoglio; riconobbi un ufficiale mio amico, e lo chiamai.—Andiamo a Torino—mi disse;—s'aspetta che attacchino dell'altre carrozze; abbiamo con noi il colonnello e lo stato maggiore; il comando del reggimento resterà a Torino; ci si scrive di là di non so che accoglienza che ci sarebbe preparata alla stazione.... Anche questa ci mancava! Gli applausi, oramai, mi fanno molto peggiore effetto dei fischi. Oh speranze! Domanderò la dimissione, anderò a fare il consiglier comunale nel mio paesucolo, sarò capitano della guardia nazionale, mi abbonerò alla Gazzetta Ufficiale, porterò i calzoni larghi in fondo, piglierò moglie e tabacco, e morirò cavaliere. È il mio destino. Addio.—
Il suo reggimento, di cui non ricordo il numero, s'era splendidamente condotto alla battaglia di Custoza.
Quel viaggio da Milano a Torino fu eterno.—Che tormento—dicevo—star rinchiusi in questa prigione di carrozza! Non c'è aria, non si respira; ci dovrebbero essere dei posti sopra, che diavolo. Oh! intanto godiamoci il nostro arrivo colla fantasia. Supponiamo di essere già entrati nella stazione. No, è troppo presto; voglio godere lentamente. Supponiamo di essere ancora fuori della cinta di Torino, molto fuori. Il convoglio va, va, va; ecco la cinta; oh che respiro! Ecco le prime carrozze della stazione; oh Dio! supponiamo un impedimento qualunque; fermiamoci; va troppo presto questo maladetto convoglio. Avanti, s'entra nella stazione, il convoglio si ferma, no! non ancora! che fretta importuna! lasciami godere a mio bell'agio; così; avanti. Dio mio! eccomi sceso, ecco lì fuori la gente che aspetta, ecco.... Oh che caldo con questo cappottacelo pesante! Ma come fate voi altri a dormire,—dicevo guardando i viaggiatori che avevo intorno;—come fate a dormire voi altri con questa febbre che.... ho io?