Ma tant’è, mi pare una corbelleria così nuova che non posso tenermela nella penna.
V’era dunque una volta un ricco signore dei dintorni di Rotterdam, il quale si chiamava Van Klaës, ed era soprannominato papà gran pipa, perchè era vecchio, grosso e gran fumatore. La tradizione racconta ch’egli aveva fatto fortuna, da onesto negoziante, nelle Indie, e ch’era un uomo di miti costumi e di buon cuore. Tornato dalle Indie, s’era fatto fabbricare un bellissimo palazzo vicino a Rotterdam, e in questo palazzo aveva raccolto e disposto in forma di Museo tutti i modelli di pipe che vide il sole, in tutti i paesi e in tutti i tempi, da quelle che servivano agli antichi barbari per fumare la canapa alle splendide pipe di schiuma e d’ambra sopraccaricate di figurine e cerchiellate d’oro che si ammirano nelle più belle botteghe di Parigi. Il Museo era aperto agli stranieri, e ad ognuno che lo visitasse, il signor Van Klaës, dopo aver sfoggiato la sua vasta erudizione fumatoria, riempiva le tasche di sigari e di tabacco e regalava un catalogo del Museo con una copertina di velluto.
Il signor Van Klaës fumava cento cinquanta grammi di tabacco al giorno, e morì all’età di novantott’anni; così che, fatto il conto colla supposizione che abbia cominciato a fumare di diciotto anni, in tutto il corso della sua vita egli ne fumò quattromila trecento ottantatrè chilogrammi; colla quale quantità di tabacco, si forma una striscia nera non interrotta della lunghezza di venti leghe francesi. Con tutto ciò il signor Van Klaës si mostrò assai più grande fumatore in morte che in vita. La tradizione ha conservato tutti i particolari della sua fine. Gli mancavan pochi giorni a compire il novantottesimo anno, quando egli sentì improvvisamente che quell’anno sarebbe stato l’ultimo. Mandò a chiamare il suo notaio, ch’era pure un fumatore emerito, e senz’altro preambolo: “Notaro mio” gli disse “riempite la mia pipa e la vostra; io mi sento morire.” Il notaio riempì le pipe, le accesero e il signor Van Klaës dettò il suo testamento, che diventò poi celebre in tutta l’Olanda.
Dopo aver disposto d’una gran parte del suo avere a favore di parenti, d’amici e d’ospizi, dettò i seguenti articoli:
Voglio che tutti i fumatori del paese siano invitati ai miei funerali con tutti i mezzi possibili: giornali, lettere private, circolari, annunzi. Ogni fumatore che si renderà all’invito, riceverà in dono dieci libbre di tabacco e due pipe, sulle quali siano incisi il mio nome, le mie armi e la data della mia morte. I poveri del distretto che accompagneranno il mio feretro, riceveranno ogni anno, il giorno anniversario della mia morte, un gran pacco di tabacco. A tutti coloro che assisteranno al funerale, metto per condizione, se vogliono partecipare ai benefizi del mio testamento, che fumino senza interruzione per tutta la durata della cerimonia. Il mio corpo sarà chiuso in una cassa rivestita internamente del legno delle mie vecchie scatole dei sigari d’Avana. In fondo alla cassa, sarà deposta una scatola di tabacco francese detto caporal e un pacco del nostro vecchio tabacco olandese. Al mio fianco, sarà messa la mia pipa prediletta e una scatola di fiammiferi.... perchè non si sa mai quello che possa accadere. Portato il feretro al cimitero, tutte le persone del corteggio, prima d’andarsene, gli sfileranno dinanzi e vi getteranno sopra la cenere della loro pipa.
Le ultime volontà del signor Van Klaës furono rigorosamente compiute; i funerali riescirono splendidi e velati da una fitta nebbia di fumo; la cuoca del defunto, che si chiamava Gertrude, alla quale il padrone aveva lasciato, con un codicillo, una rendita considerevole, a patto che vincesse la sua ostinata avversione al tabacco, accompagnava la processione con un sigaretto di carta fra le labbra; i poveri benedissero la memoria del benefico signore, e tutto il paese risonò delle sue lodi, come risuona oggi ancora della sua fama.
Passando lungo un canale, vidi, con nuovi effetti, uno di quei rapidi cambiamenti di tempo che avevo visti il giorno innanzi. Tutt’a un tratto il sole dispare, quell’infinita varietà di colori ridenti si offusca, e comincia a soffiare un venticello d’autunno. Allora alla quiete allegra di poc’anzi succede da tutte le parti e in ogni cosa una sorta d’agitazione paurosa. I rami degli alberi stormiscono, le bandierine dei bastimenti ondeggiano, le barchette legate alle palafitte saltellano, le acque tremolano, i mille oggetti appesi alle case dondolano, le braccia dei mulini girano più rapide; pare che corra per tutto un brivido d’inverno e che la città si rimescoli come se avesse inteso una minaccia misteriosa. Dopo pochi minuti il sole ricompare, e col sole i colori, la pace, l’allegrezza. Questo spettacolo mi fece pensare che veramente l’Olanda non si possa dire un paese d’aspetto triste, come molti credono; ma piuttosto tristissimo o allegrissimo a vicenda, secondo il tempo. È in ogni cosa il paese dei contrasti. Sotto un cielo capricciosissimo v’è il popolo meno capriccioso della terra; e questo popolo fermo e ordinato, ha l’architettura più barcollante e più scompigliata che si possa veder con due occhi.
Prima d’entrare nel Museo di Rotterdam, mi sembrano opportune alcune osservazioni sulla pittura olandese, non per coloro che sanno, ben inteso, ma per coloro che hanno dimenticato.