La notizia della morte del principe d’Orange aveva sparso nel paese una costernazione immensa. Il suo corpo fu esposto per un mese sur un letto funebre, intorno al quale il popolo accorse a inginocchiarsi ed a piangere. I suoi funerali furon degni d’un re: v’intervennero gli Stati Generali delle Provincie unite, il Consiglio di Stato, gli Stati d’Olanda, i magistrati, i ministri della religione, i principi della casa di Nassau; dodici gentiluomini portavano la bara; quattro gran signori tenevano i cordoni del panno mortuario; seguiva il cavallo del principe, splendidamente bardato, condotto dal suo scudiero; e si vedeva, in mezzo al corteo dei conti e dei baroni, un giovane di diciott’anni, che doveva raccogliere la gloriosa eredità del defunto, umiliare gli eserciti spagnuoli, e costringere la Spagna a chieder tregua, e a riconoscere l’indipendenza delle provincie unite. Quel giovane era Maurizio d’Orange, figlio di Guglielmo, al quale gli Stati d’Olanda, poco tempo dopo la morte del padre, conferirono la dignità di Statoldero, e affidarono poi il comando supremo delle forze di terra e di mare.

E mentre l’Olanda piangeva la morte del principe d’Orange, in tutte le città soggette al re di Spagna il clero cattolico festeggiava l’assassinio e l’assassino; i gesuiti lo esaltavano come un martire; l’Università di Louvain pubblicava la sua apologia; i canonici di Bois-le-Duc cantavano il Te Deum. Qualche anno dopo, la famiglia del Gerard riceveva dal re di Spagna un titolo di nobiltà e le terre del principe d’Orange confiscate nella Borgogna.

La casa dove il principe d’Orange fu assassinato, esiste ancora; è un edificio d’aspetto cupo, con finestre centinate e una stretta porta, che forma parte del chiostro d’una antica chiesa consacrata a sant’Agata, e porta ancora il nome di Prinsenhof benchè serva ora di caserma all’artiglieria. Domandai il permesso d’entrare all’ufficiale di guardia; un caporale, che sapeva un po’ di francese, mi accompagnò; attraversammo un cortile pieno di soldati e arrivammo al luogo memorabile. Vidi la scala che saliva il principe quando fu ferito, l’angolo oscuro dove s’era rimpiattato il Gerard, la porta della sala dove lo sventurato Guglielmo desinò per l’ultima volta, e le traccie delle palle nel muro, in un piccolo spazio imbiancato, con un’iscrizione olandese che rammenta che là morì il padre della patria. Il caporale mi accennò per dove era fuggito l’assassino. Mentre io guardavo intorno con quella curiosità pensierosa che si prova nei luoghi di grandi delitti, salivano e scendevano soldati; si soffermavano a guardarmi e poi scappavano cantando e fischiando; altri mi ronzavano intorno; alcuni ridevano forte nel cortile; e tutta quell’allegria giovanile faceva colla triste solennità delle memorie del luogo, un contrasto vivo e commovente, come una festa di fanciulli nella stanza dov’è morto l’avo di cui hanno cara la memoria.

In faccia alla caserma, v’è la più antica chiesa di Delft, che contiene la tomba di quel famoso ammiraglio Tromp, il veterano della marina olandese, che vide trentadue battaglie di mare, sconfisse nel 1652, alla battaglia detta delle Dune, la flotta inglese, comandata dal Blake, e rientrò in patria con una scopa appesa al grand’albero della nave ammiraglia, per indicare che aveva spazzato gl’inglesi dal mare. V’è la tomba di Pietro Hein, che diventò di semplice pescatore grande ammiraglio e fece quella memorabile retata di bastimenti spagnuoli che portavano nei fianchi più di undici milioni di fiorini. V’è la tomba del Leuwenhoek, il padre della scienza dell’infinitamente piccino, quegli che col vetro indagatore, come dice il Parini, vide a nuoto nell’onda genitale il picciol uomo. La chiesa ha un alto campanile sormontato da quattro torricine coniche, e inclinato come la torre di Pisa, per essergli ceduto sotto il terreno. In una cella di questo campanile fu rinchiuso il Gerard la notte che seguì l’assassinio.


A Rotterdam m’avevan dato una lettera per un cittadino di Delft, colla quale lo pregavano di farmi vedere la sua casa. «Egli desidera» diceva la lettera «di penetrare i misteri d’una vecchia casa olandese: sollevategli per un momento la cortina del santuario.» Non mi fu difficile di trovar la casa, e appena la vidi, dissi tra me:—È il fatto mio!

Era una casetta all’estremità d’una strada che finiva nella campagna, d’un sol piano, rossa, colla facciata a collo, posta quasi sull’orlo d’un canale, e un po’ inclinata innanzi come per specchiarsi nell’acqua, con un bel tiglio davanti che si allargava sulle finestre come un grande ventaglio; e un ponte levatoio in dirittura della porta. V’eran le tendine bianche, la porta verde, i fiori, gli specchietti; era un modellino di casa olandese.

La strada era deserta; prima di picchiare alla porta, stetti un po’ a guardare e a pensare. Quella casa mi faceva capire l’Olanda meglio di tutti i libri che avevo letti. Era insieme l’espressione e la ragione dell’amor della famiglia, dei desiderii modesti, dell’indole indipendente del popolo olandese. Nei nostri paesi non c’è la vera casa; non ci sono che scompartimenti di caserme, abitazioni astratte, che non han nulla di nostro, nelle quali viviamo nascosti, ma non soli, udendo mille rumori di gente estranea, che turba i nostri dolori coll’eco delle sue gioie, o le nostre gioie coll’eco dei suoi dolori. La vera casa è in Olanda, la casa personale, distinta dalle altre, pudica, circospetta, e appunto perchè distinta dalle altre, nemica dei misteri e degl’intrighi; tutta lieta, quando è lieta la famiglia che l’abita, e quando questa è trista, tutta trista. In quelle case, con quei canali e quei ponti levatoi, ogni modesto cittadino sente un po’ della dignità solitaria d’un castellano, o di un comandante di fortezza, o di un capitano di bastimento; e vede infatti dalle sue finestre, come da quelle di un bastimento immobile, una pianura uniforme e sconfinata, che gl’ispira gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti liberi e gravi che ispira il mare. Gli alberi che circondano la sua casa quasi d’un vestimento di verzura, non ci lasciano penetrare che una luce rotta e discreta; la barca carica di mercanzie scivola mollemente davanti alla sua porta; non ode scalpitío di cavalli, non chiocchi di frusta, non canti, non grida; intorno a lui tutti i movimenti della vita son silenziosi e lenti; tutto spira pace e dolcezza; e il campanile della chiesa vicina gli annunzia l’ora con un’onda d’armonia riposata e costante come i suoi affetti e il suo lavoro.

Picchiai alla porta, mi aprì il padron di casa, gli porsi la lettera, lesse, mi diede uno sguardo scrutatore e mi fece entrare. Segue così quasi sempre. Gli Olandesi, di primo abbordo, son diffidenti. Noi, al primo venuto che ci porta una lettera di raccomandazione, apriamo le braccia come se fosse il nostro più intimo amico; e spesso poi non facciamo per lui il bellissimo nulla. Gli Olandesi, invece, accolgono freddamente, qualche volta anzi in un modo che fa rimaner lì quasi mortificati; ma poi vi prestano mille servigi, colla migliore volontà del mondo, e senz’aver mai l’aria di fare una cortesia.

Il di dentro della casa corrispondeva perfettamente al di fuori: pareva l’interno d’un bastimento. Una scala a chiocciola, di legno, lucente come l’ebano, conduceva alle stanze alte. Sulla scala, dinanzi alle porte, sugli impiantiti, v’erano stuoie e tappeti. Le stanze eran piccine come celle; i mobili nitidissimi; le lastre, le maniglie, i chiodi, le borchie, tutti gli ornamenti di metallo, luccicanti come se fossero usciti allora dalle mani del brunitore; e da ogni parte v’era un ripieno di vasi di porcellana, di tazze, di lumi, di specchi, di quadretti, di stipi, di cantoniere, di ninnoli, di oggettini d’ogni forma e d’ogni uso, meravigliosamente puliti, che attestavano i mille piccoli bisogni che crea l’amore della vita sedentaria, l’attività previdente, la cura continua, il gusto del piccino, il culto dell’ordine, l’economia industriosa dello spazio, il soggiorno, in fine, d’una donna casalinga e tranquilla.