Ora vedete di diventar presto soldati.
Le condizioni dell’esercito impongono che s’affretti straordinariamente la vostra istruzione. Supplite alla strettezza del tempo colla buona volontà. L’educazione dei coscritti suol richiedere un tempo lungo, giacchè, pel solito, storditi e sopraffatti dalla nuova maniera di vita in cui sono gittati, essi non possono, nei primi giorni, prestare alle istruzioni quell’attenzione riposata e raccolta che vi prestano poi. Procurate di vincere questa difficoltà accomodandovi quanto prima è possibile alle nuove abitudini e alle nuove occupazioni che vi sono imposte; non vi limitate a quell’esecuzione automatica dei comandi che ne rende necessaria la ripetizione all’infinito; pensate, osservate, ricordate; sollecitate gl’istruttori colla rapidità dei progressi; quando si vuol imparar presto una cosa, l’è già per buona parte imparata; lo zelo alleggerisce tutti i doveri e tronca a mezzo tutte le difficoltà. Chi trascura le prime istruzioni, resterà eternamente un mezzo coscritto; ciò che non s’apprende a far bene subito si continua a far male sempre, o s’apprende a far meglio in seguito a prezzo di rimproveri e di punizioni. Studiate coscienziosamente i vostri doveri; presto sarete chiamati a compierli; la scarsità della forza generale dell’esercito richiede un servizio più attivo e più oculato in ciascun individuo; mettetevi in caso di corrispondere all’assegnamento che si fa su di voi. Badate sopra tutto al servizio di guardia; qualche volta sul capo d’un soldato pesa una grande responsabilità; pensateci; proponetevi di non macchiare mai il numero diciotto; conservatelo bianco come il bianco della vostra bandiera.
E codesta bandiera amatela, veneratela; le recenti sfortune non l’hanno oscurata che d’un velo di lutto pei caduti in battaglia; ma non v’hanno impresso una macchia, no, non ve l’hanno impressa, per quanto abbiamo di più sacro nel cuore, per l’onore del sangue italiano. La nostra bandiera è splendida e incontaminata come nei più bei giorni della nostra rivoluzione immortale. La vittoria non ha stretto patti con nessun esercito al mondo; tutte le bandiere sono bagnate di lacrime; la mala fortuna ha strappata una foglia a tutti gli allori; a ogni popolo è toccato un giorno fatale che gli ripercosse il grido dei trionfi antichi in un grido di dolore; mille eserciti sgominati si risollevarono dalla sventura più formidabili e più fieri.
Sì, amatela e veneratela codesta bandiera; essa pure ha avuto i suoi bei giorni di gloria; essa pure sventolò molte volte, al cader del sole, sulla sommità di un’altura lungamente contesa; molte volte essa pure, ritta fra i rottami d’un bastione smantellato, fu salutata vittoriosa dal morente della trincea; molte volte essa pure ha sentito echeggiare in mezzo ai suoi figli le grida d’una gioia superba. Altre bandiere furon più temute; nessuna al certo fu più lungamente invocata nè benedetta con più caldo e più costante amore.
V’ho detto la verità, coscritti, credetelo. Se il mio non vi pare l’accento della convinzione e dell’affetto, non lo attribuite a una sincerità dubbia o a un cuor tepido; attribuitelo alla mia penna inetta e restìa, e alla natura stessa di questo povero linguaggio umano a cui sfuggono sempre i moti più riposti e più delicati dell’anima.
L’ADOLESCENZA.
Quei tre o quattr’anni che passano tra l’infanzia e la giovinezza, son pieni di sconforti e di malinconie come quando si comincia a sentir che s’invecchia. L’anima, smaniosa d’affollarsi alla vita, se la vede chiusa da ogni parte, e si dibatte in una prigionia affannosa. Come il germe, a primavera, tenta la scorza che lo ravvolge, e s’agita impaziente, così in quegli anni, l’uomo si sente chiuso nel ragazzo, e ne freme. Ha bisogno d’aria e di luce, e vorrebbe levarsi a volo, urta le ali nelle pareti domestiche, e le ripiega rintuzzate e dolorose. Vede sotto di sè un piccolo mondo di bambini, dove si gioca, si ride, si canta, si folleggia, e non vi può più discendere; vede di sopra un altro mondo più vasto, dove si pensa, si lavora, si combatte, si ama, e non vi può ancora salire. Travede già, come dietro un velo, la donna, bella, cara e misteriosa, argomento segreto di desiderio e di sogno; e la donna si china a baciare i bambini, si volta a guardare gli uomini, e a lui passa accanto, e nol vede. Egli vorrebbe attirare quello sguardo, parerle bello, piacerle; e non è che un bambino allungato, con una grossa testa su due spallucce misere, e un busto cascante su due stecchi di gambe da cui saltan fuori due ginocchioni angolosi. Sente i primi stimoli della vanità, vorrebbe esser ben vestito, elegante; e gli fanno portare i panni smessi di suo fratello maggiore, e gli taglian le cravatte nei vestiti vecchi di sua sorella, e non si fidano ancora di lasciargli in mano l’orologio. Vorrebbe esser preso per un ometto e contar per qualcosa; se apre la bocca in mezzo alla gente, o dice una freddura, che cade inosservata, o dice uno sproposito, e gli dan sulla voce. Vorrebbe essere garbato e piacevole; e se capita in un salotto non sa come rigirarsi, urta in una seggiola, mette i piedi sullo strascico di una signora, e pesta un callo al padrone di casa. Vorrebbe esprimere quel che gli bolle dentro, aprire il suo cuore, sfogarsi; e scrive dei versi che fanno ridere il maestro, e il babbo glieli strappa di mano, e gli mette sotto il naso un trattato d’aritmetica. Vorrebbe agitarsi, svagarsi, girare, veder cose nuove; e deve tornare a casa alle otto a scartabellare il dizionario latino, in un cantuccio della sua stanza, solo, mentre sente il fruscio dei vestiti delle sue sorelle, che si preparano pel teatro o pel ballo. Sconfortato, umiliato, ora s’insinua in mezzo alla gente per implorare uno sguardo, un sorriso; ora si chiude in sè stesso, indispettito e selvatico, e come stanco degli uomini e della vita. E allora seguono le lunghe ore di solitudine passate alla finestra, di notte; o in campagna, a guardare tra i fili dell’erba; e la sua fantasia vivida e irrequieta si slancia avidamente nell’avvenire, in un avvenire sconfinato ed arcano, pieno di grandi disegni e di grandi speranze. Allora egli si finge una vita a modo suo; casi mirabili e strani, lotte, pericoli, trionfi, viaggi, aurore di cieli ignoti, e vasti giardini taciti, popolati di fantasime care; e lì ricordi indistinti di profili verginali, cento volte raccolti e ricomposti e vagheggiati con trepido amore, e convegni solitari, e parole ardenti, e dolcezze che soverchiano le forze dell’anima. Ma poi quella splendida visione lo rattrista o lo stanca, ed egli riabbraccia con impeto la vita; si getta di nuovo in mezzo allo strepito dei sollazzi infantili; se ne sdà, non pago, e si volge appassionato agli studi; irrequieto, li abbandona, e cerca il riposo dello spirito nelle fatiche smodate del corpo; il suo mondo fantastico gli si mesce nella mente al reale, e lo assalgono nelle tenebre subite paure, da molto tempo perdute; terrori religiosi impensatamente ridesti; poi freddezze feroci che gli armano la mano contro gli animali innocenti, e ardimenti insensati che lo spingono sull’orlo dei tetti e sulla cima degli alberi; poi malinconie profonde che gli fanno cercar le braccia della madre, e piangere sul suo seno lacrime calde e pacificatrici.