UNA MORTE SUL CAMPO.
Le artiglierie, sul campo di battaglia, presentano uno spettacolo che fa ad un tempo meraviglia e terrore.
Il vedere quel lungo convoglio di cavalli, di cannoni e di carri muoversi, ad un cenno, dall'uno all'altro capo, e con tremendo frastuono lanciarsi di carriera, attraversare campi, strade, vigneti, salendo, scendendo, svoltando con rapidissimi serpeggiamenti;—e nella corsa impetuosa superare argini, saltar fossi, rovesciare e schiacciare siepi e piante e solchi, e ravvolto in un turbine di polvere e di sassi dileguarsi tra gli alberi lontani;—e indi a pochi minuti vederlo apparire in cima a una collina, e in un istante rompersi, dividersi, schierarsi, levare al cielo una immensa nuvola ed empiere di alti rimbombi tutte le valli d'intorno;—e ad ogni colpo veder quelle bocche formidabili retrocedere come atterrite del proprio grido, e lontano lontano rovinar case, alberi spezzarsi, e schiere compatte di nemici rompersi e disseminarsi per la campagna;—gli è davvero uno spettacolo che meraviglia e atterrisce.
Dal sentimento della potenza meravigliosa e terribile delle proprie armi, il soldato d'artiglieria trae quel suo carattere particolare di gravità e di alterezza, che non gli si scompagna mai dall'animo nè dall'aspetto, neanche dopo una battaglia perduta, quando tutti gli altri sono prostrati dalla tristezza e dallo sconforto.
Così, seri, pensosi, ma non iscorati, non avviliti, entravano sul far della sera, in Chivasso, i cannonieri d'una batteria dell'esercito piemontese, quindici giorni dopo la battaglia di Novara. Alla batteria mancavano molti carri, molti cavalli, un cannone, due uffiziali e parecchi soldati. L'accompagnavano un capitano e un luogotenente. Il popolo assisteva tacito e mesto alla loro entrata come al passaggio di un convoglio funebre.
Si fermarono nella prima piazza. Il capitano ordinò al suo uffiziale di parcare la batteria, e, sceso da cavallo, si mise a guardare intorno come se cercasse qualcuno in mezzo alla gente che s'era affollata.
Di lì a un minuto, gli si avvicinarono due giovani (l'uno poteva essere sui venticinque anni, l'altro sui diciotto), si tolsero il cappello e gli domandarono timidamente:—È lei il signor capitano....?
Il capitano non li lasciò finire, strinse la mano a tutti e due chiamandoli amichevolmente per nome, e disse:—Mi son preso la libertà di scrivere addirittura a loro senz'aver l'onore di conoscerli, perchè in questa città non sapevo a chi altri rivolgermi; avrei scritto anche prima, se prima avessi potuto saper qualcosa della loro famiglia.... Ma neanco i suoi amici,—soggiunse con accento mesto,—non seppero dirmi nulla.... E sì che ne avea molti e carissimi, quel povero giovane.