Anche in questo piccolo villaggio vi son due scuole, e non si può dire il sentimento che si prova vedendo a una cert’ora sparpagliarsi per quelle misere stradicciuole uno sciame di bambini biondi con una lavagna sotto il braccio e il gessetto in mano.
Scheveningen non è solamente un villaggio famoso per l’originalità dei suoi abitanti, che tutti gli stranieri visitano, e tutti i pittori dipingono. Vi sono due grandi case di bagni, dove convengono in estate Inglesi, Russi, Tedeschi, Danesi; il fiore dell’aristocrazia settentrionale; principi e ministri; mezzo l’almanacco di Gotha; e là balli, illuminazioni fantastiche e fuochi d’artificio sul mare. Le due case son poste sulle dune. A tutte le ore del giorno, certe carrozze della forma di baracche ambulanti di ciarlatani, tirate da un cavallo robusto, s’avanzano dalla spiaggia nel mare, fanno un giro sopra sè stesse, e n’escono signore che si tuffano nelle onde, lasciando errare le capigliature d’oro in preda al vento marino. La notte, echeggiano le musiche, i bagnanti escono, e la spiaggia si popola di una folla festiva, varia, elegante, in mezzo alla quale si odono accenti di tutte le lingue e si vedono bellezze di tutti i paesi. A pochi passi da quella festa, lo straniero malinconico trova la solitudine oscura delle dune, dove la musica gli giunge appena all’orecchio, come un’eco lontana, e le case dei pescatori gli mostrano i loro lumicini che fan pensare alla famiglia e alla pace.
La prima volta che andai a Scheveningen, feci una passeggiata per quelle dune, tanto illustrate dai pittori, le sole alture che intercettino lo sguardo sull’immensa pianura olandese, figlie ribelli del mare a cui contrastano il passo, e nello stesso tempo prigioniere e guardiane dell’Olanda. Vi sono tre ordini di dune che formano un triplice baluardo contro il mare; le esterne sono le più aride, quelle di mezzo le più alte, e quelle interne le più coltivate. L’altezza media di queste montagnole di sabbia non è maggiore di una quindicina di metri; e tutte insieme non s’addentrano nelle terre per più di una lega francese. Ma non essendoci nè vicino nè lontano alcun’altura maggiore, esse offrono all’occhio ingannato l’aspetto d’una vasta regione montagnosa. Vi si vedono le vallate, le gole, i precipizi; prospetti che sembrano lontanissimi, e sono a un trar di mano; cime di dune vicine, sulle quali sembra che un uomo dovrebbe apparire appena come un bambino, e pare invece un gigante. A guardar quella regione dall’alto, presenta l’immagine d’un mar giallo, tempestoso ed immobile. La tristezza di questo deserto è ancora accresciuta da una vegetazione selvaggia, che par come la gramaglia di quella natura morta e abbandonata: erbe esili e rade, fiori coi petali quasi diafani, ginestre, eriche, rosmarini, gallinelle, fra cui si vede tratto tratto fuggire qualche coniglio. Per grandissimi spazi non si scorge una casa, nè un albero, nè un’anima viva. Passano di tempo in tempo corvi, chiurli, gabbiani; e i loro gridi, e lo stormire degli arbusti agitati dal vento, sono il solo rumore che rompa il silenzio di quella solitudine. Quando il cielo è nero, il colore smorto della terra acquista una chiarezza sinistra, simile a quelle luci fantastiche in cui appariscono gli oggetti guardati a traverso un vetro colorato. Allora, stando soli in mezzo alle dune, si prova un senso quasi di sgomento come chi si trovasse in un paese ignoto, sterminatamente lontano da ogni terra abitata; e si cerca con ansietà sull’orizzonte nebbioso qualche ombra di campanile che riconforti il cuore.
In tutta la mia passeggiata non incontrai che qualche contadino. Cosa notevole in un paese settentrionale, i contadini olandesi salutano quasi sempre la gente che incontrano per via. Alcuni si tolgono la berretta con un gesto curioso, di sbieco, che par fatto per celia. Per il solito dicono buon giorno o buona sera senza guardare in viso coloro che salutano. Se incontrano due persone dicono: “Buona sera a tutti e due” o se son più di due: “Buona sera a tutti insieme.” In un sentiero, in mezzo alle prime dune, vidi parecchi di quei poveri pescatori che passan quasi tutta la giornata nell’acqua fino alla cintola, a raccoglier conchiglie, che servon a fare un cemento particolare, o si spargono pei sentieri dei giardini in luogo di sabbia. L’operazione che debbon fare per togliersi gli enormi stivali di cuoio con cui vanno nel mare, richiede a dir poco una mezz’ora di fatica noiosissima, la quale fornirebbe a un marinaio italiano il pretesto per tirar giù tutti i Santi. Essi invece fanno quel lavoro con una flemma da metter sonno, senza lasciarsi sfuggire il menomo atto d’impazienza, e non alzando la testa, prima d’aver finito, neanche se sentissero una cannonata.
Stando su quelle dune, vicino a un obelisco di pietra che rammenta il ritorno di Guglielmo d’Orange dall’Inghilterra dopo la caduta del dominio francese, vidi per la prima volta uno di quei tramonti di sole che destano in noi Italiani un sentimento di meraviglia diversa, ma non meno viva, di quella che i tramonti di Napoli e di Roma destano negli stranieri del nord. Il sole, per l’effetto rifrangente dei vapori di cui è sempre piena l’aria in Olanda, appariva d’una grandezza meravigliosa e diffondeva tra le nuvole e sul mare uno splendore velato e tremulo come il riflesso d’un immenso incendio. Pareva un altro sole, apparso inaspettatamente sull’orizzonte, che dovesse tramontare per non mostrarsi mai più a questa terra. Un fanciullo avrebbe creduto vero quello che disse un poeta:—In Olanda il sole muore;—e l’uomo più freddo si sarebbe lasciato fuggir dalle labbra un addio.
Poichè ho parlato d’una passeggiata a Scheveningen, ricorderò altre due belle escursioni che feci dall’Aja l’inverno passato.
La prima fu al villaggio di Naaldwijk, e da questo villaggio alla riva del mare, dove si sta aprendo il nuovo canale di Rotterdam. A Naaldwijk, grazie alla cortesia d’un ispettore scolastico ch’io accompagnava, soddisfeci il mio vivissimo desiderio di vedere una scuola elementare; e dico fin d’ora che la mia favorevole aspettazione fu di gran lunga superata. La casa, fabbricata apposta ad uso di scuola, è isolata, e non ha che il piano terreno. Entrammo prima in un piccolo vestibolo, dov’era un monte di zoccoli, che l’ispettore mi disse appartenere agli scolari, i quali sogliono deporli entrando nella scuola e riprenderli uscendo. Nella scuola, i ragazzi stanno colle calze sole, e non patiscon punto freddo, perchè hanno calze spessissime; ma soprattutto perchè le stanze sono riscaldate come gabinetti di ministri. Entrammo, gli scolari s’alzarono e il maestro venne incontro all’ispettore. Anche quel povero maestro di villaggio parlava francese, e così si potè fare un po’ di conversazione. V’era nella sala una quarantina di scolari, metà maschi e metà femmine, queste da una parte, quelli dall’altra; tutti biondi, grassotti, faccioni pieni di bonomia, con una cert’aria precoce di babbi e di mamme, che avrebbe fatto sorridere un impiegato del Censimento. L’edifizio è diviso in cinque sale, separate l’una dall’altra da una grande vetrata che chiude tutto il vano come una parete; in modo che, quando manca il maestro in una classe, quello della classe vicina può sorvegliare gli scolari del suo collega, senza moversi dal proprio posto. Tutte le sale sono spaziose e hanno finestroni alti dal pavimento fin quasi al soffitto, così che c’è chiaro come nel mezzo della strada. I banchi, le pareti, il pavimento, i vetri, le stufe, ogni cosa era nitida come in una sala da ballo. Ricordandomi di certe sentine pestifere delle scuole ch’io frequentai da ragazzo, volli vedere i luoghi segreti, e li trovai quali si trovano in pochi dei primi alberghi. Vidi poi nelle pareti molti di quelli oggetti che mi ricordo d’aver tanto desiderato quando sedevo su quei banchi: come quadretti con paesaggi e figure, ai quali il maestro riferisce racconti e insegnamenti, perchè si stampino meglio nella memoria; immagini d’oggetti e d’animali; carte geografiche fatte appositamente con grandi nomi e colori vivi; sentenze, regole grammaticali, precetti stampati in caratteri di scatola. Una sola cosa mi parve che lasciasse a desiderare: la pulizia delle persone.
Non voglio qui ripetere quello che molti scrissero, ed anche qualche olandese afferma, che in Olanda si trascuri generalmente la pulizia della pelle, che le donne non faccian bagni e che le gambe delle tavole sian più nette che le gambe dei cittadini. Ma è certo che la pulizia delle cose vi si cura infinitamente più della pulizia delle persone, e che la mediocrità di questa piglia risalto dall’eccellenza di quella. In una scuola italiana, forse quei ragazzi mi sarebbero parsi puliti; ma confrontandoli colla nitidezza meravigliosa degli oggetti che li circondavano, e pensando ch’eran figliuoli di quelle stesse donne che impiegan mezza la giornata a lavar usci ed imposte, mi parvero, ed erano infatti un po’ sudici. In certe scuole della Svizzera ci sono dei lavatoi, dove i ragazzi sono obbligati a lavarsi entrando ed uscendo. Mi sarebbe piaciuto, perchè non mi rimanesse nulla a desiderare, veder quei lavatoi anche nelle scuole d’Olanda.
Ho detto «quel povero maestro» per modo di dire, perchè seppi poi che ha uno stipendio di più di duemila e duecento lire e un quartierino in una bella casa del villaggio. In Olanda i maestri delle scuole elementari, i capi, poichè vi son pure gli aiutanti, non han nessuno uno stipendio minore di ottocento lire, che è il minimum, stabilito dalla legge, che possan dare i Comuni. Nessun Comune però si attiene a questa somma, e vi son maestri, che hanno lo stipendio d’uno dei nostri professori d’università. È vero che in Olanda la vita è assai più cara che in Italia; ma è anche vero che quegli stipendi, che a noi paiono pingui, là si riconoscono scarsi, e si tratta d’accrescerli. E bisognerebbe anco mettere in bilancia che i maestri olandesi, stante la diversità del carattere nazionale, hanno da fare assai minor spesa di polmoni, di pazienza e di buon umore che i maestri italiani; il che non è da disprezzarsi, se è vero che la salute conta per qualche cosa.