Ci ricevette, appena entrati, in un cortile angusto, chiuso fra quattro muri altissimi e oscuro come un pozzo. Da un lato v’era una porticina alta poco più d’un metro, dall’altro una gran porta senza battenti e una stanza nuda, con una materassa distesa sul pavimento, e alcuni foglietti di carta infilati in uno spago appeso a una parete: la corrispondenza giornaliera, credo, di Sua Eccellenza.

Si chiama Sid-Abd-Allà Ben Hamed, è fratello maggiore di Sid-Mussa, ha circa sessant’anni, è nero, piccolo, magro, malfermo sulle gambe, tremante, ridotto, come suol dirsi, sulle cigne; ma d’aspetto e di modi simpatici. Parla poco, chiude spesso gli occhi e sorride cortesemente abbassando la testa mezzo nascosta in un grosso turbante.

Scambiate poche parole, fummo invitati a passare nella sala da pranzo. Primo l’Ambasciatore, e poi tutti gli altri, ad uno ad uno, piegandoci quasi ad angolo retto, infilammo la porticina, e riuscimmo in un altro cortile, spazioso, circondato d’archi eleganti, e coperto di musaici splendidi e svariatissimi. È un palazzo regalato a Sid-Abd-Allà dall’Imperatore. Egli medesimo ce lo disse, chinando la testa e chiudendo gli occhi in atto di religiosa venerazione.

In un angolo del cortile v’era un gruppo d’ufficiali in turbante e cappa bianca; dalla parte opposta uno stuolo di servi, in mezzo ai quali giganteggiava un giovanotto di bellissimo aspetto, vestito tutto di turchino, alla zuava, con una lunga pistola alla cintura. A tutte le finestrine e porticine dei quattro muri, si vedevano apparire e sparire teste di donne e di ragazzine di ogni colore, e da ogni parte si sentivano vagiti di bimbi.

Sedemmo intorno a una piccola tavola, in una piccolissima stanza, ingombrata in gran parte da due letti enormi. Il Ministro si pose vicino all’Ambasciatore, un po’ indietro, e stette là per tutto il tempo della colezione stropicciando vigorosamente il suo nero piede nudo piantato ritto sul ginocchio, in modo che le rispettabili dita ministeriali riuscivano per l’appunto sull’orlo della tavola, a mezzo palmo dal piatto del Comandante. I soldati della Legazione servivano. A un passo dalla tavola stava il gigante turchino, immobile come una statua, con una mano sul pistolone.

Sid-Abd-Allà fu assai gentile coll’Ambasciatore.

—Voi mi siete simpatico,—gli fece dire, senza preamboli, dal signor Morteo.

L’Ambasciatore gli rispose che provava per lui un eguale sentimento.

—Appena vi vidi,—continuò il Ministro,—il mio cuore fu vostro.

L’Ambasciatore ricambiò il complimento.