Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo dipinto a fresco sulla vôlta d'una cappella del duomo, dove andavo la domenica a sentir la messa con la famiglia: un'alta figura alata, ravvolta in un camicione bianco, di viso soavissimo, che pareva mi guardasse coi suoi grandi occhi azzurri. Fu quella figura che mi destò il primo sentimento religioso, facendomi pensare quanto fosse dolce il vivere dopo la morte in mezzo a migliaia di creature così belle, buone e bianche, seduto sopra le nuvole, dentro una gran luce rosata, in un'aria odorosa d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che pensavo a quell'angiolo ogni sera, mentre dicevo il Paternoster e l'Avemaria, prima di andare a letto, e che davo con l'immaginazione la sua forma all'angelo custode che credetti fermamente, per un pezzo, mi venisse accanto dalla mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo che sovente, nei miei giochi, m'interrompevo, per domandarmi dov'egli stesse in quel momento, se davanti a me o alle spalle o dai lati, se vicinissimo o un po' discosto, se con l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo attorno, qualche volta, con la vaga idea, se non di veder lui in persona, almeno qualche indizio della sua presenza, alcun che di bianco, una forma vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo la fede, se così può chiamarsi quello che allora sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto paura dell'inferno, al quale quasi neppur pensavo, come a una cosa che non riguardasse i ragazzi. La religione era per me come la visione confusa d'una grande bellezza e un sentimento indeterminato di tenerezza e di bontà per tutti e per tutto, fin per i più piccoli insetti, che nei giorni di zelo più vivo badavo a scansare coi piedi. Dal che seguì che quando ebbi in chiesa le prime lezioni di catechismo dal parroco, che non ci metteva nè miele nè fiori, mi parve che m'avessero mutata la materia, e, senza rendermene chiara ragione, rimasi male, come uno che, aprendo un libro con l'idea di leggere un poema, si ritrovi sotto gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special modo, senza però turbarmi, quel nodoso dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto di minacciare le pene eterne. Quando facevo a mia madre qualche domanda relativa alla religione, non la interrogavo mai che sul paradiso, che era per me l'oggetto d'una curiosità vivissima, e intorno al quale pensavo che i grandi avessero delle cognizioni molto più precise che i bambini. E quando udivo dire d'una persona morta: — È andata in paradiso, — credevo che si dicesse per aver visto veramente qualche cosa di quella persona, come un'ombra o una fiamma, volare in alto e perdersi nell'azzurro. Quel pensiero del paradiso fu così forte allora nella mia mente, che mi attrassero poi sempre, anche nell'età matura, e mi dilettarono vivamente l'immaginazione tutte quelle scene di teatro, anche rappresentate alla peggio, nelle quali per uno squarcio delle nuvole, a traverso a un velo bianco trasparente, si vedono in un fondo luminoso delle vaghe figure celesti, sedute in vari ordini di seggi, come nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il paradiso in una baracca di burattini ci ho altrettanto piacere che il più piccolo degli spettatori.

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L'angelo custode non mi guardò dal crup, al quale scampai per miracolo, dopo che il medico m'aveva dato per perso. Non ho memoria alcuna dei patimenti provati, che furono atroci, come seppi poi da mia madre, poichè, già soffocato a mezzo, durai per ore a rantolare e ad annaspar con le mani, come un naufrago, rimovendo da me chiunque mi s'accostasse, come se mi rubassero l'aria, e supplicando coi cenni che si spalancasse la finestra. Ricordo soltanto che stavo spesso con l'orecchio teso per sentire se cantasse il corvo di fuori, perchè m'aveva detto Franceschino che il giorno prima della morte di mio fratello s'era sentito cantare un corvo sul tetto della casa. Ricordo d'aver visto per un momento ritta accanto al mio letto la forma nera del parroco. E un'altra cosa m'è rimasta in mente, che ancora mi fa fremere. Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, mio padre e mia madre l'accompagnarono nella stanza accanto; donde mi venne all'orecchio un suono di voci sommesse, e poi un'esclamazione terribile di mio padre: — Anche questo! —; terribile al mio cuore in appresso, quando seppi che significava: — Anche questo figliuolo mi è tolto, — poichè il medico gli aveva levata in quel punto ogni speranza; ma non già allora, perchè non compresi. E così non compresi perchè mio padre, poco dopo, si sedesse a un piccolo tavolino accosto al letto, e menasse la matita sopra un foglio di carta, guardandomi spesso attentamente. Mi fu detto poi che, compiendo uno sforzo eroico, egli m'aveva fatto il ritratto a matita, per avere almeno quella memoria del mio viso, non ci essendo ancora in città, a quel tempo, nessun fotografo. Povero padre mio! Conservo ancora quel ritratto che mi fu lasciato da mia madre, e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, a pensare con quale strazio nell'animo furono fatti da lui tutti quei tratti minutissimi, che paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente quell'arruffio di riccioli bruni, sui quali egli era già preparato a darmi l'ultimo bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei parenti, la convalescenza, tutto è svanito dalla mia mente. Non mi rammento che la prima volta che fui riportato nel giardino, con un cuffietto in capo e un fazzoletto al collo, accompagnato a festa da tutti i miei, seguiti dalla povera Maddalena che piangeva dalla consolazione; rammento che era una mattina di primavera, e che provai un piacere delizioso, come se m'apparisse per la prima volta ogni cosa, al riveder la luce del sole, gli alberi fioriti, e il gatto, che si arrestò a guardarmi, stupito.

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Fra quella e la prima impressione della scuola ne ricordo un'altra, che ebbi dalla prima cognizione d'un grande dolore umano, e che vorrei poter cancellare dalla mia memoria, in cui è incisa come una ferita nella carne. C'era accanto alla nostra casa l'ospedale militare, e davanti a questo una casetta, dove abitava l'amministratore, tenente di fanteria, con sua moglie: una coppia simpatica alla città intera, che parevano fratello e sorella, e che io vedevo spesso dalla finestra passare sul viale dei bastioni, con due bambini bellissimi, fra i quattro e i sei anni, che tutti ammiravano. Una mattina, tornando con Maddalena da una passeggiata, vedemmo molta gente che s'affollava davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai bersaglieri di guardia, tutti col viso alzato verso le finestre della piccola casa, dalle quali, tra varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo di donna violento, strozzato, disperato, più somigliante all'urlo che al pianto, e che a molti della folla strappava le lacrime. Maddalena interrogò qualcuno. La risposta gelò il sangue a me pure, benchè bambino. Era accaduto questo: che il farmacista dell'ospedale, dovendo mandare della santonina per i due bimbi malati, aveva mandato invece della stricnina, e le due povere creature, prese le polveri a un tempo, erano morte quasi nello stesso punto fra le braccia del padre e della madre. La buona Maddalena si cacciò le mani nei capelli e si diede a esclamare senza fine, piangendo dirotto: — Ah povera gente! Ah povera gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo sull'uscio di casa, che era l'ora di desinare, mi raccomandò in fretta di non dir nulla alla mamma, chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena entrata, al veder mia madre seduta, che piangeva, con la fronte nelle mani, comprendendo che già sapeva, proruppe in un'esclamazione d'angoscia quasi collerica, che mi scosse il cuore, benchè io non capissi ancora che era un'eco del grido eterno dell'umanità flagellata: — Signore Iddio misericordioso, come possono accadere di queste cose!

La prima scuola.

Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro che teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai volentieri; m'hanno sempre attratto fortemente tutte le cose nuove: se la natura m'avesse dato la virtù del persistere pari all'ardore dell'incominciare, sarei forse diventato un pezzo grosso. Il maestro era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato, una figura di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che covava in quel tempo l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una ragazza ventenne; la quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui stava ritto sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di farsi beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la scuola piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso un gran numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con colori chiassosi, e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima sui ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine, con scene relative a tutti i mestieri, animate da molte figure d'uomini e d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e che ricordo con una chiarezza maravigliosa, mi fecero un'impressione così viva e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura (Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.

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Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due file di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno grigio. La distinzione non era soltanto nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento che usava il maestro, il quale faceva ancora una seconda distinzione fra gli esterni di famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce per i signori, agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava a ceffoni, scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti; intorno al quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra in casa sua, facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati e assedianti con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran marenghi e i generali doppie di Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che compariva alla scuola a quando a quando, vestita con gran lusso; sulla quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa non era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi pareva allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un giudice di tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, il maestro, infuriato, afferrò il colpevole per un orecchio, e scotendogli il capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che cose! Che tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.

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