Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie lunghe ore pensierose, riandando il passato, io compresi tutta la sua bontà, tutte le sue virtù d'uomo e di padre. Il suo amore per noi avea qualche cosa d'austero: egli ci amava, ma non ci adorava, e in questo pure era saggio, e per questo la sua carezza, benchè frequente, ci faceva l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. Egli era stato per tutti noi il primo maestro. Quand'eravamo ancora bambini, ci conduceva a far delle lunghe passeggiate in campagna, che per noi erano una festa, e, strada facendo, ci diceva sempre in forma dilettevole qualche cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, insegnandoci i nomi delle piante, stimolando e appagando in mille modi arguti la nostra curiosità infantile. Egli ci tracciava delle tavole sinottiche per facilitarci lo studio del latino, c'insegnava il francese, che sapeva benissimo, e la calligrafia, in cui era maestro, ci faceva dei quadretti coloriti per farci imparare la nomenclatura italiana degli oggetti domestici, e ci disegnava delle carte geografiche con un metodo suo proprio, che gli costavano settimane di fatica. Dotato di molte e finissime abilità meccaniche, le esercitava continuamente a nostro vantaggio: ci legava i libri, ci faceva dei giocattoli, ci fabbricava dei piccoli mobili, ci scolpiva le teste delle marionette, ci dipingeva gli scenari per il teatrino. E pure essendo padre così operoso e pieno di pensieri estranei al suo ufficio, era un impiegato, più che diligente, ardente di zelo; tanto da mandare ogni anno al Ministero dei grandi progetti di riforme computistiche, intorno a cui lavorava per mesi e mesi. E non restringeva la sua vita intellettuale nel cerchio dell'ufficio e della casa: leggeva libri nuovi d'ogni genere, sapeva a memoria un gran numero di poesie, che recitava mirabilmente, aveva un'ammirazione appassionata per i grandi scienziati e i grandi artisti, visitava studi di pittori e stabilimenti industriali, andava a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi merito, il quale passasse per la nostra città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. Non ho di lui altra immagine che quella d'un uomo bianco di capelli e di barba; così mi sembra d'averlo sempre veduto; eppure non mi pareva vecchio, e non mi passava mai per la mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi un uomo fatto, tanto era sano, vigoroso, vivace, anche nei suoi discorsi in famiglia, pieni di ricordi e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi ricordo che provavo un gran piacere, come a un segno ch'egli mi desse di dover vivere lungamente, quando, mettendo io nella sua larga mano tutt'e due le mie, egli, per scherzo, me le serrava come in una morsa, fino a farmi cacciare uno strillo, che esageravo, per dargli un'idea più grande della sua forza. Visse lungamente, sì, ma morì troppo presto per noi, e per il premio a cui gli dava diritto la sua nobilissima vita. Povero padre mio, mio maestro e mio amico, che m'hai dato l'esempio di tutte le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io non ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza pubblica, io che, certamente, essendo l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso, il più disperato dei tuoi ultimi pensieri!
E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, sentivo nella camera accanto il suo vaneggiamento compassionevole, delle esclamazioni affannose e senza senso, che m'entravan nel cuore come colpi di pugnale, e le parole dolci e tristi di mia madre che lo vegliava; le quali mi facevano soffrire anche più delle sue. Che terribili notti, e che terribili giorni!
Cambiamento di rotta.
Ma tanta è la forza della vita a quindici anni che l'animo non rimane prostrato a lungo neppur dai più grandi dolori; dai quali si divincola, per rialzarsi impetuosamente, come il getto d'acqua vigoroso che respinge la mano da cui è compresso. Così avvenne a me dopo pochi giorni. Della condizione mutata della famiglia, in ciò che riguardava i mezzi economici, non ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno pensiero: eppure era mutata per modo ch'io non avrei più potuto far gli studi universitari senza sacrifizi gravi di mia madre e dei miei fratelli. Erano disposti a farli, e li avrebbero fatti lietamente; lo compresi, e me lo dissero; ma compresi pure che era mio dovere di prendere spontaneamente una deliberazione che li liberasse da quell'obbligo; di scegliere, cioè, una carriera che mi mettesse in grado al più presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, sognati trionfi del foro! Ma rinunziai al foro senz'alcun rammarico, come avevo rinunziato al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi patriottici erano ancora caldi, il periodo delle guerre nazionali ancora aperto, la mia passione per l'esercito non del tutto spenta: scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro che avrei finito ancora il secondo corso del Liceo, e che ai primi dell'anno prossimo sarei entrato in un collegio a Torino, per prepararmi agli esami d'ammissione alla scuola di Modena. E il buon volere, anzi l'allegrezza con cui presi quella decisione non fu punto turbata dal fatto, che acquistassi proprio in quei giorni, lucida e ferma, destinata a non più cadere, la coscienza di poter riuscire, comunque fosse, uno scrittore.
Fu per un caso, come quasi sempre avviene, che mi s'accese quella nuova girandola, a fuoco perpetuo.
Una mattina il professore di lettere italiane ci fece fare in scuola un componimento sul tema: I Promessi Sposi. Due giorni dopo, avendo letto tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare che il meno peggio era il mio; ma con una frase assai più cortese di questa, seguita da vari commenti, che terminavano con una falsa profezia. E fu proprio quella falsa profezia che decise del mio destino. Avrei forse presa, più tardi, la medesima strada, anche se non mi ci avesse spinto allora quel piccolo avvenimento; ma è un fatto che soltanto dopo quel giorno cominciai a studiare e a scrivere col proposito determinato e con la speranza viva di riuscire a qualche cosa con la penna, e che da quel momento in poi la mia passione per la letteratura non ebbe più intermittenze. Le prime cose che scrissi furono dissertazioni in forma di lettere, dirette ora all'uno ora all'altro dei miei amici; ma lettere che mi sarebbero costate un occhio se le avessi mandate per la posta, e che nessuno avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il coraggio di regalarle a chi mi era servito di bersaglio per scriverle. Eran quaderni, e trattavano di tutto, senza dir propriamente nulla, girigogoli di frasi, fughe interminabili di parole, cascate fluviali di periodi, non altro che esercizi d'immaginazione e di stile, nei quali cacciavo a forza tutte le mie reminiscenze di letture, e facevo dei larghi giri di falco per venire a una data immagine o a una data locuzione, quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore o una perla, e anche votavo addirittura delle sacca di roba altrui, tinta soltanto dei colori della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte perchè si confondesse meglio con la merce dei miei magazzini. Ma c'era pure in quella prosa di cicalone e di ladro qualche cosa di personale, ed era la musica, che s'è mutata poco d'allora in poi. Con quegli esercizi mi sfranchivo la mano a scrivere, imparavo a tradurre in parole il sentimento quale mi spirava nell'animo, a esprimere in modi diversi il mio pensiero, a snodare e a annodar fra loro i periodi, a maneggiare con destrezza il materiale di lingua che avevo già accumulato nella memoria. E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi, perchè credevo fermamente d'avere tutti i bernoccoli letterari. Avevo letto la prima volta nella primavera di quell'anno le liriche e le ballate del Prati, e quell'onda sonora di rime, quel barbaglio di lampi e di colori m'aveva prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane la prima vista d'una grande sala da ballo sfarzosa, in cui turbini una folla di belle signore infiorate e gemmate. E le mie poesie erano tutte un'imitazione quasi plagiaria del “superbo signore dei colori e dei suoni„ tirate via con una facilità di versaiolo estemporaneo, sonore come concerti di campane e luminose come fuochi di Bengala; inni e ballate d'un Prati rimbambito. Ma non posso dire il piacere che godevo in quelle lunghe ore di scribacchiamento diurno e notturno, in cui mi giungeva importuna l'ora del desinare e della cena, e mi coglieva come improvvisa la sera, e non avevo più quasi alcun senso della vita esteriore. E fu una provvidenza per me quella specie di febbrone letterario perchè, tenendomi così assorto continuamente, mi faceva vivere fuori della grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, e quasi dimenticar la sventura. Solo di quando in quando mi s'alzava davanti tutt'a un tratto l'immagine del povero vecchio che giaceva immobile in un letto all'estremità opposta della casa, e il pensiero ch'egli non sapeva nulla di quella mia nuova felicità, che non avrebbe mai letto nulla nè di quello che scrivevo allora, nè di quanto avrei scritto nell'avvenire, mi faceva posare la penna e restare un pezzo meditabondo, con gli occhi pieni di lacrime. Ah, come avrei voluto ch'egli venisse ancora, come faceva nel passato, a portarmi a copiare qualche tavola dei suoi progetti di riforma amministrativa, e come mi pentivo amaramente di non avergli qualche volta nascosta la mala voglia con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo, come mi pareva odiosa in quei momenti la mia ingratitudine, e con che parole dolorose e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua memoria!
Aspromonte.
Da quella furia di scribacchino mi fece uscire per qualche giorno, nel mese d'agosto, Garibaldi. Il grido di Roma o Morte ridestò improvvisamente la fiamma delle mie passioni politiche e mi ricacciò in mezzo ai miei compagni rivoluzionari a fremere e a vociare contro “l'uomo di Novara„ e “la sfinge di Parigi„. Noi volevamo, si sottintende, andare a Roma a qua-lun-que co-sto, e non dubitavamo neppur per sogno che Garibaldi, il quale moveva allora verso Catania coi suoi volontari, ci sarebbe arrivato, a dispetto di tutti i diavoli e di tutti i santi. E non volevamo intender ragioni. A chi ci diceva: — E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E noi faremo la guerra alla Francia. — E se ci salta addosso l'Austria? — E ne daremo anche all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, a morte tutti. Il giorno che venne la notizia d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina in una trattoria, presieduti da un reduce garibaldino del sessanta, uno sbarbatello indemoniato, che per l'occasione s'era messo in capo il suo vecchio berretto rosso sdruscito, e, scovata in casa dell'oste una bandiera stinta e sbrindellata, che non aveva mai visto che il fuoco della marmitta e pareva un avanzo di venti battaglie, percorremmo la città cantando l'inno del Mercantini e urlando Roma o Morte, fra lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di riprovazione dei cittadini pacifici, a cui facevamo l'effetto d'un branco di evasi dal manicomio. Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello Pallavicini, che era partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare ad assumere il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all'assalto d'Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla fatale che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo a morte con quel colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno„ per tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità cittadina„ a quel modo, mordendo a sangue il nostro dio. Qualcuno parlò di fargli la festa, se avesse avuto la fronte di ritornar fra noi. La sua promozione a generale inasprì anche di più le nostre ire, come una provocazione aggiunta all'offese. Si ventilò l'idea di comprare una sua grande fotografia, che era esposta nella vetrina d'un libraio, per farne un auto da fè davanti alla Prefettura; ma ne volevano cinque lire, e preferimmo di spenderle in birra. Salì poi al colmo la nostra indignazione (e, fuor di scherzo, fu una grande tristezza) quando vedemmo passare per le vie della città una colonna di garibaldini prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi. Come m'è rimasto impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio, fiancheggiati da due file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, uomini maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi, e col petto scintillante di medaglie, figure belle e superbe che camminavano a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e triste, che diceva una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti, più che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ si voltavano a guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come se cercassero del pane. Ah, che furiose discussioni quella sera, al caffè, coi nostri amici bersaglieri, che ci chiamavano i Romaomorti e si burlavano dei liberatori di Roma senza scarpe e inneggiavano al “vincitore di Aspromonte!„ S'affollò gente nella sala, accorse il padrone, s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il nostro nemico, il vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai una sera a buio, sotto i portici, vestito da borghese, che andava a passo spedito, guardando verso la strada, come per raggiungere qualcuno. Gli cedetti il passo, fremendo, e gli lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: aveva ben altro per il capo. Voltandomi indietro, lo vidi poco dopo uscir di sotto le arcate e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava una bella signora. Le due teste si avvicinarono, la carrozza partì, io rimasi come un grullo, e Aspromonte restò invendicato.
Un fiume d'inchiostro.
Rientrai allora nella mia fucina letteraria e non ne uscii più per il rimanente di quell'anno. Ebbi solo qualche giorno di malinconia, all'aprirsi dell'anno scolastico, pensando ai miei antichi compagni che entravano nel terzo corso del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un sentimento come di nostalgia della scuola, ch'io lasciavo prima d'aver compiuti gli studi, e più che altro di rimpianto degli studi classici abbandonati, come d'uno scadimento della mia dignità intellettuale. Ma fu una malinconia presto soverchiata dall'ardor del lavoro, se può darsi questo nome a quella mia eruzione di parole, che riprese dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa e più violenta che mai. Rimasi veramente stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai in fondo a un cassone i miei manoscritti di quel tempo, d'aver potuto rovesciar sulla carta in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: racconti, dialoghi, satire, paralleli di scrittori, pappolate filosofiche: una specie di Decamerone, fra le altre cose, che Dio e il Boccaccio me lo perdonino. La mia passione prese davvero in quell'ultimo periodo il carattere d'una malattia mentale, degenerando di letteraria in libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di vedere i miei parti in forma di volumi stampati e legati, con gran lusso calligrafico d'intestazioni, di indici e di fregi, e ciò che è più strano, immuni di correzioni quanto più fosse possibile; tanto che ci lasciavo spesso intatti dei grossi spropositi per non deturpare la pagina con un frego. E come non mi spiego da che mi nascesse quella fisima, poichè non davo a leggere le mie “opere„ neppure agli amici più stretti, non capisco neppure il perchè di quella smodata produzione, non pensando io neppur per ombra a dare alle stampe quelle bracciate di prosa. Avevo bisogno di scrivere, credo, come avevo avuto l'anno avanti il bisogno di saltare e di arrampicare; erano umori del cervello che dovevan dar fuori; bisognava che m'affaticassi le facoltà eccitate per castigarle e renderle atte più tardi a un lavoro pensato e tranquillo. Nondimeno, mi vergogno ancora un poco, quando ci ripenso, di quella lunga orgia di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi ancora male a buon senso in quell'anno, quantunque mi cominciassero a spuntare i baffi. Mi conforta solo il ricordare che non mi facevo grandi illusioni intorno al valore intrinseco dei miei finti libri; dei quali, per mia fortuna, ero io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, che io avessi la certezza, ma proprio la certezza assoluta di riuscire un giorno a qualche cosa, la previsione netta e sicura che la carriera militare non sarebbe stata che un episodio della mia vita, che la mia vera ed unica vocazione fosse quella di metter del nero sul bianco a beneficio del genere umano. Non era una certezza fondata sui saggi che davo di me a me medesimo in quel periodo di esercitazione letteraria meccanica; ma sul presentimento di facoltà che sarebbero poi sorte nella mia mente, su promesse confuse della coscienza, su non so quale armonia che mi suonava dentro, non ancor formulata in idee, vaga, profonda, dolce, continua, su non so che cosa che mi sentivo correre per le vene e per le fibre e brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io pensavo sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo di fuoco per effetto d'un avvenimento inaspettato, dello spettacolo d'una città nuova, della compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal dischiudersi delle porte dorate della gioventù, di cui stavo per varcare la soglia.