Chi non ha viaggiato, riderà di quest’avventura, e dirà che è un’esagerazione o una favola; ma chi per poco abbia esperienza di viaggi, si ricorderà di essersi trovato più d’una volta in simili impicci, di aver provato gli stessi sentimenti, d’aver perduto la bussola nello stesso modo, e d’aver forse raccontato l’avventura colle stesse parole.


HELDER.

La definizione che fu data dell’Olanda «d’una sorta di transazione fra la terra e il mare» non si può riferire a nessuna parte di quel paese più opportunamente che allo spazio interposto fra Alkmaar ed Helder. Si viaggia infatti, andando dall’una all’altra di quelle città, sopra la terra; ma sopra una terra così minacciata, rotta, allagata dal mare, che a guardarla dal vagone, si scorda a poco a poco di essere trasportati da un treno della strada ferrata, e si crede d’essere appoggiati sul parapetto d’un bastimento. Poco lontano da Alkmaar, tra i due villaggi di Kamp e di Petten, dalla parte del Mare del Nord, per un lungo tratto dove si crede che fosse anticamente una delle foci del Reno, la catena delle dune è interrotta, e la costa flagellata furiosamente dal mare che, malgrado le forti opere di difesa che gli si oppongono, s’addentra continuamente nel seno della terra. Un po’ più oltre c’è un ampio polder inondato, a traverso il quale passa il gran canale del Nord. Di là dal polder, intorno al villaggio di Zand, si stende una gran pianura deserta, sparsa di sterpeti, di stagni e d’alcune casupole di contadini coperte di tetti piramidali, che da lontano presentano l’aspetto di monumenti mortuarii. Di là dal villaggio di Zand, un vastissimo polder (chiamato Anna Paulowna, in onore della moglie di Guglielmo II d’Orange, granduchessa di Russia) che fu prosciugato fra il 1847 e il 1850. Dopo il polder, da capo vaste pianure, sterpeti e paludi, fino all’estrema punta della Nord-Olanda, dove sorge, velata dalla nebbia e sferzata dai venti e dalle onde, la giovine e solitaria città di Helder, la sentinella morta dei Paesi Bassi.


Helder ha questa singolarità, che quando vi s’è dentro, si cerca la città e non si trova. È, si può dire, una sola lunghissima strada, fiancheggiata da due schiere di piccole case rosse, e protetta da una diga gigantesca che forma come una spiaggia artificiale sul Mare del Nord. Questa diga, che è una delle più meravigliose opere dei tempi moderni, si stende per la lunghezza di quasi dieci chilometri dal Nieuwediep, dov’è l’entrata del gran canale del Nord, fino al forte il principe Ereditario, che si trova all’estremità opposta della città; è costrutta interamente con massi enormi di granito di Norvegia e di pietra calcare del Belgio; è percorsa sulla sommità da una bella strada carrozzabile; e scende nel mare, coll’inclinazione di quaranta gradi, fino alla profondità di sessanta metri. In vari punti è rafforzata da dighe minori, composte di travi, di fascine e di terra, che s’avanzano per circa duecento metri nel mare. Le più alte maree non arrivano mai a bagnarne la sommità; e l’onda infaticabile si spezza vanamente su quell’immane baluardo che le sorge incontro, quasi più in atto di minaccia, che di difesa, come una sfida della pazienza umana al furore degli elementi.

Il Nieuwdiep che s’apre a una delle estremità di Helder, è un porto artificiale, che protegge con grandi moli e dighe robuste i bastimenti che entrano nel canale del Nord. Le porte del bacino, chiamate porte a ventaglio, le più grandi dell’Olanda, si chiudono da sè stesse per effetto della pressione delle acque. In questo porto sono ancorati un gran numero di bastimenti, dei quali moltissimi provenienti dall’Inghilterra e dalla Svezia; e una buona parte della flotta militare dell’Olanda, composta di fregate e di piccoli vascelli, più puliti ancora delle più pulite case di Broek. Sulla riva sinistra del Nieuwdiep v’è un grande arsenale marittimo, dove risiede un contr’ammiraglio.

Sul finire del secolo scorso, nulla esisteva di tutto questo. Helder non era che un villaggio di pescatori appena segnato sulla carta. L’apertura del gran canale del Nord e una breve passeggiata fatta da Napoleone I in un battello di pescatori da Helder fino all’isola di Texel, che si vede distintamente dall’alto della diga, trasformarono il villaggio in città. Osservando il tratto di mare compreso fra quell’isola e la riva olandese, Napoleone concepì l’idea di fare di Helder «la Gibilterra del Nord» e cominciò coll’ordinare la costruzione di due forti, uno chiamato allora Lasalle, ed ora Principe Ereditario, e l’altro Re di Roma, ora ammiraglio Dirk. Gli avvenimenti non gli permisero di mandare ad effetto il suo grandioso disegno; ma l’opera rapidamente incominciata da lui, fu lentamente proseguita dagli Olandesi a segno che Helder è ora la prima città forte dello Stato, capace di trentamila difensori, atta ad impedire a una flotta l’entrata nel canale del Nord e nel Golfo di Zuiderzee, e oltre che difesa a una grande distanza da un baluardo di scogli e di banchi di sabbia, fortificata in maniera da potere, in casi estremi, inondare tutta la provincia che le si stende alle spalle.

Ma lasciando anche da parte la sua importanza strategica, Helder è una città degna d’esser veduta per il suo carattere anfibio, che lascia sempre dubbiosi d’essere sul continente o sopra un gruppo di scogli e d’isolette mille miglia lontano dalla costa europea. In qualunque verso si cammini, si riesce in vista del mare. La città è attraversata e circondata da canali grandi come fiumi, che gli abitanti passano sulle zattere. Dietro la gran diga v’è una lunga distesa d’acqua stagnante che s’alza e s’abbassa colla marea, come se comunicasse col mare per via sotterranea. Da tutte le parti corre acqua, prigioniera, è vero, in mezzo a due sponde, ma alta e minacciosa, che pare aspetti la prima occasione per riconquistare la sua spaventosa libertà. La terra, intorno alla città, è nuda e desolata, e il cielo, quasi sempre nuvoloso, è attraversato da grandi stormi di uccelli marini. La città stessa, formata da una sola fila di case, pare che abbia coscienza della sua postura arrischiata, e aspetti d’ora in ora una catastrofe. Quando il vento fischia e il mare mugge, si direbbe che ogni buon helderese non abbia a far di meglio che chiudersi in casa, dire le sue orazioni e poi ficcare la testa sotto le lenzuola ed aspettare quello che Dio manda.

La popolazione, che conta diciottomila anime, è altrettanto singolare che la città. È una mescolanza di negozianti, d’impiegati regi, d’ufficiali di marina, di soldati, di pescatori, di gente arrivata dalle Indie, di gente che si dispone a partire, e di parenti di chi arriva e di chi parte, andati là per dare il primo abbraccio o l’ultimo addio; perchè è quello l’estremo angolo di terra olandese che il marinaio saluta partendo, e il primo ch’egli vede al ritorno. Ma essendo la città così lunga e sottile, si vede pochissima gente; e non si sente altro rumore che le cantilene lamentevoli dei marinai che rattristano il cuore come grida di naufraghi lontani.