Qui raggiunsi il cuoco, il Ranni e Luigi il calafato, che s’unirono a me e non mi lasciarono più fino ad Arzilla.

Per un’ora trottammo sulla sabbia, deviando di tratto in tratto dal cammino diritto, per scansare la marea.

In quel tempo il cuoco, che per la prima volta in tutto il viaggio poteva parlarmi liberamente, m’aprì il suo cuore.

Pover’uomo! Tutte le avventure del viaggio, tutte le grandi cose vedute, non lo avevano liberato da un pensiero doloroso che gli toglieva la pace fin dalla prima settimana del suo soggiorno in Tangeri. E questo dolore era una gelatina mal riuscita, fatta da lui un giorno che aveva pranzato in casa il Ministro di Francia; gelatina che aveva dato il primo crollo alla sua riputazione nel concetto dell’Ambasciatore, e che pure era riuscita male non per colpa sua, ma perchè il Marsala era cattivo. Fez, la corte, Mechinez, il Sebù, l’Oceano, egli li aveva visti, egli vedeva tutto a traverso quel disco di brodo condensato. O piuttosto non aveva visto e non vedeva niente perchè il suo corpo era bensì nel Marocco, ma l’anima viveva in piazza Castello. Gli domandai le sue impressioni di viaggio: erano poca cosa. Egli non sapeva capire chi potesse essere quella bestia che aveva stampato quel paese. Mi raccontò delle sue fatiche, delle sue liti cogli sguatteri arabi, delle difficoltà di far da mangiare in mezzo ai deserti, del suo desiderio immenso di riveder Torino; ma ricadeva poi sempre su quella desolante gelatina del Ministro di Francia.—Io non so far cucina? Mi faccia il piacere, vada Lei, quando sia a Torino,—mi diceva toccandomi il braccio per distrarmi dalla contemplazione dell’Oceano;—vada a domandarlo al conte tale, alla contessa tale, ecc., che ho serviti per anni ed anni! Vada dal generale Ricotti, ministro della guerra, che son cinque anni che è ministro e fa tutto quello che vuole, vada da lui a domandargli se so far la gelatina! Ma vada, mi dia questa soddisfazione, ci passi un momento quando saremo ritornati al paese!—E insistette tanto che per poter contemplare in pace l’Oceano, dovetti promettergli che ci sarei passato.

Intanto raggiungevamo di cento in cento passi due o tre mule cariche, soldati a cavallo, servi a piedi; piccoli frammenti della carovana che si stendeva per più d’un ora di cammino. Fra i soldati ve n’erano alcuni di Laracce, stracciati, con un fazzoletto annodato intorno al capo e un fucile rugginoso fra le mani; e fra i servi, dei ragazzi di dodici o quindici anni, non mai visti prima d’allora, i quali erano scappati, mi fu detto, da Mechinez e da Karia-el-Abbassi, e s’erano aggregati alla carovana, senz’altro addosso che una camicia, per andare a Tangeri, la città civile, a cercar fortuna, campando intanto delle limosine dei soldati. In alcuni di questi gruppi c’era uno che raccontava una storia; altri cantavano; tutti parevano allegri.

A metà strada ci fermammo all’ombra d’uno scoglio per far colezione.

Qui vidi una scena che mi rivelò l’indole di quella gente meglio d’un volume di considerazioni psicologiche.

Vicino a noi c’era un soldato seduto sulla sabbia, più in là un altro, più lontano un servo, e a una cinquantina di passi da questo, sulla china d’un piccolo colle, un altro servo, seduto vicino a una sorgente, con una brocca fra le ginocchia. Desiderando di bere, gridai al primo soldato:—Elma! (acqua)—e gli accennai la sorgente. Il soldato rispose di sì con un gesto cortese e ordinò imperiosamente all’altro soldato d’andare a prendere dell’acqua. Costui accennò che avrebbe obbedito subito, e con un accento minaccioso rimproverò il servo che era là presso, di non essere ancora corso a fare il suo dovere. Il servo rimproverato balzò in piedi e facendo due o tre passi impetuosi verso l’altro servo seduto accanto alla sorgente, gli gridò che facesse presto. Costui, vedendo che io non gli badavo, non si mosse. Passarono cinque minuti, l’acqua non venne. Mi rivolsi daccapo al primo soldato e seguì la stessa scena di prima. Infine, se volli aver l’acqua, dovetti, spolmonandomi, dar l’ordine direttamente al servo della brocca il quale, dopo qualche momento di riflessione, si decise ad attingerla e me la portò a passo di tartaruga.

Ci rimettemmo in cammino. Tirava un ventolino fresco e una nuvola nascondeva il sole, era una passeggiata deliziosa; ma continuando a crescere la marea, e restringendosi man mano quel po’ di strada sabbiosa su cui camminavamo ad uno ad uno, ci trovammo ben presto imprigionati fra il mare e le colline rocciose che pendevano quasi a picco sul nostro capo, e costretti a camminare fra gli scogli, contro cui si venivano a frangere le onde. Parecchie volte, la mula arrestandosi spaventata, mi trovai circondato dall’acqua, ravvolto in un nuvolo di spruzzi, assordato, acciecato, e mi girò il capo, e intravvidi l’intestazione degli articoletti necrologici che avrebbero scritto i miei amici. Ma la nostra ora, come diceva il cuoco, non era ancora sonata; e dopo un miglio di cammino, arrivammo a una collina accessibile, sulla quale ci arrampicammo in fretta e in furia, volgendoci indietro a rimirar lo passo.

Veniva con noi, a cavallo, un vecchio soldato di Laracce, un po’ tocco nel cervello, che rideva continuamente; ma che, grazie al cielo, conosceva la strada. Costui ci fece girare intorno alla collina e ci menò a traverso una macchia fittissima di quercie nane, di cisti, di betulle, di sugheri, di ginestri, d’arbusti d’ogni sorta, per mille avvolgimenti di sentieri scoscesi, fra i macigni, fra le spine, nel fango, nell’acqua, al buio, in recessi dove pareva che non fosse mai penetrata una creatura umana, e sempre ridendo, ci ricondusse, dopo un lungo e lentissimo giro, scorticati e stracciati, sulla riva del mare, dove rimaneva ancora un po’ di spazio libero dalle acque.