Ci radunammo tutti sotto una tenda.
Appena eravamo seduti, arrivò correndo un soldato della Legazione, si piantò davanti all’Ambasciatore e disse con voce allegra:—La mona!
—Venga,—rispose l’ambasciatore alzandosi.
Tutti ci alzammo.
Una lunga fila di arabi, accompagnati dal Comandante della scorta, dai soldati della Legazione e dai servi, attraversò l’accampamento, si venne a schierare davanti alla nostra tenda e depose ai piedi dell’Ambasciatore una gran quantità di carbone, d’ova, di zuccaro, di burro, di candele, di pani, tre dozzine di galline e otto montoni.
Questo tributo era la muna. Oltre i gravi balzelli che pagano in denaro, gli abitanti della campagna sono obbligati a fornire a tutti i personaggi ufficiali, ai soldati del Sultano e alle ambasciate che passano, una certa quantità di viveri e d’altre provvigioni. Il Governo fissa la quantità; ma le autorità locali tassando gli abitanti a loro arbitrio, ne segue che la quantità di roba ricevuta, benchè sempre superiore ai bisogni, non è mai che una piccola parte di quella che è stata estorta un mese prima, o che sarà estorta forse anche un mese dopo il giorno della presentazione.
Un vecchio, che doveva essere un capo di tribù, rivolse, per mezzo dell’interprete, qualche parola ossequiosa all’Ambasciatore. Gli altri, tutti poveri campagnoli vestiti di cenci, guardavano a vicenda noi, le tende e la loro roba,—i frutti del loro sudore sparsi per terra,—con un’aria tra mesta ed attonita, che rivelava una profonda rassegnazione.
Fatta rapidamente la ripartizione della roba fra la mensa dell’ambasciata, la scorta, i mulattieri e i soldati della Legazione, il signor Morteo, ch’era stato nominato quella stessa mattina Intendente generale del campo, diede una mancia al vecchio arabo, questo fece un cenno ai suoi compagni, e tutti ripresero silenziosamente la via delle loro capanne.
Allora cominciò, come doveva poi accadere tutti i giorni, un gran battibecco fra servi, mulattieri e soldati per la ripartizione della mona. Era una scena amenissima. Due o tre di loro andavano e venivano per il campo a passi concitati, con un montone fra le braccia, invocando Allà e l’ambasciatore; altri gridavano la loro ragione battendo i pugni in terra; Civo faceva sventolare di qua e di là il suo camicione bianco colla profonda persuasione di esser terribile; i montoni belavano, le galline scappavano, i cani latravano. A un tratto s’alzò l’Ambasciatore e tutto tacque.