“Quattro palmi.”
“Sono più alte di te. Guarda quelle finte colonne; come ti paiono larghe?”
“Un braccio.”
“Tre metri.”
Comincio a capire. In mezzo alla chiesa si vede un gruppo di ragazzi intorno a una cosa alta che sembra una statua. Andiamo innanzi, innanzi, innanzi: oh cospetto! i ragazzi sono soldati d’artiglieria grandi e robusti come Ciclopi; la cosa alta è la statua di San Pietro; i soldati le baciano il piede; un pretino poco distante guarda e sorride con un’aria di sorpresa e di compiacenza; par che dica: — Sono cristiani queste bestie feroci! meno male!
V’è una lunga fila di soldati in ginocchio intorno all’altar maggiore. Altri, negli angoli lontani, stanno contemplando le statue, e per convincersi che sono di marmo, mettono loro le mani sulle spalle, sulle braccia, sulle ginocchia, come fanno i ciechi per riconoscere. Un gruppo di bersaglieri è estatico davanti a San Longino. Parlano tra loro. Mi avvicino e colgo la sentenza finale d’uno di essi, che mi ha l’aria di un monferrino: A j’è nen a dije; a l’è un bel travaj.
Siamo sotto la cupola. Su la testa. Ah! qui l’effetto è veramente prodigioso! È bello il vedere il mutamento che si fa in tutti i visi appena si voltano in su. Molti, appena guardato, chinano la testa e chiudono gli occhi, come se avessero intraveduto l’abisso. In altri il volto e l’occhio s’illuminano come a una visione di cielo. È una meraviglia che ha dell’estasi. È il solo punto della chiesa in cui collo sguardo si sollevi al cielo il pensiero. Nelle altre parti è magnificenza che seduce e splendore che affascina, non grandezza che ispira; ci si sente il teatro; si pensa più alle fatiche e ai milioni che vi si profusero, che a quegli cui furono dedicati; più ai pittori e agli scultori, che agli angeli e ai santi. L’anima è così tenacemente legata alla terra dalle meraviglie dell’arte, che a sprigionarla e levarla in alto occorre assai maggior forza e più difficile lotta, di quel che a farla uscir vittoriosa dalle tentazioni esterne della vita, contro cui la chiesa dovrebbe servir di rifugio.
Si va innanzi, indietro, a destra, a sinistra, e a misura che si procede la testa si fa pesante e la vista s’intorbida. Ad ogni passo cento nuove cose, l’una più straordinaria e mirabile dell’altra: si affacciano confusamente allo sguardo, vicine, fitte, ammontate. L’attenzione a tutte insieme non basta; sopra una sola non può fissarsi, chè le altre la tirano; così tremola e si stanca senza nulla abbracciare. Colonne enormi, statue gigantesche, bassorilievi, dipinti, mosaici, ori, ricchezze e bellezze d’ogni forma e d’ogni natura; vi si passa accanto senza neanco guardare; si travedono e si dimenticano le une nelle altre.
Si vede in fondo alla chiesa qualcosa di nero che brulica intorno alla porta; sarà una compagnia di soldati che entra. Quei colossi di angeli che reggono la pila dell’acqua benedetta sembrano due giocattoli da ragazzi. In vari punti ci sono dei soldati che si chinano a guardare sul pavimento: guardano le indicazioni della lunghezza delle più grandi basiliche del mondo. Quale arriva a metà, quale a due terzi, quale a un terzo: chiesuole. Mamma mia! esclamano i soldati napolitani. Quante moltiplicazioni dovranno fare, tornati ai loro villaggi, per dare un’idea di San Pietro col confronto della chiesa parrocchiale! Alcuni notano sul taccuino le dimensioni. Altri fanno il conto di quanti soldati ci starebbero. — Ci stanno tutti i soldati del 4º corpo d’esercito? — Sì.... e forse anche tutte le maledizioni che mandarono al servizio delle sussistenze.
Ecco la porta per salire alla cupola. Coraggio e su, che sarà una sudata memorabile. Si sale per una scala a chiocciola; i gradini sono larghissimi e appena rilevati; si va su a grandi giri, agevolmente, senza avvertir la salita. Il muro è coperto di lastre di marmo dov’è segnato il nome di tutti i principi del mondo che salirono alla cupola. C’è l’iscrizione di Ferdinando II di Napoli. Sotto, appoggiate al muro, ci stanno otto daghe da bersagliere. Più su, a ogni passo, cappelli coi pennacchi, keppì, sciabole di cavalleria, cinturini, giberne. Sopra la testa e sotto i piedi, un fracasso da stordire. Sono squadre intiere di soldati che scendono, salgono, s’incontrano, si salutano, si esprimono l’un l’altro lo stupore e l’allegria. Già si leggono pei muri le loro iscrizioni, chè il soldato, per dove passa, lascia sempre traccia di sè. Sotto quella del Borbone che dice: Re del regno delle due Sicilie, salì nella cupola ed entrò nella palla, si legge: Tale dei tali, allora caporale del genio, ha avuto l’onore di salutarla a Gaeta.