— Perchè noia? — rispose Candida in tono distratto; — io non m'annoio mai quando lavoro.
— Temevo.... Vi dispiacerebbe ch'io sonassi? —
— Non c'è motivo perchè mi debba dispiacere.
— Ma io desidererei d'esser certo che vi piace.
— Ebbene, mi piace.
Il giovane s'alzò indispettito, andò a sedere al pianoforte che era in un angolo del salotto, e cominciò a sonare con molta vivezza e molta grazia. Iride guardava Candida per vedere se la musica le facesse qualche effetto; ma il suo viso era sempre impassibile; continuava a lavorare colla testa bassa, senza neanco dar segno di sentire. A un tratto Riconovaldo si fermò, si voltò a guardarla, diede un colpo stizzoso sulla tastiera e s'alzò esclamando; — È un'indegnità... questo pianoforte.
— Con permesso, — disse allora Candida, e se n'andò lentamente e freddamente come era venuta.
Il giovane rimase in mezzo al salotto colle braccia incrociate sul petto e gli occhi fissi alla porta per dove Candida era uscita. Iride diede in uno scroscio di risa.
— In verità, — uscì a dire il fratello, — io non ci capisco nulla!
Poi gli balenò un'idea: Ch'io le paia stupido! — E restò pensieroso: una volta entratogli nella testa quel sospetto, per lui era finita: addio serenità.