I due personaggi che ci stavano davanti formavano tra loro un contrasto ammirabile. L’uno, Sidi-Bargas, il ministro, era un bel vecchio, colla barba bianca, la carnagione chiara, due occhi d’una vivacità indescrivibile e una gran bocca, sempre sorridente, che lasciava vedere due file di grossi denti bianchi come l’avorio; un viso che rivelava a primo aspetto l’astuzia finissima e l’indole meravigliosamente pieghevole richiesta dalla natura del suo ministero. Gli occhiali, la tabacchiera, certi movimenti cerimoniosi del capo e della mano, gli davan quasi l’aria d’un diplomatico europeo. Si vedeva l’uomo avvezzo a trattare con cristiani, superiore, forse, a molte superstizioni e a molti pregiudizii del suo popolo, un mussulmano di manica larga, un moro inverniciato di civiltà. L’altro, il Caid Misfiui, pareva l’incarnazione del Marocco. Era un omo d’una cinquantina d’anni, di color bronzino, di barba nera, membruto, cupo, taciturno; una faccia che pareva non avesse mai sorriso. Teneva il capo basso, gli occhi a terra, le sopracciglia corrugate; si sarebbe detto che gl’ispiravamo un profondo senso di ripugnanza. Io lo guardavo di sott’occhio, con diffidenza. Mi pareva che quell’uomo non dovesse mai aprir bocca altro che per far rotolare una testa ai suoi piedi. Tutti e due avevano in capo un gran turbante di mussolina ed erano ravvolti dalla testa ai piedi in un caïc trasparente.

L’incaricato d’affari presentò a questi due personaggi, per mezzo dell’interprete, il Comandante di fregata e il capitano. Eran due ufficiali: la presentazione non richiedeva commenti. Presentando me, invece, bisognava spiegare presso a poco che specie di mestiere facessi. L’Incaricato d’affari lo spiegò in termini iperbolici. Sidi-Bargas stette un po’ pensando e poi disse alcune parole all’interprete il quale tradusse:

—Sua Eccellenza domanda perchè avendo codesta abilità nella mano, Vostra Signoria la porta coperta. Vostra Signoria dovrebbe levarsi il guanto perchè si potesse vedere la mano.

Il complimento era così nuovo per me che non trovai subito una risposta.

—Non è necessario,—osservò l’Incaricato d’affari,—perchè la facoltà risiede nella mente e non nella mano.

Pareva che fosse tutto detto. Ma quando un moro s’attacca a una metafora, non la lascia così facilmente.

—È vero, fece rispondere sua Eccellenza,—ma la mano essendo lo strumento è anche il simbolo della facoltà della mente.

La discussione si prolungò per qualche altro minuto.

—È un dono d’Allà—conchiuse finalmente Sidi-Bargas.

—Avaro Allà! dissi in cuor mio.