Di qui ebbe l’impulso primo che lo volse agli studi sociali....

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Un caso lo spinse innanzi prima del tempo. Desideroso di conoscere le prime manifestazioni dell’ingegno del Rateri, e un poco anche di vedere in che specie di fucina egli martellava la sua strana prosa di battaglia, andò un giorno a cercar la raccolta del primo semestre all’ufficio del giornale, che era in una strada fuor di mano di Borgo San Secondo, in due stanze a terreno, in fondo a un cortile silenzioso. Visto l’uscio aperto, entrò senza picchiare, credendo di trovar nella prima stanza un segretario o commesso che ricevesse i visitatori; e invece si trovò subito nell’ufficio di redazione, in uno stanzone lungo e nudo come un parlatorio di convento, dove, a capo d’una grande tavola senza tappeto, coperta di giornali, stava seduto il direttore, e ritto accanto a lui una signora e un operaio, che spiccavano sul vano luminoso d’un finestrone. N’ebbe un senso di rispetto, come se il desiderio della raccolta, che l’aveva condotto là, potesse parere al Rateri un pretesto puerile per fargli indovinare l’animo proprio, e quasi per offrirsi alla Causa.

Vedendolo entrare, il Rateri pronunziò il suo nome in accento interrogativo, senza poter reprimere un piccolo moto di stupore, e gli altri due lo guardarono con una curiosità evidente di saper con che scopo fosse venuto. Gli passò sul viso un leggerissimo rossore, che quelli notarono, e, rapidamente, guardando un busto di Carlo Marx che era nel mezzo d’una parete, cercò un altro pretesto alla visita. Ma non ce n’era altri che non dovesse parere anche più finto di quello.

Espresse il suo desiderio.

Allora quei tre lo fissarono con uno sguardo anche più intenso, col quale egli incrociò il suo, curiosamente, indovinando il pensiero di tutti e tre. Uno sguardo gli bastò per capire chi fossero l’uomo e la donna che vedeva per la prima volta. La donna era certo quella Maria Zara, della quale si parlava da un anno a Torino, dilaniandola, a causa della propaganda che faceva tra le operaie, per raccoglierle in associazioni, con articoli e conferenze, che si mettevano in ridicolo: una specie di Luisa Michel, come la definivano. Il suo aspetto non corrispondeva punto all’immagine che il Bianchini se n’era fatta, udendone dire gli orrori che ne dicevano. Dimostrava un trentasei o trentasett’anni: era alta di statura e pallida, e aveva gli occhi scuri e profondi, con due grandi sopracciglia nere, da cui le risaliva fino a mezza fronte una ruga sottile e diretta, che le dava un’aria di energia virile, e sviava l’attenzione della grazia originale, benchè un po’ appassita e quasi stanca, del suo viso pensieroso. Era vestita di nero, col collo nudo, semplice, e pettinata semplicemente: pareva una monaca che avesse buttato il velo, e il contrasto del suo viso spirituale e triste con le belle forme del suo corpo robusto e fermo nell’atteggiamento risoluto d’una donna abituata a parlare in pubblico, aveva non so che di strano e seducente, da cui il Bianchini fu scosso. L’operaio, meno alto di lei, un tipo di giovane russo, di viso fino ed aperto, contornato d’una barba rossiccia, e vestito di panni logori, ma pulitissimi, che lo guardava con gli occhi socchiusi d’un miope, gli parve che dovess’essere — e non s’ingannava — un tal Mario Barra, del quale la «Questione sociale» pubblicava certi articoli intorno all’«organizzazione della classe operaia», veri torrenti di parole e di pensieri monchi e disordinati, in cui si sentiva il balbettìo impaziente d’una intelligenza affollata d’idee, che per la difficoltà d’uscire s’ingorgavano come il liquido nel collo troppo stretto d’una bottiglia capovolta.

Il Bianchini notò una diversa espressione nei tre sguardi che lo fissarono: in quello del Rateri una fredda curiosità, come davanti al semplice enunciato d’un problema aritmetico; in quello dell’operaio una idea di simpatia, che s’avvicinava al sorriso; in quello della donna il senso d’una interrogazione severa e quasi diffidente, ma in cui gli parve pure di scorgere qualche cos’altro, come l’ombra d’una rimembranza. E capì che tutti e tre gli avevano letto nell’anima.

Il direttore gli rispose lentamente, come distratto, che non essendo pronta una raccolta intera, avrebbe cercato di farla mettere insieme, e che, se anche fossero mancati dei numeri, siccome era stabilito che i mancanti si ristampassero, egli sarebbe stato soddisfatto presto o tardi: frattanto, gli avrebbe mandato a casa i fogli che c’erano.

Parlando, s’era alzato egli pure, e stava in mezzo agli altri due, immobile, formando con essi come un gruppo statuario in fondo alla stanza nuda; davanti al quale il Bianchini ebbe un pensiero che gli scosse l’animo, e gli rimase impresso dentro indelebilmente insieme con l’immagine di quelle tre persone raggruppate. Erano le tre grandi forze del socialismo: un borghese; una donna, la grande ausiliatrice invocata ed attesa, senza la quale nulla si sarebbe compiuto, quella che doveva infonder la costanza ai valorosi, e suscitare gli inerti, e svergognare i codardi, e sollevare, soffiando nell’oceano umano, l’onda che avrebbe sepolto il vecchio mondo. Erano il simbolo vivente della rivoluzione futura. E con questo pensiero gli s’affacciò alla mente, quasi visibile come una realtà, l’abusata immagine dell’«alba d’un’età nuova» e gli parve un momento che quelle tre figure immobili e ardite si disegnassero sulla bianchezza di quell’orizzonte ideale.

Fu tentato di dire una parola; ma lo trattenne un senso di dignità, di cui avrebbe saputo dar piena ragione. Si ristrinse a ringraziare, ed uscì, facendo un saluto senza sorriso, a cui non risposero che i due uomini, con un cenno del capo. Uscì socialista....