Mechinez, distesa sopra una lunga collina, circondata di giardini, stretta da tre ordini di grosse mura merlate, coronata di minareti e di palme, allegra e maestosa come un sobborgo di Costantinopoli, si presentava intera al nostro sguardo, disegnando le sue mille terrazze bianche sull’azzurro del cielo. Non un nuvolo di fumo usciva da quella moltitudine di case, non si vedeva un’anima viva nè sulle terrazze nè davanti alle mura, non si sentiva il più leggero rumore: pareva una città disabitata, o una immensa scena di teatro.
Fu rizzata subito la tenda della mensa in mezzo a un campo nudo, a ducento passi da una delle quindici porte della città, e pochi minuti dopo ci sedemmo per saziare, come dicono i prosatori eleganti, «il naturale talento di cibo e di bevanda.»
Appena eravamo seduti, uscì dalla porta della città e s’avanzò verso l’accampamento un drappello di cavalieri pomposamente vestiti, preceduti da una schiera di soldati a piedi.
Era il Governatore di Mechinez coi suoi parenti e i suoi ufficiali.
A venti passi dalla tenda, scesero dai loro cavalli bardati di tutti i colori dell’iride, e si slanciarono verso di noi gridando tutti insieme:—Benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!—Il governatore era un giovane di fisonomia dolce, d’occhi neri, di barba nerissima; tutti gli altri, uomini tra i quaranta e i cinquanta, d’alta statura, barbuti, vestiti di bianco, lindi, profumati, che parevano usciti da uno scatolino. Strinsero le mani a tutti, girando intorno alla tavola a passo di contraddanza e sorridendo graziosamente, e poi si radunarono daccapo dietro al Governatore. Uno d’essi, vedendo per terra un briciolo di pane, lo raccolse e lo rimise sulla tavola dicendo alcune parole che significavano probabilmente:—Scusate: il Corano condanna il disperdimento del pane: io faccio il mio dovere di buon Mussulmano.—Il Governatore offerse a tutti l’ospitalità in casa sua, che venne acettata. Non rimanemmo nell’accampamento che i pittori ed io, ad aspettare che scemasse il caldo per andare in città.
Selam ci tenne compagnia, raccontandoci le meraviglie di Mechinez.
—A Mechinez ci sono le più belle donne del Marocco, i giardini più belli dell’Affrica e il palazzo imperiale più bello del mondo.—Così cominciò. E Mechinez gode infatti questa fama nell’Impero. Mechinesina è sinonimo di bella e mechinesino di geloso. Il palazzo imperiale, fondato da Mulei-Ismaele, che nel 1703 ci teneva quattromila donne e ottocento sessantasette figliuoli, aveva due miglia di circuito ed era ornato di colonne di marmo fatte venire in parte dalle rovine della città di Faraone, vicina a Mechinez, in parte da Livorno e da Marsiglia. V’era un grande alcazar dove si vendevano i più preziosi tessuti d’Europa, un vasto mercato riunito alla città da una strada ornata di cento fontane, un parco d’olivi immenso, sette grandi moschee, un formidabile presidio d’artiglieria che teneva in freno i berberi delle vicine montagne, un tesoro imperiale di cinquecento milioni di lire, e una popolazione di cinquantamila abitanti che erano considerati come i più colti e i più ospitali dell’Impero.