Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita fra di noi, e infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una traccia profonda nella mia memoria. Era allora attivissima l'opera ecclesiastica per il riscatto dell'infanzia chinese abbandonata. Ex abrupto, il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi mi domandò se avrei accettato l'ufficio di raccoglier fra i ragazzi di mia conoscenza sottoscrizioni di dodici soldi l'anno, allo scopo di salvar dalla morte e dalla perdizione migliaia di poveri bambini del Celeste Impero, ch'eran buttati via come cenci o venduti come bestie; e aggiunse ch'io avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore, che tutti i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro di essi, due ragazzi e due ragazze, scelti fra i più avvenenti, avrebbero avuto l'onore di far la questua in una funzione solenne che si doveva celebrare in una chiesa della parrocchia; per la quale egli aveva composto i versi e la musica d'un inno, da cantarsi dalle voci migliori, fra cui poteva esser la mia. Fu come avvicinare una fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei bambini, l'ambizione dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del vescovo m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era misto di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito, non sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale, troppo astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di utilità pubblica, che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili, stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e insegnerebbe con la dottrina la vita? Non mi pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo innanzi.

Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si ridestò in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a dire le preghiere la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi amore alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio d'imparar a servir la messa, e per questo mi diedi a frequentare una chiesa vicina a casa mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi di sacrestia, e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che mi regalava delle immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni, vedo arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par di respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, il sapore d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi, una dolcezza quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che svaniscono se v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica che ci suonano alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete.

Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di peccato in quella serenità serafica. Il pretino dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa sua tutti i collettori e le collettrici, una ventina all'incirca, me compreso, per insegnarci l'inno da cantare in chiesa; il quale ricordo che incominciava col verso: — Là nella Cina inospite. — Le collettrici eran quasi tutte signorine della mia età, alcune bellissime. La loro presenza mi produsse un vivo eccitamento. Quando mi ci trovai in mezzo non pensai più nè alla China, nè al vescovo, nè alla chiesa; non ebbi più anima e senso che per loro. C'era nella stanza del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto di quindici anni, figliuolo d'un organista, provava la musica dell'inno, fra l'ammirazione di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a cagione delle ammiratrici. A un certo punto, non potendomi più contenere, pregai il suonatore, con poca buona grazia, di lasciar suonare me pure. Parrà incredibile una tale ignoranza a quell'età; ma è un fatto ch'io credevo ancora che per suonare il pianoforte bastasse sapere il motivo che si voleva suonare, e picchiar le mani sulla tastiera, così a dettatura d'orecchio, come si fischia un'aria. Con questa sciocca idea insistetti tanto che il ragazzo, credendo ch'io sapessi di musica, mi cedette il posto per un momento. Immaginate quale fu alla prova il mio stupore e la mia vergogna. Una vergogna tale che, anche ora, dopo quel po' di primavere che son passate, quando mi ricordo tutt'a un tratto di quella bella figura, perchè non me ne torni a gola tutta l'amarezza, bisogna ch'io mi ragioni, e faccia onta a me stesso del mio orgoglio, ancora palpitante quando dovrebbe esser morto e sotterrato.

Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci in quel periodo ecclesiastico della mia fanciullezza, e ricordo anche la peggiore per il gusto di schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. Venne il giorno della funzione solenne. La chiesa era piena come un ovo. Ai due collettori e alle due collettrici, che dovevano andare attorno con una borsina elegante a raccogliere le offerte, era stato assegnato un banco vicino all'altare. Modestia a parte, erano due bei ragazzi e due belle ragazzine. Di una di queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi moglie d'un Direttore della Banca Nazionale, e il mio collega diventò un avvocato celebre. Eravamo vestiti come principini, impomatati e inguantati: quattro splendori. Ci erano state indicate prima le file dei banchi dove doveva passare ciascuno. Durante la funzione io commisi il peccato di pensar troppo intensamente alla mia vicina, la futura banchiera, che era vestita d'un abito bianco, del quale sentiva la carezza il mio abito nero. Il cenno del prete che ci disse: — Vadano — mi sopraccolse in quel pensiero. Preso così all'improvviso a una così gran distanza dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, oltrepassato appena il primo banco, dove tutti, mi diedero un soldo, sbagliai, e invece di proseguire come dovevo, mi cacciai fra gli altri banchi, davanti ai quali era già passata una delle ragazze, e dove non ebbi più il becco d'un quattrino. Quella sequela inaspettata di rifiuti, che mi parve effetto d'antipatia personale, mi fece perder la bussola; non vidi più nulla; non compresi i cenni con cui si cercava di rimettermi sulla buona via; andai errando di banco in banco, alla cieca, impacciato e goffo, con una faccia di ebete, che invece di stimolar la carità provocava l'allegria, e dopo un pellegrinaggio interminabile, che fu una tortura mortale, ritornai al banco dei collettori, convertito per me in banco della berlina, con sette soldi nella borsa. Ahi, dura terra! Che cosa sono le impressioni di quell'età! Sta per morire il secolo che era allora a mezza strada, e ancora non posso sentir pronunciare la parola collettore, senza che una voce sarcastica mi mormori all'orecchio: — Sette soldi, signor collettore! Sette soldi, e che figurona!

Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche dalle più grandi cadute. L'umiliazione patita in chiesa non tolse che fosse un giorno di festa per me quello in cui il nostro prete mi condusse con tutto il drappello dei colleghi e delle colleghe a far visita al vescovo. Questi era un vecchio tutto bianco, già curvo, di viso grave e dolce. C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi il Padre quaresimalista, che predicava allora nel duomo; un bell'uomo bruno, coi capelli lunghi e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno scienziato; la cui presenza impreveduta mi turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito un'invettiva terribile contro certi peccatori, con voce tonante e gesto minaccioso, egli aveva per caso fissato sopra di me, che stavo davanti al pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva messo i brividi. Il vescovo domandò a ciascuno di noi come ci chiamassimo. Quando fu la mia volta, il predicatore disse non so che scherzo sulla latinità del mio nome, con accento e sorriso benevolo, e quello scherzo, che mi fece l'effetto di un'assoluzione, mi dissipò dall'animo ogni terrore. Delle parole del vescovo non ricordo che un complimento che rivolse al mio prete, sorridendo: — Lei è la colonna dell'istituzione, — e ricordo la gioia che sfolgorò sul viso del lodato, pari a quella che davano ai granatieri della Guardia gli encomî di Napoleone. Eh, povera colonna, che doveva piegar tra poco come un giunco sotto una manina scomunicata! E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin dalla prima volta che ho letto i Promessi Sposi ho sempre dato al cardinal Federico il viso di quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, potrei riprodurre fedelmente, mettendo al suo punto preciso il piccolo neo che aveva accanto alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare i miei fratelli, che dicevan per celia che era finto.

In che maniera tutto quel mio fervore religioso si sia andato spegnendo, non saprei dire. C'è a questo punto nella mia memoria, come in altri punti, uno squarcio. Pare che quel piccolo mondo ecclesiastico sia sparito dalla mia vita come una meteora. Mi ricordo peraltro che il mio ufficio di collettore si veniva facendo di mese in mese più duro, poichè era sempre più difficile strappare ai sottoscrittori poveri il soldo promesso; e che un giorno tornai a casa quasi piangente perchè la pollivendola, dandomi il soldo di mal garbo, dopo aver frugato in tasca mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: — Ma.... questi soldi vanno poi tutti per davvero dove dovrebbero andare? — Rinunciai all'ufficio quel giorno.

Proprio, non fui più fortunato io con la China di quello che doveva essere quarant'anni dopo il Governo del mio paese.

Davanti al tribunale.

Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere la Terza Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno di più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva dell'anno avanti. M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò non ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi una memoranda occasione d'esser terribile.

L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni. Uno dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto impiegato delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una signorina della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e tornava ogni giorno da non so che scuola privata con una sua piccola amica, figliuola d'un notaro, passando per le strade che pigliavamo noi per tornare a casa. Io m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio nacque dall'uniformità dei due orari scolastici. Andavamo tutti i giorni ad aspettar la coppia gentile a una cantonata, all'uscir dalla scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi a un tratto quando apparivano in fondo alla strada, tremanti come due cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga della nostra passione non andava più in là di qualche esclamazione petrarchesca che spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle orecchie, quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini, sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e due, l'uno incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla paura dello stivale notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento con chiacchiere interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi.