—Ho capito,—egli pensò;—n'ha un ramo,—e, cavato di tasca qualche soldo, glielo porse, facendo atto di andarsene. Ma la fanciulla, piegando un braccio dinanzi al petto come per farsi schermo del gomito contro la mano che le porgeva il danaro, esclamò un'altra volta:
—Voglio te.—
E si mise a pestar forte co' piedi, arruffandosi i capelli con tutt'e due le mani e mandando fuori un lamento sordo e monotono come fanno i bambini quando fingono di piangere. E la gente intorno rideva. L'ufficiale guardò la gente, poi la fanciulla, poi di nuovo la gente, e poi riprese l'andare. Attraversò liberamente quasi tutta la piazza; ma giunto all'imboccatura della strada che mena al porto, si senti alle spalle un passo rapido e leggero, come di chi corra in punta di piedi, e mentre stava per volgersi indietro, una voce sommessa gli mormorò con uno strano accento nell'orecchio:—Mio tesoro!—
Egli si sentì correre un brivido dalla testa alle piante; non si volse; tirò innanzi a passo spedito. E un'altra volta quella voce:—Mio tesoro!—
—Oh! insomma,—gridò allora indispettito volgendosi in tronco verso la ragazza, che si ritrasse timidamente indietro,—lasciatemi in pace. Andate pei fatti vostri. Avete capito?—
La fanciulla fece un viso tutto compunto, poi sorrise, mosse un passo innanzi, e allungando la mano come per fare una carezza all'ufficiale, che si scansò prontamente, mormorò:—Non t'arrabbiare, tenentino.—
—Va' via, ti dico.
—....Tu sei il mio tesoro.
—Va via, o chiamo i soldati e ti faccio mettere in prigione.—E indicò alcuni soldati ch'erano fermi sulla cantonata. Allora la ragazza si allontanò a lenti passi, di sbieco, sempre cogli occhi rivolti all'ufficiale, di tratto in tratto sporgendo il mento e ripetendo a fior di labbra:—Mio tesoro!—
—Peccato!—diceva tra sè il tenente infilando la via del porto;—è tanto carina.—