Dopo essere state esposte tre giorni, le teste furono mandate al Sultano affinchè sua maestà imperiale riconoscesse la sollecitudine colla quale erano stati eseguiti i suoi ordini.

I soldati che le portavano incontrarono per via il corriere che recava la grazia, il quale era stato arrestato dalla cresciuta improvvisa d’un fiume.

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Trovo sovente dei negozianti di Fez che son stati in Italia. Ce ne vanno ogni anno da quaranta a cinquanta, e parecchi hanno agenti mori od arabi nelle nostre città principali. Vanno particolarmente nell’alta Italia dove comprano seta greggia, damaschi, coralli, velluti, refe, porcellane, perle, conterie di Venezia, carte da giuoco di Genova e mussolina di Livorno. Di proprio non ci portano che cera e lana, poichè l’industria marocchina è molto ristretta, e si può dir che le stoffe, le armi, le pelli e il vasellame sono i soli prodotti che chiamino l’attenzione d’un Europeo. Le stoffe si fanno principalmente in Fez e in Marocco. Sono caic per donne, turbanti signorili, ciarpe, foulards, tessuti sottilissimi di seta frammisti d’oro e d’argento, per lo più a righe diritte e parallele, bianchi o di colori gentili ed armonici, bellissimi a primo aspetto, ma disuguali, se si guardano bene, e ingommati, e poco resistenti. Forti, invece, e finissime le berrettine di lana rossa, che prendono il nome dalla città di Fez, e ammirabili per solidità e graziosa ricchezza di colori i tappeti che si fanno a Rabat, a Casa Blanca, a Marocco, a Sciadma, a Sciauia. Da Tetuan provengono in gran parte i fucili damascati, inargentati, intarsiati d’avorio, tempestati di pietre preziose, di forme eleganti e leggiere; e dalle città di Mechinez e di Fez, e dalla provincia del Sus le armi bianche, fra cui son lavorati con grazia ammirabile i pugnali. I cuoi, sorgente precipua di guadagno per il paese, si preparano abilmente in varie provincie, e le pelli scarlatte di Fez, le gialle di Marocco, le verdi di Tafilet sono ancora degne della loro antica reputazione. Di Fez è un vanto particolare il vasellame di terra smaltata; ma è raro il trovarvi la nobile purezza delle forme antiche, e il suo principale pregio è la vivacità dei colori e una certa barbara originalità di disegno, che non appaga, ma seduce l’occhio. V’è pure, in Fez, un gran numero di gioiellieri e d’orefici, che fanno cose semplici non prive di buon gusto; ma poco variate, e in piccolo numero, poichè il rito malekita proscrive lo sfoggio degli ornamenti preziosi come contrario all’austerità maomettana. Notevoli, più dei gioielli, i mobili che vengon da Tetuan: specie di scaffali, attaccapanni, piccole tavole poligonali per prendere il tè, arcate, arabescate e dipinte di mille colori; i vassoi di rame, incisi di disegni complicati e ornati di smalti verdi, rossi ed azzurri; e sopra ogni cosa, i musaici dei pavimenti e delle pareti, composti con gusto squisito da operai abilissimi, che formano ad uno ad uno, a colpi di piccozza, le stelle e i quadrettini innumerevoli, con una precisione meravigliosa. Nessun dubbio che questo popolo è dotato di mirabili attitudini, e che le industrie sue piglierebbero un grande incremento, come lo piglierebbe l’agricoltura, che fu già fiorentissima, se le desse vita il commercio; ma il commercio è inceppato dalle proibizioni, dalle restrizioni, dai monopoli, dalle tariffe eccessive, dalle modificazioni continue, dalla inosservanza dei trattati; e benchè gli Stati d’Europa abbiano molto ottenuto in questi ultimi anni, esso non è ancora che piccolissima cosa appetto a ciò che diventerebbe agevolmente, grazie alla ricchezza naturale e alla posizione geografica del paese, sotto un governo civile. Il commercio principale, dalla parte d’Europa, è coll’Inghilterra; dopo la quale vengon la Francia e la Spagna, che danno cereali, metalli, zucchero, tè, caffè, seta greggia, tessuti di lana e di cotone, e ricevono lana, pelli, frutti, sanguisughe, gomme, cera e gran parte dei prodotti dell’Affrica centrale. Il commercio che si fa per Fez, Taza e Udjda (e non è di piccola importanza, benchè minore assai di quello che la vicinanza dei due paesi dovrebbe produrre) comprende, oltre i tappeti, i tessuti, le cinture, i cordoni, e tutti gli oggetti del vestiario arabo e moresco, braccialetti e anelli da piede d’argento e d’oro, vasi di Fez, musaici, profumi, incenso, antimonio per gli occhi, hennè per le unghie e tutte le altre tinture del bel sesso affricano. Più importante, più antico e più regolare il commercio coll’interno dell’Affrica, per dove partono ogni anno grandi carovane, portando stoffe di Fez, panni inglesi, conteria veneziana, corallo d’Italia, polvere, armi, tabacco, zucchero, specchietti di Germania, pennati d’Olanda, scatolette del Tirolo, chincaglierie d’Inghilterra e di Francia, e sale che raccolgono per via nelle oasi del Sahara; e il loro viaggio è come una fiera ambulante nella quale cambiano le proprie mercanzie con schiavi neri, polvere d’oro, penne di struzzo, gomma bianca del Senegal, gioielli d’oro di Nigrizia che vanno poi in Europa e in Oriente; stoffe nere di cui s’ornano il capo le donne moresche; bezoaro, che preserva gli arabi dai veleni e dalle malattie; e molte droghe che, abbandonate dall’Europa, conservano il loro antico valore nell’Affrica. Qui sta, per l’Europa, l’importanza maggiore del Marocco: porta principale della Nigrizia; la quale aperta, s’incontreranno il commercio europeo e il commercio dell’Affrica centrale. Frattanto la civiltà e la barbarie se ne contendon la soglia.

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L’Ambasciatore ha frequenti abboccamenti con Sid-Mussa. Il suo intento principale è d’ottenere dal governo dei Sceriffi delle concessioni che agevolerebbero certi commerci fra l’Italia e il Marocco: di più non mi è lecito dire. Gli abboccamenti durano più di due ore; ma il discorso non si aggira che brevissimo tempo sulle questioni che ne sono lo scopo, poichè il ministro, seguendo un uso che par tradizionale nella politica del governo marocchino, non entra in materia che dopo aver divagato su mille soggetti estranei, e quando proprio ci è tirato per forza.—Parliamo ancora un po’ di cose divertenti!—dice quasi in tuono di preghiera. Il tempo, la salute, l’acqua di Fez, le proprietà di certi tessuti, qualche aneddoto storico, dei proverbi, quanta sia la popolazione di certi Stati d’Europa: son tutti discorsi più gradevoli che il parlar d’affari.—Che ne dite di Fez?—domandò un giorno, e inteso dir ch’era bella:—Ha ancora un altro merito—soggiunse;—quello di esser pulita.—Un altro giorno domandò quant’era la popolazione del Marocco. Ma bisogna pure venirci, a parlar d’affari; e allora sono lunghi giri di parole, esitazioni, reticenze, un dire e non dire, un mettere innanzi mille dubbi a un consenso già dato dentro al cuore, un negare fingendo d’accondiscendere, uno sguisciar di mano, un lasciar cascare continuamente il discorso al momento di stringere il nodo, e poi quell’eterno spediente:—A domani.—Il dì dopo, ricapitolazione delle cose dette il dì innanzi, nuovi dubbi, restrizioni, riconoscimento di equivoci, rammarico di non aver ben inteso e di non essersi fatto bene intendere, e sudori dell’interprete incaricato di chiarire le cose. E poi conviene aspettare il ritorno dei corrieri mandati a Tangeri e a Tafilet ad assumere informazioni; informazioni di poco conto, ma che servono a rimandare lo scioglimento della quistione a dieci giorni più tardi. E in fine tre grandi ostacoli ad ogni cosa: il fanatismo del popolo, l’ostinazione degli ulema, la necessità di procedere cautamente, senza scosse, senza farsi scorgere, con una lentezza che abbia apparenza d’immobilità, se non è possibile di retrocessione. Qualche volta, messo a questi ferri, anche Giobbe direbbe la sua; ma vengon poi le calde strette di mano, i dolci sorrisi, le dimostrazioni d’una simpatia irresistibile e d’un affetto che non si spegnerà che colla vita. L’affare più duro è quello del grosso moro Scellal, e si dice che ne dipenda la sorte di tutta la sua vita: perciò egli è nel palazzo a tutte le ore, ravvolto nel suo ampio caic, inquieto, pensieroso, qualche volta colle lagrime agli occhi, e tien sempre fisso sull’Ambasciatore uno sguardo supplichevole, che par quello d’un condannato a morte che domandi la grazia. Mohammed Ducali, invece, che ha il vento in poppa, è tutto festante, fuma, si profuma, cambia ogni giorno di caffettano e spande da ogni parte vezzi, parole soavi e sorrisi. Eh! se non ci fosse di mezzo la sudditanza italiana, come quei sorrisi si cangierebbero presto in lacrime di sangue!

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Esperimentiamo in questi giorni la verità di quello che ci fu detto a Tangeri circa agli effetti dell’aria di Fez. Ma son poi effetti dell’aria o dell’acqua? o dell’olio scellerato? o del burro infame? o di tutte queste cose insieme? Comunque sia, è un fatto che stiamo tutti male. È languidezza, disappetenza, prostrazione di forze, pesantezza del capo, e quel ch’è più grave, un’abitudine, contratta da tutti, di attraversare di tratto in tratto il cortile rapidissimamente, senza voltarsi indietro, come se fossimo inseguiti. Strana debolezza! E a tutti questi malanni s’aggiunge un tedio, un fastidio d’ogni cosa, una tetraggine, che da qualche giorno ha fatto mutar faccia alla casa. Tutti desiderano il ritorno. Siamo giunti a quel punto inevitabile di tutti i viaggi, in cui tutt’a un tratto la curiosità si smorza, ogni cosa si scolora, le memorie della patria rincalzano in folla; tutti i desiderii, soffocati nei primi giorni, si risollevano in tumulto; e da qualunque parte si rivolga lo sguardo, si vede la nostra porta di casa. Siamo sazi di turbanti, di faccie nere, di moschee; stanchi d’aver mille occhi addosso, annoiati di questa immensa mascherata bianca a cui assistiamo da due mesi. Quanto si darebbe soltanto per veder passare, foss’anche di lontano, una signora europea! per sentire il suono d’una campana! per vedere sopra il muro d’una casa un manifesto del teatro delle marionette! Oh dolcissime memorie!

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Ho scoperto che fra i soldati di guardia al palazzo ve n’è uno a cui manca l’orecchio destro, e mi fu detto che gli fu tagliato legalmente, in presenza di testimoni, da un altro soldato al quale egli aveva mozzato l’orecchio medesimo qualche tempo prima. Tale è la legge del taglione che vige nel Marocco. Non solo un parente qualunque d’una persona uccisa ha il diritto d’ammazzar l’uccisore lo stesso giorno della settimana, alla stess’ora e nel luogo stesso dove cadde la vittima, ferendolo colla medesima arma nella medesima parte del corpo; ma chiunque venga privato d’un membro qualsiasi, ha diritto di privare dello stesso membro il suo feritore. Un fatto di questa natura, accompagnato da circostanze singolarissime, è accaduto, anni sono, a Mogador, e ce lo raccontò un impiegato del Consolato francese, che conobbe, a quanto pare, una delle due vittime. Un negoziante inglese di Mogador rientrava in città la sera d’un giorno di mercato, nel momento in cui la porta era ingombra da una folla di campagnuoli che conducevano asini e cammelli. Quantunque gridasse a squarcia gola:—bal ak! bal ak! (largo! largo!), una vecchia mora fu urtata dal suo cavallo, stramazzò e picchiò il viso contro un sasso. Disgrazia volle che in quel picchio gli si rompessero gli ultimi due denti anteriori. Rimase un momento sbalordita; poi si rialzò rabbiosa e convulsa, e prorompendo in ingiurie e in maledizioni feroci, dopo aver seguitato l’inglese fino a casa, andò a domandare al Caid, in virtù della legge del taglione, che facesse rompere due denti al nazareno. Il Caid cercò di pacificarla e la consigliò a perdonare; ma non venendo a capo di nulla, la congedò promettendo di farle render giustizia, colla speranza che si sarebbe calmata a poco a poco e avrebbe desistito dal suo proposito. Ma passati tre giorni, la vecchia si ripresenta più inferocita che mai, chiede giustizia, vuole che si pronunzi una sentenza formale contro il cristiano.—Ricordati,—dice al Caid,—che me l’hai promesso!—E che!—risponde il Caid;—mi pigli tu forse per un cristiano che mi credi schiavo della mia parola?—Ogni giorno, per un mese, la mora assetata di vendetta si presenta alla porta della cittadella, e tanto grida, strepita e impreca, che il Caid, per liberarsene, si trova costretto ad esaudirla. Chiama il negoziante, gli espone la querela della vittima, il diritto che le dà la legge, il dovere che impone a lui la promessa, e lo prega, per finirla di lasciarsi levare due denti, due qualunque, benchè, in giusta regola, debbano essere due denti incisivi. L’inglese si rifiuta per gl’incisivi, pei canini e pei molari; e il Caid è costretto a rimandare definitivamente la vecchia, ordinando alle guardie di non lasciarle più metter piede nella Casba.—Sta bene;—dice essa;—poichè qua non vi son più che mussulmani degenerati, poichè si rifiuta la giustizia a una mussulmana, madre di sceriffi, contro un cane d’infedele, andrò a trovare il Sultano, e vedrò se il principe dei credenti rinnega anche lui la legge del profeta.—Fedele alla sua parola, si mette in cammino, sola, con un amuleto in seno, un bastone in mano e una bisaccia a tracolla, e fa a piedi le cento leghe che separano Mogador dalla città sacra dell’Impero. Arrivata a Fez, chiede un’udienza al Sultano, gli si presenta, gli espone il suo caso e domanda, giusta il diritto che le accorda il Corano, l’applicazione della legge del taglione. Il Sultano la esorta a perdonare: essa insiste. Le dicono le difficoltà gravissime che si oppongono alla soddisfazione della sua domanda:—che il Console d’Inghilterra negherà il suo consenso, che il governo si troverà impicciato in una quistione grave, che non si può, per una cagione così futile, mettere a repentaglio la pace dell’Impero e turbare la buona amicizia che lega il Governo dei sceriffi alla potente Inghilterra.—La vecchia mora rimane inesorabile. Le offrono, perchè desista, una somma di denaro, colla quale potrà passare il resto dei suoi giorni nell’agiatezza. Rifiuta.—Che faccio io dei vostri denari?—soggiunge;—io son vecchia e abituata a vivere miseramente; quello che voglio sono i due denti del cristiano; li voglio, li pretendo, li domando in nome del Corano; e il Sultano, principe dei credenti, capo dell’islamismo, padre dei suoi sudditi, non può rifiutare di render giustizia a una mussulmana.—Questa ostinazione mise il Sultano in un grave imbarazzo; la legge era formale e il diritto incontestabile; e il fermento del popolo, eccitato dalle declamazioni fanatiche della donna, rendeva pericoloso il rifiuto. Il Sultano, che era Abd-er-Rahman, scrisse al console inglese domandandogli, come un favore, che inducesse il suo concittadino a lasciarsi rompere i due denti. Il mercante rispose al console che non avrebbe mai acconsentito. Allora il Sultano riscrisse dicendo che, se acconsentiva, gli avrebbe accordato, per ricompensa, qualunque privilegio commerciale gli piacesse di domandare. Questa volta, solleticato nella borsa, il mercante cedette. La vecchia partì da Fez benedicendo il nome del pio Abd-er-Rahman, e ritornò a Mogador, dove in presenza sua e di molto popolo, furono rotti due denti al nazareno. Quando li vide cadere in terra, gettò un grido di trionfo e li raccolse con gioia feroce. Il mercante, grazie ai privilegi che gli furono accordati, in meno di due anni si fece una bella fortuna, e tornò in Inghilterra sdentato e felice.