— Zitta! — mormorò Carlo guardando intorno.
— Non posso tacere, ho bisogno di parlare, se ho da morire non voglio morire tacendo! Carlo! — e cadde in ginocchio — io non mi alzo di qui se tu non mi giuri prima che non m'abbandoni, che andrai in città, che farai il soldato, te ne scongiuro, in nome del bene che ti voglio, in nome di tuo padre, di tua madre, di Dio!
— Lo giuro, — disse Carlo, facendole cenno che abbassasse la voce.
— Lo giuri? — gridò Camilla balzando in piedi, e mettendogli le mani nelle spalle, — giuralo un'altra volta.
— Lo giuro.
— Giuralo per tua madre!
— Lo giuro per mia madre, per mio padre, per chi vuoi, centomila volte; che cosa t'ho da dire di più? —
Camilla lo guardò fisso, lasciò cadere le braccia e mormorò in accento di profonda costernazione: — Non ti credo, hai qualche cosa negli occhi che non mi lascia credere. Va! — gridò con un impeto improvviso, dando in uno scoppio di pianto. — Sei un tristo! Sei un uomo senza cuore! Va! Va pure! Lasciami morire!... Ah no! no, Carlo, fermati! per pietà! — e lo fermò e gli gettò le braccia al collo; — perdonami! Io non posso più vivere così! Abbi compassione della tua Camilla!
— Per quanto ho di più sacro al mondo, Camilla, — esclamò Carlo, sciogliendosi da lei e allontanandosi; — ti giuro che non fuggo! —
Camilla senza badare a quest'ultime parole, colta all'improvviso da un'idea, si ravviò i capelli, si asciugò gli occhi, e corse difilata alla casa del Curato. Entrò, si gettò ai suoi piedi; gli raccontò ogni cosa, concluse: — Sono nelle sue mani, salvi me dalla disperazione e lui dalla rovina. —