Prima si coperse il viso con una mano, poi meditò qualche momento e rispose:
—Cuando guerra España.... año y medio. Al tempo della guerra colla Spagna, che fu nel 1860, un anno e mezzo; aveva dunque diciasette anni.
—Che pezzo d’uomo per la sua età! dissi al vice-console.
—Immenso!—rispose.
Il terzo personaggio fu il cuoco dell’Ambasciatore, che ci portò il caffè; un piemontese pretto, tagliato tutto d’un pezzo in un pilastro dei portici di piazza Castello, il quale da Torino, ch’egli chiamava il giardino d’Italia, era piovuto, pochi giorni prima, a Tangeri, e non aveva ancora ritrovato sè stesso. Il pover’uomo non faceva che esclamare:—Oh che paese! Oh che paese!
Gli domandai se prima di partire da Torino, non gliel’avevan detto che paese fosse il Marocco, che città fosse Tangeri. Mi rispose di sì. Gli avevan detto:—Badate, Tangeri non è Torino.—Non sarà come Torino—egli aveva pensato—; pazienza! Sarà come Genova, come Alessandria, via!—E invece s’era ritrovato in una città di quella fatta! N mes ai sarvaj![1] E gli avevan messo ad aiutarlo due arabi che non capivano una parola di piemontese! O mi povr’om! E oltre a questo bisognava fare un viaggio di due mesi a traverso i deserti dell’Egitto! Egli prevedeva che non ne sarebbe tornato vivo.
—Ma almeno—gli dissi—quando tornerete a Torino, avrete qualche cosa da raccontare.
—Ah!—rispose con accento malinconico, andandosene via—che cosa si può raccontare d’un paese dove non si trovano due foglie d’insalata!
Fatta colezione, l’Ambasciatore diede ordine di levare l’accampamento.