Dopo quattr’ore di cammino, arrivammo sulla riva del Sebù, dove venti cavalieri dei Beni-Hassen, comandati da un bel ragazzo di dodici anni, figlio del Governatore Sid-Abd-Allà, ci vennero incontro di carriera, salutandoci colle solite fucilate e le solite grida.

L’accampamento fu piantato in fretta e in furia vicino al fiume, in un terreno nudo, rotto da profonde screpolature, e fatta colazione alla lesta, ci ritirammo tutti sotto le tende.

Fu quella la giornata più calda del viaggio.

M’ingegnerò di dare una lontana idea dei nostri tormenti.

I lettori gentili preparino il cuore a un sentimento di profonda pietà.

M’asciugo il sudore e scrivo.

Alle dieci della mattina, quando i miei tre compagni ed io ci ritirammo sotto la tenda, il termometro segnava quarantadue centigradi all’ombra. Per un’ora circa, la conversazione si mantenne animata. In capo a un ora, cominciando a provare una certa difficoltà a terminare i periodi, ci riducemmo a discorrere a proposizioni semplici. Poi, costandoci fatica anche il mettere insieme soggetto, verbo e attributo, smettemmo di parlare e tentammo di dormire. Fu un tentativo inutile. I letti caldi, le mosche, la sete, l’affanno non ci lasciavano chiuder occhio. Dopo aver molto sbuffato ed esserci molto dimenati, ci rassegnammo a star svegli, cercando d’ingannare il tempo in qualche modo. Ma non v’era modo. Sigari, pipe, libri, carte geografiche, tutto ci cadeva di mano. Provai a scrivere: alla terza riga la pagina era fradicia dal sudore che mi cadeva dalla fronte come acqua da una spugna spremuta. Mi sentivo tutto il corpo percorso da innumerevoli rigagnoli che s’intersecavano, s’inseguivano, formavano dei confluenti e dei ringorghi, e venivan giù per le braccia e per le mani fino ad annacquarmi l’inchiostro sulla punta della penna. In pochi minuti, fazzoletti, asciugamani, veli, tutto ciò che poteva servire ad asciugarci, era inzuppato che pareva stato immerso in un secchio. Avevamo un barile pieno d’acqua: provammo a bere: era bollente. La buttammo via: aveva appena toccato terra, che non se ne vedeva più traccia. A mezzogiorno il termometro segnava quarantaquattro gradi e mezzo. La tenda era un forno. Tutto quello che toccavamo, scottava. Mi posi una mano sulla testa: mi parve di metterla sopra una stufa. Il letto ci scaldava le reni a segno che non era più possibile star coricati. Provai a metter la mano in terra fuori della tenda: la terra era rovente. Nessuno parlava più. Solo di tratto in tratto si sentiva qualche languida esclamazione:—È una morte.—Non si può più resistere.—Si diventa matti.—S’affacciò un momento l’Ussi, cogli occhi fuori della testa, alla porta della tenda, mormorò con voce soffocata:—Si muore—e disparve. Diana, la povera bestiuola, accovacciata accanto al letto del Comandante, ansava in maniera da far temere che morisse di momento in momento. Fuori della tenda non si sentiva una voce umana, non si vedeva nessuno, tutto era immobile come in un accampamento abbandonato. I cavalli nitrivano in suono lamentevole. La lettiga del medico, vicina alla nostra tenda, crepitava come se si volesse spezzare. A un tratto si sentì la voce di Selam che gridò passando di corsa:—Se ha muerto un perro! (È morto un cane).—E uno!—rispose con voce fioca il Comandante, faceto fino alla morte. Al tocco il termometro segnava quarantasei gradi e mezzo. Allora cessarono anche i lamenti. Il Comandante, il viceconsole ed io stavamo distesi in terra immobili come corpi morti. In tutto l’accampamento, il capitano e l’Ambasciatore erano forse i due soli cristiani che dessero ancora segno di vita. Non ricordo quanto tempo io sia rimasto in quello stato. Ero immerso in una specie di stupore, sognavo ad occhi aperti, mi ribollivano nel capo mille immagini confuse di luoghi freschi e di cose gelate: mi precipitavo dall’alto d’una rupe in un lago, mettevo la nuca contro la bocca d’una pompa, mi fabbricavo una casa di ghiaccio, divoravo in dieci minuti tutti i pezzi duri di Napoli, e più sguazzavo nell’acqua e bevevo freddo, più mi sentivo morire di caldo, di sete, di rabbia, di sfinimento. Finalmente il capitano esclamò con voce funerea:—Quarantasette!—Fu l’ultima voce che mi ricordo d’aver sentita....


Verso sera venne a visitar l’Ambasciatore, in nome di suo padre malato, il figliuoletto del Governatore dei Beni-Hassen che avevamo veduto la mattina. Entrò nell’accampamento a cavallo, accompagnato da un ufficiale e da due soldati che lo presero in braccio quando scese di sella, e s’avanzò a passo grave verso la tenda dell’Ambasciatore, strascicando come un paludamento la sua gran cappa turchina, con la mano sinistra appoggiata sulla sciabola più lunga di lui, e la destra distesa in atto di saluto.