— E la guerra? — domandò un altro.

— La guerra, — rispose Marco, — non c'è che dire: alla guerra bisogna fare il suo dovere. La patria è una sola, e il soldato è il difensore della patria. Ma siamo sempre alle solite, che i generali non sanno quello che si fanno. Figuratevi, un generale, nel sessantasei, mentre si marciava verso Venezia, e c'erano forti da tutte le parti, un generale di brigata, con tanto di galloni e di cordoni, e un'aria di mangia-tedeschi che metteva paura; e questo è seguìto a me che ero all'avanguardia, ed ero incaricato di avvisare quando si presentava il nemico; ebbene quel generale non sapeva dov'era il forte.... non so, un forte di primo ordine, che di là i Tedeschi ci potevano prendere a cannonate quando volevano: ebbene il generale, che era solo, dovè far la figura di domandarlo a me, — e si batteva la mano aperta sul petto, — a me, semplice soldato, cosa da far venire il rossore sulla fronte, e dire: “Ohè, voi, da che parte si trova il forte tale?„ E io a dover rispondere: “Signor generale, il forte di cui parla, è quello là, guardi dove segno col dito.„ E se non ci avessi badato io, ci conduceva al macello. Che ve ne pare? Domando e dico se c'è sugo a far la guerra in quel modo. —

VII.

All'undici di sera Marco era rimasto solo nella sua bottega rischiarata da una lucerna, e leggicchiava un vecchio giornale: Carlo entrò.

— Numero sette, lo so; — disse Marco dandogli un'occhiata, senza smetter di leggere.

Carlo gli sedette accanto senza far parola, e appoggiato un braccio sulla tavola chinò la testa sulla mano.

— È una vita dura —, cominciò a dir Marco, lanciando all'amico uno sguardo di compassione maligna. — Oh per dura è dura, te lo posso dir io. È una vita che chi ne vuol parlare bisogna che l'abbia provata. Io te lo dico per tuo bene, perchè non vorrei che andassi a fare il soldato con un'idea falsa. È mio dovere d'amico di dirti la verità. É una vita d'inferno. Immagina pure delle umiliazioni; non ne penserai mai tante quante ne avrai da patire, va pur sicuro. Piangerai delle lagrime di sangue, piangerai. Già, prima di tutto, se hai sentimento d'onore, chi è soldato deve far conto di non averne. Caporali, sergenti, tenenti, capitani, son tutta gente pagata apposta per darti dell'asino e del mascalzone una volta l'ora — per turno. In piazza d'armi, in presenza di mezzo mondo, ti mettono le mani sulla faccia, e la gente si ferma e ride. Nelle marcie poi, quando si muore dalla sete, che non s'ha più figura d'uomo, e si resta indietro o si casca a traverso la strada, allora son pugni e piattonate che non ci son per niente gli aguzzini nelle galere. Ho visto io un comandante di compagnia in una marcia che c'era un soldato malato che non si poteva reggere, e lui credeva che lo facesse apposta; ebbene, lo cacciò avanti a spintoni e a calci, per mezzo miglio, fin che rotolò in un fosso, in fin di vita. Cose da far diventar matti. E qualche volta danno anche delle sciabolate di taglio. Non c'è pietà, mio caro. Il soldato è una bestia. Prepara pure la schiena e la faccia. E chi si rivolta, o lo cacciano in una prigione a farsi mangiar vivo dai topi o lo mandano in una compagnia di disciplina dove gli rompono le ossa col bastone. Se poi hai la disgrazia di ammalarti, non ti dico altro, tutti sanno cosa sono gli ospedali militari. Se non guarisci più che presto, ti danno il passaporto per il camposanto come due e due fan quattro, perchè, capisci bene, non vogliono mica mantenere della carne inutile. Ne ho visti dei miei compagni distesi là stecchiti su quei letti, cogli occhi di vetro e la faccia color di cera! È vero che ti può anche capitar la fortuna della guerra. Allora i tuoi superiori ci guadagnano un grado e tu lasci le budella in mezzo a un campo di grano, se pure non ti tocca prima di metterti in riga con una dozzina dei tuoi compagni e di cacciare una palla nella schiena a un tuo amico, condannato per “sbandamento in faccia al nemico.„ Credi, è proprio una vita da galeotti. Per resisterci bisogna non aver sangue nelle vene. Vorrei aver tanti scudi quanti dei miei compagni ho visti stracciare coi denti la tela della branda e dar di mano alla baionetta per cacciarsela nella gola. Per me, non lo dico per disanimarti, che non sarebbe un'azione da galantuomo; ma andrei in galera, andrei a marcire in una prigione, mi metterei a far l'assassino di strada, mi farei impiccare in mezzo a una piazza, tutto piuttosto che tornar a fare il soldato. Ma già, se mi richiamassero, piglierei la strada di Francia o di Svizzera. Ce ne sono andati tanti altri! Cosa vuoi? Io proprio a pigliarmi dei pugni, dei calci e delle sciabolate, non mi ci sento nato. In tutti i casi avrei più caro pigliarmi una fucilata nel petto da un carabiniere alla frontiera, chè almeno sarebbe una palla sola, piuttosto che pigliarne dodici nella schiena dai miei compagni, al comando dell'aiutante maggiore. Fatti coraggio, andiamo. Sono cinque anni, in conclusione, e cinque anni... son lunghi, sì; accidenti che son lunghi! ma non sono la vita.

VIII.

Il giorno dopo, all'ora solita, Carlo e Camilla si trovavano dinanzi al portone. Essa aveva. gli occhi rossi; egli la salutò sorridendo.

— Sei allegro? — domandò Camilla.