Non è lo Steen il solo pittore olandese che abbia la reputazione, meritata o no, di beone. Vi fu un tempo in cui quasi tutti gli artisti passavano una buona parte della giornata nelle taverne, pigliavano cotte favolose, venivano alle mani, ne uscivano pésti e sanguinosi. In un poema sulla pittura di Karel van Mander, il primo che scrisse la storia dei pittori dei Paesi Bassi, v’è un passo contro il vizio dell’ubriachezza e l’abitudine delle risse, che dice fra le altre cose: siate sobrii e fate che al malaugurato proverbio: «Crapulone come un pittore» si sostituisca: «Temperante come un artista.» Il Mieris, per citare soltanto i più famosi, fu un bevitore emerito; il Van Goyen, un briachella; Francesco Halz, maestro del Brouwer, una spugna da vino; il Brouwer, un bettolante incorreggibile; Guglielmo Cornélis e Hondekoeter, devotissimi anch’essi alla bottiglia. Degli altri minori si dice che parecchi morirono ubriachi. E anche nelle morti, la storia dei pittori olandesi presenta mille casi strani. Il grande Rembrandt morì nella strettezza, quasi all’insaputa di tutti; l’Holbema morì ad Amsterdam nel quartiere dei poveri; lo Steen morì nella miseria; Brouwer morì all’ospedale; Andrea Both ed Enrico Verschuring morirono annegati; Adriano Bloemaert morì in duello; Carel Fabritius morì per lo scoppio di una polveriera; Giovanni Scotel morì col pennello in mano d’un colpo d’apoplessia; il Potter morì tisico; Luca di Leida morì avvelenato. Così che tra le brutte morti, lo stravizio e la gelosia, si può dire che una gran parte dei pittori olandesi hanno avuto una sorte ben infelice.
V’è ancora nel Museo di Rotterdam una bella testa del Rembrandt; una scena di briganti del Wouwermam, gran pittore di cavalli e di battaglie; un paesaggio del Van Goyen, il pittore delle spiaggie morte e dei cieli plumbei; una marina del Backhuizen, il pittore delle tempeste; un quadro del Berghem, il pittore dei paesaggi ridenti; uno dell’Everdingen, il pittore delle cascate d’acqua e delle foreste; ed altri quadri italiani e fiamminghi.
Uscendo dal Museo incontrai una compagnia di soldati, i primi soldati olandesi ch’io vedevo, vestiti di scuro, senz’alcun ornamento vistoso, biondi dal primo all’ultimo, coi capelli lunghi, e quasi tutti con un’aria di bonomia che mi faceva parere strano che portassero delle armi. A Rotterdam, una città di più di centomila abitanti, ci sono trecento soldati di presidio! E dire che Rotterdam ha fama, tra le città dell’Olanda, d’essere la più turbolenta e la più pericolosa! Ci fu infatti, tempo fa, una dimostrazione popolare contro il Municipio, la quale non ebbe altra conseguenza che alcuni vetri rotti; ma in un paese come quello, che va coll’oriolo, doveva parere, e parve veramente un gran che; accorse la cavalleria dall’Aja, lo Stato ne fu commosso. Non si deve credere, però, che quel popolo sia tutto zucchero; che anzi, per confessione degli stessi Rotterdamesi, quella che il Carducci chiama santa canaglia è bravamente licenziosa, come in tante altre città di peggior reputazione; e la scarsità delle guardie di polizia è piuttosto un fomite alla licenza, che una prova, come qualcuno potrebbe credere, della pubblica disciplina.
Rotterdam, ho già detto, non è una città letterata nè artistica; è anzi una delle poche città olandesi nelle quali non è nato alcun grande pittore; sterilità che ha comune coll’intera provincia di Zelanda. Ma non è Erasmo la sua unica gloria letteraria. In un piccolo parco, che si stende a destra della città, sulla riva della Mosa, che è come l’Acquasola di Rotterdam, si vede una statua di marmo che i Rotterdamesi innalzarono al poeta Tollens, nato verso la fine dello secolo scorso, morto pochi anni sono. Questo Tollens, chiamato da alcuni, un po’ arditamente, il Béranger dell’Olanda, fu (e in questo solo rassomiglia al Béranger) uno dei poeti più popolari del paese; uno di quei poeti, come ve ne furono tanti in Olanda, semplici, morali, pieni di buon senso, più ricchi anzi di buon senso che d’ispirazione, che trattarono la poesia un po’ come si trattano gli affari, che non scrissero mai nulla che potesse spiacere ai loro savi parenti e ai loro savi amici, che cantarono il loro buon Dio e il loro buon re, che espressero il carattere del loro popolo tranquillo e pratico, badando sempre a dir delle cose giuste, piuttosto che delle cose grandi; e soprattutto, coltivando la poesia a tempo avanzato, da prudenti padri di famiglia, senza rubare un minuto alle faccende della loro professione. Come tanti altri poeti olandesi (di ben’altra natura, però, e di ben altro ingegno che il suo) come per esempio, il Vondel ch’era un cappellaio, l’Hooft ch’era governatore di Muyden, il Van Lennep ch’era procuratore fiscale, il Gravenswaert ch’era consigliere di Stato, il Bogaers ch’era avvocato, il Beets che è pastore, così il Tollens esercitava, insieme colle lettere, un’altra professione: era speziale a Rotterdam, e passava quasi tutta la giornata, anche negli ultimi suoi anni, nella spezieria. Era padre di famiglia e amava teneramente i suoi figliuoli, come si rileva dalle diverse poesie che fece in occasione della nascita del loro primo, secondo e terzo dente. Scrisse canzoni e odi sopra soggetti famigliari e patriottici—fra cui l’inno nazionale dell’Olanda, inno mediocre, che il popolo canta per le strade e i ragazzi nelle scuole—e un poemetto, che è forse la migliore delle sue opere, sopra la spedizione tentata dagli Olandesi verso la fine del secolo XVI nel mare del polo. Il popolo imparò a mente quasi tutte le sue poesie e l’amò e lo predilesse sempre come il suo più fedele interprete e il suo più affettuoso amico. Ma con tutto ciò il Tollens non è considerato in Olanda come un poeta di prim’ordine; molti non lo pongono nemmeno fra quelli che seguono immediatamente i primi, e non son pochi quelli che gli rifiutano sdegnosamente la fronda sacra.
Del resto, se Rotterdam non è una città nè letteraria nè artistica, ha per compenso uno straordinario numero di istituzioni filantropiche, dei casini splendidi ove si trovan i principali giornali d’Europa, e tutti i comodi e i divertimenti d’una città ricca e civile.
Le osservazioni che ebbi occasione di fare sul carattere e sulla vita degli abitanti, cadranno più a proposito all’Aja. Dirò solo che osservai a Rotterdam, come in tutte le altre città olandesi, che nessuno lascia trasparire ombra di vanità nazionale parlando delle cose proprie. Quel: bello eh? che ne dite eh? che si sente ad ogni momento in altri paesi, là non si sente mai, nemmeno a proposito delle cose universalmente ammirate. Ogni volta ch’io dissi a un rotterdamese che la città mi piaceva, lo vidi fare un atto di leggero stupore. Parlando del loro commercio, delle loro istituzioni, non si lasciano mai sfuggire dalla bocca, non dico una espressione gonfia, ma nemmeno una parola che accenni vanto o compiacenza. Parlano quasi sempre di quello che faranno e quasi mai di quello che hanno fatto. Una delle prime domande che m’intendevo fare quando nominavo la mia patria era: “E le finanze?” Quanto al loro paese, osservai che sanno benissimo tutto quello che può esser utile di sapere, e pochissimo quello che può soltanto piacere di conoscere. Cento cose, cento punti della città che avevo osservati dopo ventiquattr’ore di soggiorno a Rotterdam, molti non li avevano mai veduti, il che prova che non c’è affatto l’uso di andare a zonzo e di guardare in aria. Quando partii, i miei conoscenti mi empirono le tasche di sigari, mi raccomandarono di far dei desinari succulenti e mi diedero dei consigli sulla maniera di viaggiare con economia. Accomiatandomi, non intesi nessuno di quei clamorosi: “Che peccato! ma scriva! ma torni! ma si ricordi di noi!” che mi risonavano all’orecchio in Spagna. Null’altro che strette di mano, uno sguardo e un a rivederci detto a fior di labbra.