—Coraggio,—dissi—, pensate che fra dieci giorni sarete dinanzi alle mura della grande città di Fez.

Rispose qualche cosa in confuso di cui non afferrai altro che la parola Moncalieri; dopo di che rispettai il suo dolore, e tirai innanzi.

Nella tenda accanto v’erano i due marinai: il Ranni, ordinanza del comandante, e Luigi, calafato a bordo del Dora, napoletano, un giovanetto gentile, sveglio, operoso, che in due giorni s’era cattivata la simpatia di tutti. Avevano il lume acceso e mangiavano. Tendendo l’orecchio, colsi qualche parola del loro dialogo. Era assai curioso. Luigi domandava a chi fossero destinati gli schizzi a matita che facevano i due pittori sui loro album.—Oh bella!—rispose il Ranni—al Re, si capisce.—Così senza colori?—domandò l’altro.—Eh no: tornati che saranno in Italia, prima ci metteranno i colori e poi li manderanno.—Chi sa quanto glieli pagano!—Eh molto, si sa. Magari uno scudo il foglio. Un re non bada ai denari.—Temendo d’essere scoperto e sospettato di spionaggio, rinunziai, mio malgrado, a sentire il seguito, e mi allontanai in punta di piedi.

Uscii un’altra volta dall’accampamento e girai per qualche minuto in mezzo a lunghe file di cavalli e di mule, fra le quali riconobbi, con una dolce emozione, la mia bianca compagna di viaggio, che pareva assorta in profondi pensieri. Uscito di là, mi trovai davanti alla tenda del signor Vincent, francese, domiciliato a Tangeri, uno di quei personaggi misteriosi che han girato tutto il mondo, parlano tutte le lingue e fanno di tutti i mestieri: cuoco, negoziante, cacciatore, interprete, scopritore d’iscrizioni antiche; aggregatosi con tenda e cavallo all’ambasciata italiana in qualità di alto direttore delle cucine, per andare a vendere al governo di Fez delle uniformi francesi comprate in Algeri. Guardai dentro per uno spiraglio. Era seduto sopra un baule in atto meditabondo, con una grossa pipa in bocca, al chiarore d’un moccoletto confitto in una bottiglia. Che strana figura! Mi richiamò alla mente quei vecchi alchimisti dei pittori olandesi, che meditano in fondo alla loro officina, col viso illuminato dal foco dei lambicchi. Curvo, secco, ossoso, pareva che ogni peripezia della sua vita fosse rappresentata da una ruga del suo viso e da un angolo del suo corpo. Chi sa a che pensava! Chi sa che diavolìo di memorie, di viaggi avventurosi, di bizzarri incontri, di pazze imprese, di strani personaggi, gli turbinava nel capo!—Forse anche, invece che a tutto questo, pensava al prezzo d’un paio di calzoni da turcos o alla sua scarsa provvigione di tabacco.—Nel punto che stavo per dirigergli la parola, spense il lume con un soffio e disparve nell’oscurità come un mago.

A pochi passi di là, c’era la tenda del comandante della scorta; un po’ più oltre quella del suo primo ufficiale; e più lontano quella del capo dei cavalieri d’Had-el-Garbia.

Queste due erano chiuse; la prima era aperta e vuota.

Nell’atto che ci guardavo dentro, sentii alle mie spalle un passo furtivo, e quasi nello stesso punto una mano di ferro mi afferrò per un braccio. Mi voltai: mi vidi in faccia il generale mulatto.

Appena mi vide, ritirò la mano, dando in una risata, e disse in tuono di scusa:—Salamu alikum, salamu alikum!—(La pace sia con voi! la pace sia con voi!)

M’aveva preso per un ladro.

Gli strinsi la mano in segno di riconoscenza e mi rimisi in cammino.