“Prima di tutto,” continuò, “c’è il guaio che, per poco che s’abbia una casa grande, bisogna tenerne due, una per la cucina e una per la pulizia, essendo quasi impossibile, con quella manía che hanno di lavare fin l’aria, che una sola faccia le due cose. Poi son tutte assetate rabbiose di libertà; vogliono star fuori la sera fino alle dieci; avere di tratto in tratto una giornata completamente libera. Poi bisogna tollerare che il loro fidanzato o altro le venga a pigliare in casa; tollerare che ballino per la strada; tollerare che facciano il diavolo nelle feste delle Kermess. Di più, quando si congedano, aspettare che se ne vadano quando piace a loro, e qualche volta si fanno aspettare dei mesi. Oltre a questo, una paga di novanta, di cento fiorini all’anno. Oltre la paga, un tanto per cento su tutti i pagamenti che fa il padrone; mancie, di stretto rigore, da tutti gli amici invitati; regali straordinarii di denaro e di robe; e soprattutto e sempre, pazienza, pazienza, pazienza.”

Ne sapevo abbastanza per parlarne in cattedra con mia madre, e rivolsi la conversazione sopra un argomento meno sconsolante.

Passando per una stradetta appartata, vidi una signora che s’avvicinò a una porta, lesse in un pezzetto di carta che v’era attaccato su, fece un atto di dolore e se n’andò. Dopo un momento, un’altra donna che passava, si fermò, lesse e tirò via. Domandai una spiegazione al mio compagno, il quale mi fece conoscere un uso assai curioso degli Olandesi. Su quel pezzetto di carta v’era scritto che il malato tale dei tali stava peggio. In molte città di Olanda, quando uno s’ammala, la famiglia affigge ogni giorno alla porta il bullettino sanitario, perchè gli amici e i conoscenti non abbian da entrare in casa a domandar notizie. Questa sorta d’annunzi si usano anche in altre occasioni. In certe città si annunzia la nascita d’un bambino appendendo alla porta una palla fasciata di seta rossa e di trina, il cui nome in olandese significa: prova di nascita. Se è una bambina, v’è su un pezzetto di carta bianca; se son gemelli, la trina è doppia; e per alcuni giorni dopo la nascita, si affigge pure un avviso che dice: «Il bimbo e la puerpera stanno bene, hanno passato una buona notte» o il contrario, secondo il caso. Una volta, quando sopra una porta c’era un annunzio di nascita, per nove giorni i creditori della famiglia non potevano picchiare alla porta; ma credo che quest’uso sia caduto, benchè dovesse avere la benefica virtù di promuovere l’accrescimento della popolazione.

In quella breve passeggiata per le strade di Delft, incontrai pure certe figure funebri che avevo già viste a Rotterdam, senza capire se fossero preti o magistrati o becchini, perchè il loro vestiario e il loro aspetto avevan un po’ delle tre cose. Portavano un cappello a tre punte, con un gran velo nero che scendeva sui fianchi, un vestito nero a coda di rondine, calzoni corti e neri, calze nere, mantello nero, scarpe con fibbie, cravatta e guanti bianchi; e un foglio listato di nero fra le mani. Il mio compagno mi spiegò che si chiamavano con un vocabolo olandese intraducibile aansprekers, e che il loro ufficio era di portar l’annunzio delle morti ai parenti ed amici dei defunti e di annunziarle per le strade. Il loro vestiario cangia in qualche particolare da paese a paese, e secondo che son cattolici o protestanti. In certe città hanno un enorme cappello alla don Basilio. Son per lo più pulitissimi e qualche volta vestiti e pettinati con una ricercatezza che contrasta irreverentemente col loro carattere d’impiegati della morte o, come li definì un viaggiatore, di lettere mortuarie viventi.

Ne vedemmo uno fermo dinanzi a una casa. Il mio compagno mi fece osservare che le finestre di quella casa avevano le imposte socchiuse, e mi disse che ci doveva esser morto qualcuno. Domandai chi. “Non lo so,” mi rispose “ma a giudicar dalle imposte non dev’essere un parente molto prossimo del padrone di casa.” Quest’argomentazione parendomi un po’ strana, egli mi spiegò che in Olanda, quando muore qualcuno in una famiglia, si chiudono le finestre con uno due o tre dei battenti mobili delle imposte, secondo che il parente è più o meno stretto. Ogni battente dinota un grado di parentela. Per il padre o la madre si chiudon tutti meno uno, per un cugino se ne chiude un solo, per un fratello due; e via discorrendo. Uso, c’è da credere, molto antico, e che dura ancora perchè in quel paese nessun uso si smette per capriccio, e si cangia soltanto quello che importa seriamente di cangiare, e dopo essersi arcipersuasi che si cangia in meglio.

Avrei voluto vedere, a Delft, la casa dov’era la birreria del pittore Steen, e dove egli prese probabilmente quelle sbornie famose, che furono oggetto di tante questioni fra i suoi biografi. Ma il mio ospite mi disse che non ce n’era memoria. Però, a proposito di pittori, mi diede la gradita notizia che io mi trovavo in quella parte dell’Olanda compresa fra Delft, l’Aja, il mare, la città d’Alkmar, il golfo d’Amsterdam e l’antico lago d’Haarlem, la quale si potrebbe chiamare propriamente la patria della pittura olandese, e perchè i più grandi pittori vi nacquero, e perchè, presentando degli aspetti singolarmente pittoreschi, l’amarono e la studiarono con predilezione. Ero dunque proprio nel seno dell’Olanda e partendo da Delft mi sarei sprofondato nel suo cuore.

Prima di partire, vidi ancora di sfuggita l’arsenale militare che occupa un grande edifizio, il quale serviva prima di magazzino alla Compagnia delle Indie orientali, e comunica con un’officina d’artiglieria e una gran polveriera posta fuori della città. V’è ancora, a Delft, la grande scuola politecnica degl’ingegneri, la vera scuola di guerra dell’Olanda, dalla quale escono gli ufficiali dell’esercito di difesa contro il mare, e son questi giovani guerrieri delle dighe e delle cateratte, trecento circa, che danno vita alla tranquilla città di Grozio. Mentre mettevo il piede nella barca che mi doveva condurre all’Aja, il mio olandese mi descriveva l’ultima festa quinquennale celebrata a Delft dagli studenti; una di quelle feste particolari dell’Olanda, specie di mascherate storiche, che sono come un riflesso della sua grandezza passata, e servono a mantener viva nel popolo la tradizione dei personaggi e degli avvenimenti illustri d’altri tempi. Una grande cavalcata rappresentava l’entrata in Arnhem nel 1492 di Carlo d’Egmont, duca di Gheldria, conte di Zuften; di quella famiglia d’Egmont, che diede col nobile e sventurato conte Lamoral la prima grande vittima della libertà olandese alla scure del duca d’Alba. Duecento studenti a cavallo, con bardature principesche, con armature, con cotte d’armi dorate e stemmate, agitando alteramente i grandi pennacchi e le grandi spade, formavano il corteggio del duca di Gheldria. Seguivano gli alabardieri, gli arcieri, i lanzichenecchi vestiti delle foggie pompose del decimoquinto secolo; suonavan le bande musicali; la città brillava tutta di lumi; e per le sue strade formicolava una folla immensa accorsa da ogni parte d’Olanda a godere quella splendida visione d’un’età lontana.


L’AJA.

La barca era vicina a un ponte, in un piccolo bacino formato dal canale che va da Delft all’Aja, e ombreggiato dagli alberi della sponda come un laghetto di giardino.