Si fermò a due passi da me, mi fissò con due occhi vitrei e disse freddamente:
—Bonjour, monsieur.
Gli domandai s’era francese.
—Sì,—rispose.—Son venuto da Algeri. Son qui da sette anni. Son capitano nell’esercito del Marocco.
Non potendo fargli i miei complimenti, non risposi.
—C’est comme ça,—continuò con un fare spigliato.—Sono andato via da Algeri perchè non mi ci potevo più vedere. J’etais obligé de vivre dans un cercle trop étroit (voleva forse dire il capestro). La vita all’europea non si confaceva alla mia indole. Sentivo bisogno di cangiar paese.
—Ed ora siete contento? domandai.
—Contentissimo, rispose con affettazione.—Il paese è bello, Mulei el Hassen è il migliore dei Sultani, il popolo è buono, son capitano, ho una botteguccia, esercito una piccola industria, vado alla caccia, vado alla pesca, faccio escursioni sulle montagne, godo della più grande libertà. Non ritornerei in Europa, vedete, per tutto l’oro del mondo.
—Non desiderate nemmeno di rivedere il vostro paese? Avete dimenticato affatto anche la Francia?
—M’importa assai della Francia!—rispose.—Per me non esiste più Francia. La mia patria è il Marocco.