Mi guardò fisso e rispose freddamente:
—Strade grandi, belle botteghe, bei palazzi, belle officine.... e tutto pulito.
Con ciò parve che avesse detto tutto quello che aveva da dir d’onorevole per noi.
—Non ci avete trovato altro di bello e di buono?—domandai.
Mi guardò come per domandarmi alla sua volta che cosa pretendevo ch’egli ci avesse trovato.
—Ma possibile—(mi stizzii)—che un uomo ragionevole come voi siete, che ha visto dei paesi così meravigliosamente diversi e superiori al suo, non ne parli almeno con stupore, almeno colla vivacità con cui il ragazzo d’un duar parlerebbe del palazzo d’un pascià? Ma di che cosa vi meravigliate dunque al mondo? Che gente siete? Chi vi capisce?
—Perdóne Usted,—rispose freddamente;—io vi rispondo che non capisco voi. Quando v’ho detto tutte le cose nelle quali credo che siate superiori a noi, che volete che vi dica di più? Volete che vi dica quello che non penso? Vi dico che le vostre strade sono più grandi delle nostre, che le vostre botteghe sono più belle, che avete delle officine che noi non abbiamo, che avete dei ricchi palazzi. Mi par d’aver detto tutto. Dirò ancora una cosa: che sapete più di noi perchè avete dei libri e leggete.
Feci un atto d’impazienza.
—Non v’impazientate, caballero;—ragioniamo tranquillamente. Voi convenite che il primo dovere d’un uomo, la prima cosa che lo rende stimabile, e quella in cui importa massimamente che un paese sia superiore agli altri paesi, è l’onestà; non è vero? Ebbene, in fatto d’onestà io non credo in nessuna maniera che voi altri siate superiori a noi. E una.
—Adagio. Spiegatemi prima che cosa intendete di dire con questa parola onestà.