Quest’uomo senza regno e senza esercito è più potente di lui. Come lui, è stato discepolo di Carlo V, e ha imparato l’arte con cui si fondano i troni e l’arte con cui si fanno precipitare. Come lui è astuto e impenetrabile; ma vede più profondamente cogli occhi dell’intelletto nell’avvenire. Possiede, come il suo nemico, la facoltà di leggere nell’anima degli uomini; ma ha sopra di lui la facoltà di guadagnare i cuori. Ha una buona causa da sostenere; ma sa valersi di tutte le arti con cui si sostengono le cattive. Filippo II, che spia e indovina tutti gli uomini, è alla sua volta spiato e indovinato da lui. I disegni del gran re sono scoperti e sventati prima ancora che messi in opera; mani misteriose frugano nelle sue cassette e nelle sue tasche, e rimestano le sue carte segrete; Guglielmo, dall’Olanda, legge nella mente a Filippo, nell’Escuriale; previene, arresta, scompiglia tutte le sue trame; gli scava il terreno sotto i piedi; lo provoca e lo sfugge e gli ritorna perpetuamente dinanzi come un fantasma ch’egli vede e non può afferrare, che afferra e non può distruggere. E infine muore, ma la vittoria rimane a lui morto, e la sconfitta al nemico che sopravvive. L’Olanda riman per poco senza capo, ma la monarchia spagnuola ha avuto un tale tracollo che non si potrà mai più rilevare.
In questa lotta prodigiosa, nella quale la figura del gran Re rimpicciolisce via via fin che dispare dalla scena del mondo, il principe d’Orange grandeggia e si solleva man mano fino ad essere la più gloriosa figura del suo secolo. Il giorno in cui, essendo ostaggio presso il Re di Francia, scopre il disegno di Filippo, di stabilire l’Inquisizione nei Paesi Bassi, quel giorno egli consacra sè stesso alla difesa delle libertà della sua patria e in tutta la vita non vacilla più un momento sulla via che ha intrapresa. I vantaggi della nobiltà dei natali, una fortuna reale, la pace e la vita splendida che amava per natura e per costume, sacrifica tutto alla sua impresa; si riduce povero e proscritto, e nella proscrizione e nella povertà respinge costantemente le offerte di perdoni e di favori che gli vengon fatte da mille parti e per mille vie dal nemico che l’odia e che lo teme. Circondato d’assassini, fatto bersaglio delle calunnie più atroci, accusato persino di vigliaccheria dinanzi al nemico e dell’assassinio d’una sposa che adorava, guardato qualche volta con diffidenza, calunniato, osteggiato dal medesimo popolo ch’egli difende, sopporta tutto in silenzio, con dolcezza. Va diritto alla sua mèta affrontando pericoli infiniti con coraggio tranquillo. Non piega, non adula mai il popolo, non si lascia trascinare dalle passioni del suo paese; è sempre lui che guida, sempre alla testa, il primo; tutto si raggruppa intorno a lui; è la mente, la coscienza e il braccio della rivoluzione; il focolare che irradia e che conserva il calore della vita nella sua patria. Grande per audacia e per prudenza, procede integro in un tempo di spergiuri e di perfidie; riman mite, in mezzo ad uomini violenti; conserva le mani immaculate, mentre tutte le corti d’Europa si macchiano di sangue. Con un esercito raccogliticcio, con alleati deboli od incerti, intralciato dalle discordie interne di luterani e calvinisti, di nobili e di borghesi, di magistrati e di popolo, senza alcun grande capitano, dovendo lottare contro lo spirito municipale delle provincie che s’adombrano della sua autorità e sfuggono sotto la sua mano, egli trionfa in una lotta che sembra superiore alle forze umane; stanca il duca d’Alba, stanca il Requescens, stanca don Giovanni d’Austria, stanca Alessandro Farnese; manda a vuoto le trame dei principi stranieri che vogliono soccorrere il suo paese per assoggettarlo; conquista simpatie e strappa aiuti da ogni parte d’Europa; e compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia, fonda uno stato libero a dispetto d’un Impero ch’era lo spavento dell’universo.
Quest’uomo così tremendo e così grande in faccia al mondo, era pure un marito e un padre affettuoso, un amico e un compagno affabile, amante delle brigate allegre, dei conviti; ospite magnifico e gentile. Era colto; sapeva oltre il fiammingo, il francese, il tedesco, lo spagnuolo, l’italiano, il latino; discorreva dottamente di ogni cosa. Benchè soprannominato il Taciturno (più per aver serbato lungo tempo il segreto scoperto alla corte di Francia, che per abitudine che avesse di tacere) era uno degli uomini più eloquenti del suo tempo. Era semplice di maniere, modesto nel vestire, amava e si faceva amare dal popolo; passeggiava per le strade della città, solo, senza cappello; s’intratteneva cogli operai e coi pescatori, che gli offrivano da bere nei loro bicchieri; ascoltava i loro ricorsi, componeva le loro liti, entrava nelle case a ristabilir la concordia nelle famiglie; ed era chiamato da tutti padre Guglielmo. E fu infatti padre, piuttosto che figlio, della sua patria. Il sentimento d’ammirazione e di gratitudine che vive ancora per lui nel cuore degli Olandesi, ha tutta l’intimità e la tenerezza d’un affetto figliale; il suo venerato nome suona ancora su tutte le bocche; la sua grandezza, spoglia d’ogni ornamento e d’ogni velo, è rimasta intera, netta, salda, come l’opera sua.
Vista la tomba, andai a vedere il luogo dove il principe d’Orange fu assassinato. Ma dopo aver ricordato com’egli visse, bisogna ricordare com’egli morì.
Nell’anno 1580, Filippo II aveva pubblicato un editto col quale prometteva una ricompensa di venticinque mila scudi d’oro e un titolo di nobiltà a colui che uccidesse il principe d’Orange. Quest’editto infame, che stimolava a un tempo la cupidigia e il fanatismo, aveva fatto pullulare da ogni parte assassini, che s’aggiravano intorno al principe d’Orange, con falsi nomi e con armi nascoste, spiando l’occasione. Un giovane biscaglino, di nome Jaureguy, cattolico fervente, al quale un frate domenicano aveva promesso la gloria del martirio, fece il primo tentativo. Si preparò col digiuno e colla preghiera, udì la messa, prese la comunione, si coperse di reliquie sacre, penetrò nel palazzo dell’Orange, e accostandosi al principe in atto di porgergli una supplica, gli tirò un colpo di pistola nel capo. La palla gli attraversò la mascella, ma la ferita non fu mortale; il principe d’Orange guarì. L’assassino fu straziato in sull’atto a colpi di spada e d’alabarda; poi squartato sulla piazza pubblica; e le sue membra appese a una delle porte d’Anversa, dove rimasero fin che il duca di Parma essendosi impadronito della città, i Gesuiti le raccolsero e le presentarono come reliquie alla venerazione dei fedeli.
Poco tempo dopo fu sventata un’altra congiura contro la vita del principe. Un gentiluomo francese, un italiano e un vallone, che lo seguivano da qualche tempo col proposito d’ucciderlo, furono scoperti e arrestati. Uno d’essi si uccise in prigione con una coltellata, l’altro fu strangolato in Francia, il terzo riuscì a fuggire, dopo aver confessato che tutti e tre avevano congiurato insieme per ordine espresso del duca di Parma.
In questo frattempo gli agenti di Filippo percorrevano il paese istigando i ribaldi all’assassinio colla promessa di tesori, e i preti e i frati istigavano i fanatici colla promessa dell’aiuto e della ricompensa del cielo. Altri assassini tentarono. Uno spagnuolo, scoperto e arrestato, fu squartato ad Anversa; un ricco negoziante, di nome Hans Jansen, fu ucciso a Flessinga. Parecchi avevano offerto il loro braccio al principe Alessandro Farnese e n’avevano ricevuto incoraggiamenti e denari. Il principe d’Orange, che sapeva tutto questo, nutriva un vago presentimento della sua prossima morte, lo diceva ai suoi famigliari, e rifiutando di prendere qualsiasi misura per assicurare la propria vita, rispondeva a chi gli dava quel consiglio: «È inutile. Dio sa il conto dei miei anni. Egli ne dispone a sua volontà. Se v’è qualche miserabile che non teme la morte, la mia vita è in sua balía, per quanto io mi guardi.»
Otto assassinii, prima di quello che riuscì, furono tentati contro di lui.