—Oh bella!—rispose allontanandosi;—perchè una volta il mondo non era il mondo d’adesso. E perchè, potrei domandare a lei, una volta gli uomini erano più alti, le giornate erano più lunghe e le bestie parlavano?
E se n’andò scrollando la testa in atto di compatimento.
Quel giorno, pranzando l’Ambasciatore in città, Selam e gli altri soldati non fecero che galoppare fra la città e le tende, con gran divertimento dei pittori e mio, perchè mai più di quel giorno ci colpì il ridicolo contrasto della maestà del loro aspetto coll’umiltà dei loro uffici. Ecco, per esempio, il servo Hamed, piantato sopra uno stupendo cavallo nero, che esce di galoppo dalla porta merlata di Mechinez e si slancia a briglia sciolta a traverso la campagna. Il suo alto turbante, illuminato dal sole, splende della bianchezza della neve; la sua grande cappa celeste ondeggia al vento come un manto reale; il suo pugnale scintilla; tutta la sua figura maschia e graziosa, spira la maestà d’un principe e la baldanza d’un guerriero. Quante vaghe immagini fa brillare alla mente quel bel cavaliere mussulmano che vola come un fantasma sotto le mura d’una città medioevale! Dove va? a rapire la più bella figliuola del pascià di Faraone? a sfidare il valoroso caid d’Uazzan, fidanzato alla sua amante? a versare i suoi affanni nel seno del santo secolare che prega da ottant’anni sulla cima del monte Zerhun, nella sacra zauia di Mulei-Edris?
No; viene all’accampamento a pigliare un fritto di patate per il desinare dell’Ambasciatore.
Verso il tramonto, i pittori ed io andammo in città, a cavallo alle nostre mule, accompagnati da quattro soldati a piedi del governatore di Mechinez, i quali avevano lasciato i fucili e s’erano armati di bastoncini e di funi a nodi. Prima di metterci in cammino, però, convenimmo con loro, interprete Hamed, che quando avessimo battuto tutti e tre palma a palma, in qualunque punto della città ci trovassimo, essi avrebbero preso la via più corta per ricondurci all’accampamento.
Passate due porte esterne, divise da una salita ripidissima, ci trovammo nel centro della città. La prima impressione fu una gradevole sorpresa. Mechinez che c’immaginavamo più malinconica di Fez, è invece una città allegra, piena di verde, attraversata da molte strade tortuose, ma larghe e fiancheggiate da case basse o da muri di giardini di poca altezza, che lasciano vedere le cime delle bellissime colline circostanti. Da ogni parte, si vede sorgere sopra le case un minareto, una palma, un muro merlato; a ogni passo una fontana o una porta ornata di arabeschi; quercie e fichi frondosi in mezzo alle strade e alle piazze; e per tutto aria aperta, luce, odor di campagna e una certa pace gentile di città principesca, decaduta, ma non morta. Dopo molti giri riuscimmo in una vasta piazza, sulla quale dà la facciata monumentale del palazzo del Governatore, risplendente di graziosissimi musaici di smalto di cento colori; e in quel momento battendovi gli ultimi raggi del sole, scintillava tutta come i palazzi tempestati di perle delle leggende orientali. Dieci soldati facevano il gioco della polvere, una cinquantina di servi e di guardie stavano seduti in terra dinanzi alla porta, la piazza era deserta. Che bel momento! Quella facciata luminosa, quei cavalieri, quelle torri, la solitudine, il tramonto, formavano tutt’insieme uno spettacolo così schiettamente moresco, spiravano un’aura così viva d’altri tempi, presentavano in un sol quadro tanta storia, tanta poesia, tanti sogni, che rimanemmo un pezzo tutti e tre immobili in mezzo alla piazza come trasecolati. Di là, i soldati ci condussero a vedere una grande porta esterna, di forma nobilissima, rivestita pure, dal piede dei muri fino alla sommità, di musaici delicati e multicolori, che brillavano al sole come una miriade di rubini, di zaffiri e di smeraldi, incastonati in un arco trionfale d’avorio; e i pittori la schizzarono sull’album colla testa in visibilio; e rientrammo in città. Fin qui la gente che avevamo incontrata per strada, non s’era mostrata che curiosa, e c’era parso anzi che ci guardasse con occhio meno malevolo che la popolazione di Fez. Ma tutt’a un tratto, senza un’ombra di ragione, cangiò d’umore. Cominciarono alcune vecchie a mostrarci il bianco dell’occhio, poi alcuni ragazzi a tirar sassolini fra le gambe alle nostre mule, poi uno sciame di monelli a correrci dinanzi e un altro sciame alle spalle, facendo una gazzarra d’inferno. I soldati, ben inteso, non stettero a far complimenti. Due rimasero davanti, due ci si misero dietro, e attaccarono un vero combattimento colla ragazzaglia, legnando i più vicini, tirando sassate ai più lontani, inseguendo per lunghi tratti i più insolenti. Ma fu fatica sprecata. Non osando risponder coi sassi, i monelli si misero a buttar aranci fradici, buccie di limone, sterco secco, e la pioggia diventò in pochi momenti così fitta, che ci parve prudente di consigliare i soldati a desistere dalle offese, per non provocare di peggio. Ma i soldati inaspriti o non ci sentirono o non ci vollero dar retta e continuarono a combattere con furore crescente. Non potendo sfogarsi sui monelli, se la pigliavano cogli uomini. A ogni pancia che spuntasse da una porta, una funata, a modo di avvertimento; a ogni povero diavolo che, passandoci accanto, non si stringesse al muro, un urtone che lo cacciava dieci passi indietro; a ogni vecchia che ci guardasse torvo, i pugni sul viso e un urlo sgangherato nell’orecchio. Indignati di quella brutalità, li avvertimmo con gesti risoluti che smettessero. Quei disgraziati credettero che li rimproverassimo di fiacchezza e si diedero a picchiare più forte. Per giunta, sbucarono non so di dove due ragazzi di dieci o dodici anni, forse parenti dei soldati, armati anch’essi di bastoni; s’aggregarono, bastonatori volontarii, alla scorta, e cominciarono a menar botte così disperate, a uomini, a donne, ad asini, a muli, a vicini, a lontani, che i soldati stessi si videro costretti a raccomandar loro la moderazione. E ad ogni legnata, si voltavano tutti e due a guardare noi tre, come per consigliarci di prenderne atto per ricordarcene nel dare la mancia; e siccome noi ridevamo come matti, pigliavano il nostro riso come un incoraggiamento, e tiravan via a picchiare come anime perdute. Ora che seguirà?—dicevamo noi.—Uno scandalo! una rivoluzione!—Già i legnati brontolavano, qualcuno aveva alzato la mano sui due ragazzi, bisognava uscir di città immediatamente. Il Biseo, nondimeno, esitava ancora, quando, nel passare per una piazzetta piena di gente, un sasso colpì nella testa la mia mula e una carota rasentò la nuca dell’Ussi. Allora ci decidemmo a battere tutti e tre palma a palma, il segnale convenuto per la ritirata. Ma anche questo innocente segnale provocò un baccano. I soldati, per mostrarci che avevan capito, ci risposero battendo le mani; tutta la gente ch’era nella piazza, intendendo forse di canzonarci, si mise a battere; e intanto continuavano a piovere buccie di limone e maledizioni e legnate; e piovevano ancora ch’eravamo vicini alla porta; e quando già scendevamo verso l’accampamento, ci gridavano ancora alle spalle dall’alto delle mura:—Maledetto il padre tuo!—Sia sterminata la vostra razza!—Dio faccia arrostire i vostri bisnonni!—
Così ci ricevette la città di Mechinez, e fortunati noi ch’era la città più ospitale dell’Impero!