È una piazza sospesa sull’acqua; nello stesso punto piazza e ponte; un ponte larghissimo che congiunge la diga principale,—l’Hoog-Straat,—con un quartiere della città, circondato da canali. Questa piazza aerea è cinta di vecchi edifizi su tre dei suoi lati, sull’uno dei quali s’apre una strada lunga, stretta ed oscura, occupata tutt’intera da un canale che pare una strada di Venezia; ed è aperta dal quarto lato sur una specie di bacino formato dal canale più largo della città, che comunica direttamente colla Mosa. Su questa piazza s’innalza, circondata da baracche e da carretti, in mezzo a mucchi di legumi, d’aranci, di tegami, fra una folla di rivendugliole e di merciaiuoli, dentro una cancellata coperta di stuoie e di cenci, la statua di Desiderius Erasmus, la prima gloria letteraria di Rotterdam; quel Gerrit Gerritz,—poichè il nome latino, a somiglianza di tutti gli altri grandi scrittori del suo tempo, se l’era posto egli medesimo;—quel Gerrit Gerritz appartenente, per la sua educazione, il suo stile e le sue idee, alla famiglia degli umanisti e degli eruditi d’Italia, scrittore fine, profondo e infaticabile di lettere e di scienze, che riempì del suo nome l’Europa fra il decimoquinto e il decimosesto secolo, che fu colmato di favori dai papi, cercato, festeggiato dai principi; e delle cui innumerevoli opere, scritte tutte in latino, si legge ancora l’Elogio della pazzia, dedicato a Tommaso Moro. Quella statua di bronzo, innalzata nel 1622, rappresenta Erasmo vestito d’una pelliccia, con un berretto di pelo, un po’ inclinato innanzi come uno che cammina, con un grosso libro aperto in mano, nell’atto di leggere; e il piedestallo porta una doppia iscrizione olandese e latina che lo chiama vir sæculi sui primarius e civis omnium præstantissimus. E malgrado questo pomposo elogio, il povero Erasmo, piantato là come una guardia municipale in mezzo al mercato, fa compassione. Non v’è, io credo, sulla faccia della terra un’altra statua di letterato che sia come la sua trascurata da chi passa, disprezzata da chi la circonda, commiserata da chi la guarda. Ma chi sa che Erasmo, da quell’arguto filosofo che fu e che dev’essere ancora, non si contenti di quel cantuccio, tanto più che non è lontano da casa sua, se la tradizione non tradisce. In una stradetta vicino alla piazza, nel muro d’una piccola casa occupata da una taverna, si vede dentro una nicchia una statuetta di bronzo che rappresenta il grande scrittore, e sotto la nicchia l’iscrizione Hæc est parva domus magnus qua natus Erasmus; che forse otto su dieci Rotterdamesi non hanno mai letta nè vista.

In un angolo di quella stessa piazza, v’è una piccola casa chiamata la casa della paura, sopra un muro della quale si vede un’antica pittura di cui non ricordo il soggetto. Il nome di casa della paura le fu posto, stando alla tradizione, perchè i più cospicui personaggi vi si ricoverarono quando gli Spagnuoli diedero il sacco alla città, e vi rimasero chiusi tre giorni interi senza mangiare. E non è quella la sola memoria degli Spagnuoli che si conservi a Rotterdam. Molti edifizi, costrutti al tempo della loro dominazione, rammentano la maniera d’architettura che s’usava allora nella Spagna; e parecchi portano ancora iscrizioni spagnuole. Nelle città d’Olanda le iscrizioni sulle case sono molto comuni. Le case si gloriano della loro vecchiezza come le bottiglie di vino, e mostrano la data della loro costruzione scritta in grandi caratteri nel mezzo della facciata.


Sulla piazza del mercato potei osservare con tutto comodo gli orecchini delle donne, i quali sono una cosa da meritare che se ne parli minutamente.

A Rotterdam non vidi che gli orecchini in uso nell’Olanda meridionale; ma anche solo in questa provincia, la varietà è grandissima. Si somigliano però tutti in questo, che invece di essere appesi all’orecchio, sono appesi alle due estremità d’un cerchio metallico, d’oro o d’argento o di rame dorato, che cinge la testa come un mezzo diadema, e viene a terminare sulle tempie. Gli orecchini più comuni hanno la forma d’una spirale a cinque o sei giri, sovente larghissimi, e sono attaccati in modo alle due estremità del cerchio, che sporgono innanzi al viso come le gambe di un paio d’occhiali. Molte donne portano ancora appesi a queste spirali due orecchini della forma ordinaria, ma più grandi, i quali scendono quasi fino a toccare il seno e dondolano dinanzi alle guance come le gingioliere dei bovi. Altre hanno il cerchio d’oro che cinge anche la fronte ed è cesellato, ornato di fiorami in rilievo, di borchiette, di bottoni. Quasi tutte portano i capelli lisci e compressi, e una cuffia bianca ricamata od ornata di trina che copre e stringe la testa come una cuffia da notte e scende in forma di velo pure trinato e ricamato intorno al collo e sulle spalle. Questo velo svolazzante all’uso arabo e quegli orecchini spropositati e stravaganti, dànno a queste donne un aspetto tra regale e barbaresco, che, se non fossero bianche come sono, le farebbe pigliare per donne di qualche paese selvaggio, che avessero conservato del loro costume nativo l’ornamento del capo. Non mi meraviglio che certi viaggiatori, al vedere per la prima volta quegli orecchini, abbiano creduto che fossero ad un tempo un ornamento e uno strumento, e abbiano chiesto a che cosa servissero. Ma si può anche supporre che siano fatti così per un altro scopo: che servano cioè come armi di difesa al pudore femminile, perchè un impertinente che avvicinasse troppo il viso, incontrerebbe quell’impedimento almeno quattro dita prima di giungere a toccare la guancia. Questi orecchini, portati particolarmente dalle donne del contado, son quasi tutti d’oro e costano, grandi come sono e poi col cerchio e gli altri accessorii, una bella somma; ma dei contadini olandesi vidi ben altre ricchezze nelle mie passeggiate in campagna.


Vicino alla piazza del mercato v’è la Cattedrale, fondata verso la fine del decimoquinto secolo, al tempo della decadenza dell’architettura ogivale: allora chiesa cattolica, dedicata a san Lorenzo, ora la prima chiesa protestante della città. Il protestantesimo, vandalo della religione, entrò nella chiesa antica col piccone e col pennello dell’imbianchino, ruppe, scrostò, sdorò, intonacò, lacerò con pedantesco fanatismo tutto quello che vi rinvenne di bello e di splendido, e la ridusse un edifizio nudo, bianco, freddo, quale avrebbe dovuto essere, al tempo degli Dei falsi e bugiardi, un tempio consacrato alla Dea della Noia. Un organo immenso, composto di quasi cinquemila canne, che rende, fra gli altri suoni, l’effetto dell’eco; alcune tombe d’ammiragli ornate di lunghi epitaffi olandesi e latini; molti banchi, qualche ragazzo col cappello in capo, un gruppo di donne che chiacchieravano ad alta voce, un vecchietto col sigaro in bocca in un canto: non vidi altro. Quella era la prima chiesa protestante in cui mettevo il piede e confesso che mi fece un senso sgradevole, misto un po’ di tristezza e di scandalo. Confrontai quell’aspetto di chiesa devastata colle magnifiche cattedrali d’Italia e di Spagna, dove sulle pareti rischiarate d’una luce soave e misteriosa, a traverso le nuvole d’incenso, s’incontrano gli sguardi amorosi degli angioli e delle sante, che ci mostrano il cielo; dove si vedono tante immagini d’innocenza che rasserenano, tante immagini di dolore che aiutano a soffrire, che ispirano la rassegnazione, la pace, la dolcezza del perdono; dove il povero senza tetto e senza pane, respinto dalla porta del ricco, può pregare fra i marmi e gli ori, come in una reggia, nella quale non è disdegnato, fra uno splendore e una pompa che non lo umilia, che anzi onora e conforta la sua miseria; quelle cattedrali, in fine, dove c’inginocchiammo da fanciulli accanto a nostra madre, e sentimmo per la prima volta una dolce sicurezza di riviver un giorno con lei in quei profondi spazi azzurri che vedevamo dipinti nelle cupole sospese sul nostro capo. Confrontando quella chiesa con queste cattedrali, mi accorsi ch’ero assai più cattolico che non credessi, e sentii la verità di quelle parole del Castelar:—Ebbene, sì, sono razionalista: ma se un giorno dovessi tornare in seno ad una religione, tornerei a quella splendida dei miei padri, e non a codesta religione squallida e nuda, che rattrista i miei occhi e il mio cuore!

Dall’alto della torre si vede con un colpo d’occhio tutta la città di Rotterdam coi suoi piccoli tetti rossi ed acuti, i suoi larghi canali, i suoi bastimenti sparpagliati fra le case, e tutt’intorno alla città, una pianura sconfinata e verdissima, percorsa da canali fiancheggiati d’alberi, sparsa di mulini a vento, di villaggi nascosti in mezzo a mucchi di verzura, che non mostrano che la punta dei loro campanili. In quel momento il cielo era sereno, si vedevano luccicare le acque della Mosa dalle vicinanze di Bois-le-Duc fino quasi alla sua foce; si scorgevano i campanili di Dordrecht, di Leida, di Delft, dell’Aja, di Gouda; ma da nessuna parte, nè vicino nè lontano, una collina, un rialto di terra, una curva che interrompesse la linea diritta rigidissima dell’orizzonte. Era come un mare verde ed immobile, sul quale i campanili rappresentavano alberi di bastimenti ancorati. L’occhio spaziava su quell’immenso piano quasi riposandosi, ed io provavo per la prima volta quel sentimento indefinibile che ispira la campagna olandese, che non è tristezza, nè piacere, nè noia, ma un misto di tutte e tre queste cose, che ci tien là molto tempo immobili, senza saper che cosa si guarda e a che cosa si pensa.

Tutt’a un tratto fui scosso da una musica bizzarra che non capii subito di dove venisse. Erano campane che suonavano un’arietta allegra con note argentine, le quali ora scoccavano lente che pareva si staccassero a fatica l’una dall’altra, ora prorompevano in gruppi, in fioriture strane, in trilli, in scoppi sonori; una musica saltellante e piena di ghiribizzi, che aveva qualcosa di primitivo come la città variopinta, sulla quale si spandevan le sue note a guisa d’uno stormo d’uccelli; e anzi consuonava così al carattere della città, che pareva la sua voce naturale, un’eco della vita antica di quella gente, che faceva pensare al mare, alla solitudine, alle capanne, e nello stesso tempo destava il riso e toccava il cuore. All’improvviso la musica cessò e sonarono le ore. In quello stesso punto altri campanili lanciavano nell’aria altre ariette delle quali mi arrivavano appena all’orecchio le note più acute, e finite le ariette, suonavan le ore come il primo. Questo concerto aereo, come seppi poi, e me ne fu spiegato il meccanismo, si ripete ad ogni ora del giorno e della notte, in tutti i campanili dell’Olanda; e sono arie di canzoni nazionali, di salmi, d’opere italiane e tedesche. Così in Olanda l’ora canta, come per distrarre la mente dal pensiero triste del tempo che fugge, e canta la patria, la religione e l’amore, con un’armonia che sorvola a tutti i rumori della terra.