Il messo latore dell’invito fu ricevuto dall’Ambasciatore in nostra presenza.

—Il Gran Vizir Taib Ben Iamani Boascerin,—disse con molta gravità,—prega l’Ambasciatore d’Italia e il suo seguito di voler pranzare oggi in casa sua.

L’Ambasciatore ringraziò.

—Il Gran Vizir Taib Ben Iamani Boascerin,—continuò colla stessa gravità—prega pure l’Ambasciatore e il suo seguito di portar le forchette e i coltelli e di condurre con sè i loro servi per farsi servire a tavola.

Andammo verso sera, tutti in giubba e cravatta bianca, a cavallo, col solito seguito armato. Non ricordo in che parte della città si trovi la casa, tanti sono i giri e le svolte, le salite e le discese che si fecero per stradicciuole coperte, uggiose, sinistre, badando ogni momento a frenare le mule che scivolavano, e a curvare la testa per non urtare nelle volte umide delle interminabili gallerie.

Scendemmo in un androne oscuro ed entrammo in un vasto cortile rettangolare, pavimentato a musaico, e circondato da altissimi pilastri bianchi, sui quali s’incurvano dei piccoli archi ornati d’arabeschi di stucco e dipinti di verde: una bizzarra architettura moresco-babilonese, che ci destò una piacevole meraviglia. Nel mezzo del cortile spicciavano da sette vasche di marmo bianco sette alti zampilli, che facevano il rumore d’una pioggia dirotta. Tutt’intorno v’erano porticine socchiuse e finestrine binate. Nel mezzo dei due lati più corti, due grandi porte aperte, che davano accesso a due sale. Sulla soglia d’una di queste porte ci aspettava il Gran Vizir, in piedi; dietro di lui due vecchi mori, suoi parenti; a destra e a sinistra due ali di schiavi e di schiave.

Scambiati i soliti saluti, il Gran Vizir sedette sopra una materassa distesa lungo la parete, incrociò le gambe, si strinse sul ventre con tutte e due le mani un grosso guanciale rotondo,—suo atteggiamento abituale e notissimo,—e non si mosse più di così per tutta la sera.

Era un uomo sui quarantacinque anni, vegeto, di lineamenti regolari, ma non simpatico per una certa falsa luce che gli brillava negli occhi. Aveva il turbante e il caffettano bianco. Parlava con molta vivacità e rideva sonoramente ad ogni parola propria o d’altri, rovesciando indietro la testa, e continuando a tener la bocca spalancata molto tempo dopo che aveva riso.

Alle pareti erano appesi alcuni quadretti con iscrizioni del Corano in caratteri d’oro; nel mezzo della sala una tavola da osteria di villaggio e alcune seggiole rustiche; tutt’intorno materasse bianche, sulle quali buttammo i nostri cappelli.

Sidi-Ben-Iamani intavolò una vivace conversazione coll’Ambasciatore; gli domandò se era ammogliato, perchè non s’ammogliava; gli disse che, se fosse stato ammogliato, gli avrebbe fatto un grande piacere conducendo la moglie a pranzo con sè; che l’Ambasciatore inglese ci aveva condotto la figliuola, la quale s’era molto divertita; che tutti gli Ambasciatori avrebbero dovuto ammogliarsi espressamente per condurre le loro donne a veder Fez e a pranzare in casa sua, e simili discorsi, interrotti da alte risate.