L'uffiziale interrogò collo sguardo il soldato; questi scrollò una spalla. La gente insistè; l'uffiziale e il soldato dissero un'altra volta di no. La folla, più vivamente commossa dalla generosità di entrambi, ripetè con molto calore le sue istanze. Allora il prigioniero si prostrò spontaneamente ai piedi del soldato. Metteva pietà: era tutto stravolto e tremante; ansava forte colla faccia nascosta nelle mani e tentava e non poteva profferire quella parola, che più che dal volere degli astanti, gli era forse imposta dal cuore. Il soldato lo guardò un istante in aria di compassione.

—Perdonagli!—gli disse l'uffiziale.

—Per me,—rispose il soldato con un accento che volea parer noncurante e non l'era,—per me.... gli ho già bell'e perdonato.

—Bravo!—dissero ad una voce i soldati, i cittadini e l'uffiziale.

Intanto questi aveva acceso un sigaro alla lanterna e lo teneva fra le dita. Il prigioniero uscì, scortato dal sergente e da quattro soldati, asciugandosi gli occhi colla manica della giacchetta; tutta l'altra gente, mormorando, lo seguì.

—E tu sta allegro, veh!—disse l'uffiziale al ferito battendogli una mano sulla spalla e ponendogli coll'altra il sigaro in bocca.

Il soldato addentò il sigaro sorridendo, mandò fuori due o tre boccate di fumo, e poi, premendone la punta tra l'indice e il pollice per farlo meglio fumare, rispose con una faccia perfettamente serena:

—Sicuro che sto allegro.... ma capirà bene, signor tenente, che, in fin dei conti, le son cose che annoiano.

—Oh! te lo credo!—esclamò l'uffiziale ridendo.

Tutti i soldati risero, rise anch'esso il povero ferito, e si continuò a chiacchierar di bubbole per un altro paio d'ore, tanto che, in fin dei conti, la fu una delle più allegre serate.... che si possano passare in un corpo di guardia.