Mais lorsque l'armée eut gravi la pente:
«Mon Dieu! disait-elle, ils m'ont pris mon cœur.»
Il viaggio fu pieno di peripezie. La signora Déroulède, già malata, col cuore oppresso, simulando una forza d'animo che le mancava, si recò da Parigi a Reims per strada ferrata, col suo zuavo di diciassette anni. A Reims, saputo che l'esercito del Mac-Mahon era in ritirata verso Sédan, si mise in una carrozzella col figliuolo, e si diresse verso Sédan. Si può immaginare lo stato di quella povera donna, durante quel viaggio lungo e difficile, per strade ingombre di salmerie disordinate e di carri carichi di feriti, tra reggimenti decimati e spossati, in mezzo alla tristezza lugubre d'un esercito sconfitto, che andava incontro a nuove battaglie col presentimento di nuove sventure. A ogni passo, madre e figliuolo domandavano del 3º reggimento zuavi: nessuno sapeva dove fosse. Una volta si trovarono in una grande solitudine, dinnanzi a tre strade, senza indicazione di sorta: la madre, fortunatamente, obbedendo ad una ispirazione del cuore, disse: — Paolo passò di qui; — si misero per quella strada, ed era la giusta. Dopo un altro lungo tratto, si ritrovarono in mezzo ai cariaggi, ai soldati, al disordine: era una divisione del Mac-Mahon; raggiunsero un reggimento di zuavi: era il terzo. Scesero di carrozza, e dopo molto cercare trovarono il povero poeta, seduto sull'orlo di un fosso, che mangiava nella gamella, in mezzo a un crocchio di camerati africani, tra due fasci d'armi. Inteso il proprio nome, saltò su, e si trovò davanti sua madre e suo fratello, di cui non aveva più avuto notizia dal giorno della partenza. Si ritirarono tutti e tre in una piccola osteria di campagna, accanto alla strada; là la signora Déroulède volle che i suoi figliuoli, l'uno stanco dalle marcie, l'altro dalle emozioni, si riposassero; e tutti e due le si addormentarono con la testa sulle ginocchia, come due ragazzi. Allora la madre potè piangere, guardata con rispetto pietoso dagli zuavi, che s'affacciavano alla finestra e allo spiraglio dell'uscio; e, piangendo, prepararsi alla separazione. Il terribile momento non si fece aspettare. Squillarono le trombe, i figliuoli si svegliarono; bisognava dirsi addio; la madre si sentiva schiantare il seno dai singhiozzi; ma fece uno sforzo sovrumano, e non versò che lacrime mute. I saluti furono brevi: — Courage, mon fils! — Courage, maman! — come nella poesia. E si separarono. Il reggimento seguitò la sua strada verso Sédan, e la signora Déroulède riprese la via di Reims. Prima di arrivare a Reims, le seguì ancora un caso doloroso. Arrestata da una avanguardia francese, interrogata da un ufficiale, disse il suo nome, e raccontò che era stata ad accompagnare un figliuolo al reggimento, dove già n'aveva un altro. La cosa parve inverosimile: la presero per una spia! Riuscì fortunatamente a liberarsi, e sfinita dalle fatiche, con quell'ultimo colpo di stile nel cuore, arrivò a sera inoltrata a Reims, dove fece appena in tempo a pigliare il treno di Parigi, che era l'ultimo della giornata, e fu l'ultimo per tutta la durata della guerra, poichè la mattina seguente le avanguardie prussiane avevano già tagliata la via della capitale.
I due fratelli furono messi nella medesima compagnia: in pochi giorni tutto il reggimento li conobbe. In una relazione del colonnello è fatto cenno di loro: — Questo bell'esempio di patriottismo dato dalla famiglia Déroulède fu un grande incoraggiamento per i resti del 3.º reggimento zuavi. I due giovani volontari s'attirarono in breve tempo, con la loro abnegazione e il loro valore, l'ammirazione dei vecchi soldati. — Tutt'e due si trovarono alla battaglia di Sédan, pochi giorni dopo l'arrivo d'Andrea. È noto che il 3.º reggimento zuavi fu il solo che riuscì a rompere il cerchio de' Tedeschi in quella giornata, e che dal campo di battaglia si ridusse a Parigi, dove l'assemblea lo dichiarò benemerito della patria. Ma i fratelli Déroulède non poterono salvarsi coi loro compagni. Mentre combattevano in un bosco, a pochi passi di distanza l'uno dall'altro, Andrea si voltò improvvisamente verso il fratello, col viso bianco, e gli disse: — M'hanno fatto male! — e detto appena questo, stramazzò gettando sangue per la bocca. Aveva una palla nel ventre. Paolo accorse, lo prese in braccio, e camminando verso i Tedeschi, lo portò dietro a un piccolo rialto del terreno, dove, deponendolo sull'erba, incespicò e cadde in un fosso; il che vedendo di lontano gli altri soldati, che continuavano ad avanzarsi, credettero che anche lui fosse stato ferito mortalmente. Paolo si rialzò, tagliò una croce rossa nei suoi calzoni di zuavo, l'attaccò sul suo turbante bianco spiegato, e legato questo cencio di bandiera d'ambulanza sulla punta del fucile confitto in terra, pensò a salvare il ferito. C'erano là vicino dei cannoni francesi abbandonati, coi loro cavalli. Paolo tentò di trasportare il ferito sopra un cassone, e di fuggire con le artigliere. Ma mentre lo adagiava, gli sgorgò dalla bocca un'ondata di sangue nero; pareva che morisse; lo ripose in terra; si mise a succhiargli la ferita perchè il sangue non lo soffocasse, lo lavò, gli strinse una fascia intorno ai fianchi;... ma sperava poco di salvarlo. Intanto la battaglia continuava da ogni parte, lontano, confusamente: egli non ne racapezzava nulla. Il terreno intorno era sparso di morti, nessun vivente appariva nè francese nè tedesco. Il primo che passò, dopo un'ora, fu un soldato sassone, che balbettava il francese. S'avvicinò al Déroulède e lo interrogò. Inteso che il ferito era suo fratello, s'impietosì. — Anch'io — disse — ho un fratello nell'esercito. Ah c'est malheureux, c'est malheureux! — E poi soggiunse: — datemi un po' di pan bianco, zuavo; ve lo domando, non come nemico, ma come camerata. — E avuto, il pan bianco, se ne andò, salutando affettuosamente. Il povero Déroulède dovette stare là quattr'ore col fratello moribondo fra le braccia, vedendo di lontano delle figure sinistre di spogliatori di morti vagare per il campo e contaminare con le mani ladre i cadaveri. E cominciava già a disperare. Finalmente passò di galoppo un drappello di dragoni azzurri; vista la bandiera, s'arrestarono; mandarono per un medico; venne poco dopo; — era un medico sassone; — fece trasportare il ferito in un grande opificio, vicino a Sédan; lo adagiò sopra un letto, in una stanza del padrone, ch'era assente, e tentò l'estrazione della palla. Mentre egli operava, una banda tedesca suonava la marcia del Lohengrin nel cortile, e una frotta di soldati prussiani aspettava sulla porta che l'operazione fosse terminata, per entrare nella stanza a vedere un grande ritratto di Federico il grande — di cui s'era sparsa la notizia — appeso proprio sopra il letto in cui era disteso il ferito. Cose che, in un romanzo, parrebbero troppo ingegnosamente combinate. L'operazione, mercè un taglio profondissimo, riuscì. Paolo offrì al medico tedesco il suo orologio. — No, — quegli rispose — sarebbe un pagamento. — Allora accettate il mio pugnale — disse il giovane. Il medico accettò. Tutti e due erano commossi. Il ragazzo era sfinito; ma salvo.
Della capitolazione dell'esercito e dell'Imperatore non sapevano ancor nulla; nemmeno della vittoria dei Tedeschi. Il ferito fu dato alle ambulanze francesi, perchè lo trasportassero nel Belgio: Paolo sperava di poterlo accompagnare, perchè era ancora aggravato; ma fu preso prigioniero, e diviso a forza dal fratello. Fortunatamente, mentre lo conducevano via, un ufficiale prussiano, vedendolo passare così desolato, con la faccia nelle mani, fermò il drappello, e domandò spiegazioni. Intesa la cosa, fu preso da compassione. — Che diavolo! — disse — è una crudeltà separare così due fratelli! — E andò egli stesso a domandare al comandante tedesco di Sédan che il Déroulède potesse accompagnare il ferito nel Belgio. L'ottenne; il Déroulède andò a Bruxelles col fratello. Qui solamente ebbe notizia della catastrofe di Sédan. Andrea fu ricevuto in una casa d'amici; Paolo poteva andarsene. Le autorità belghe gli offrirono la libertà, purchè desse la sua parola di non battersi più contro i Tedeschi; altrimenti, dovevano mandarlo prigioniero in Germania. Egli preferì la prigionia, con la speranza della fuga. Fu quindi mandato per strada ferrata a Berlino, e da Berlino condotto a Breslau, nella Slesia.
Mentre questo accadeva, la sua famiglia stava a Parigi, al buio di tutto, nella trepidazione che si può pensate. Arriva finalmente il 3.º reggimento zuavi. Padre e madre gettarono un grido di gioia, corsero dal colonnello, domandarono dei figliuoli.... Non c'erano. Erano stati visti cadere l'un sull'altro in un fosso, alla battaglia di Sédan; il che voleva dire ch'erano morti. La povera madre rimase fulminata. Portata a casa, le prese un accesso di paralisi da cui non si rimise più; chè anzi s'andò sempre aggravando; e per otto giorni stette tra la morte e la vita, con l'immagine di quei due cadaveri davanti agli occhi, istupidita dal dolore. Per fortuna, prima di passare la frontiera belga, il Déroulède aveva sparso fra contadini e soldati, e buttato a tutte le poste; un gran numero di buste dirette a sua madre, con tre parole dentro, e la firma sua e del fratello. Una di queste buste, dopo otto giorni, arrivò; la signora Déroulède l'aperse con le mani tremanti, animata da un barlume di speranza: c'era scritto — Nous sommes vivants. — Credette d'impazzire...; ma questa gioia immensa non valse a rimetterla dal colpo tremendo che aveva ricevuto. E continuò a vivere miseramente, torturata dalla paralisi che cresceva, e da un'insonnia angosciosa, che avrebbe spezzato i nervi d'un uomo; ma piena di coraggio e, se non rassegnata, preparata ad ogni cosa.
Intanto Paolo Déroulède era prigioniero a Breslau. Qui gli seguì una piccola avventura comica. I prigionieri andavano liberi per la città; ma egli non godette di questa libertà per un pezzo. Il generale tedesco che comandava la fortezza, vecchio soldato burbero, leggeva tutte le lettere prima di spedirle. Era stato qualche tempo a Parigi, conosceva la lingua francese, non si lasciava scappare una parola che potesse urtare un tedesco. Letta la prima lettera del Déroulède, ch'era un po' troppo liberamente patriottica, pensò di dargli un avvertimento. — O la finite — gli disse — o vi caccio in fortezza. — Il Déroulède non la finì. In una seconda lettera diceva fra le altre cose: — ce troupeau de Prussiens. Il generale lo mandò a chiamare e gli disse: — Questa lettera non partirà. Noi siamo une troupe e non un troupeau. — Avete ragione, rispose il prigioniero; — je vois avec plaisir que vous connaissez le français dans toutes ses nuances. — Ah sì? — ribattè il generale; — ebbene, andate in fortezza a studiare le nuances del tedesco. — E lo fece chiudere in fortezza. Dopo qualche giorno uscì, e ricominciò a scrivere; ma nascondendo il suo pensiero sotto una quantità di motti a doppio senso, di bisticci parigini, incomprensibili a un tedesco. Il generale lo rimandò a chiamare, e volle che gli spiegasse il significato nascosto d'ogni frase. — Ma, signor generale, — rispose il Déroulède; — io sono prigioniero; ma non sono obbligato a perfezionarvi nello studio della letteratura francese. — Ed io — replicò il generale, — non sono neppure obbligato a lasciarvi passeggiare liberamente per le strade di Breslau. Andate in fortezza. — E questa volta non si parlò più d'uscire. Ma il prigioniero provvide da sè ai casi suoi. La figliuola del carceriere, che non vedeva di mal occhio quel gran diavolo di zuavo, dal viso di poeta e dai modi di gentiluomo, faceva conversazione con lui per il buco della serratura. Lo zuavo, che aveva in capo il suo disegno di fuga, pensò di valersi della ragazza. A poco a poco, facendosi tradurre in tedesco oggi una parola, domani una frase, senza lasciar trasparire il senso del discorso, riuscì a mettere insieme e a pronunziare correttamente una parlatina in tedesco, che diceva presso a poco: — Sono un ebreo polacco, nato in America, zoppo dalla nascita. Gli ultimi avvenimenti m'hanno chiamato in Germania per far riconoscere la mia inabilità al servizio militare. Torno a Torino dove faccio il professore di lingua francese. — Quando si sentì abbastanza forte su questa sfilata di fandonie, si mise d'accordo con un ufficiale francese delle guardie mobili, anch'egli prigioniero, ma sciolto, a Breslau; costui insaccò un gran pastrano turchino da ebreo polacco, si mise un berrettone d'astrakan, e gli occhiali verdi; si fece dare un permesso per visitare il carcerato; entrò nella fortezza zoppicando — diede i suoi panni al Déroulède; — il Déroulède, zoppicando, uscì dalla cella, passò tranquillamente sotto il naso delle sentinelle, andò alla prima stazione della strada ferrata di Boemia, e saltò sano e salvo sul treno liberatore. Ma c'era ancora un pericolo al passaggio della frontiera austriaca. Discese perciò alla penultima stazione e prese a traverso ai campi per passar la frontiera a piedi. Era notte, nevicava fitto, faceva un freddo da cani. Dopo molto andare, non raccapezzò più dove fosse: passò accanto a un villaggio, offrì del danaro a un contadino perchè l'accompagnasse. Costui accettò; ma era un furfante. Giunto a poca distanza dal confine, vicino a un corpo di guardia prussiano, si fermò e disse al Déroulède: — O mi date il doppio, o vi denuncio alla sentinella. — Il Déroulède, vistosi perduto, gli mise un coltello alla gola, e gli gridò: — O tiri diritto, o t'ammazzo. L'uomo si persuase, lo guidò di là dal confine, e lo accompagnò fino alla prima stazione austriaca. Un treno stava per partire, il Déroulède ci saltò su, e fuggì verso Vienna. Aveva voluto tentar la fuga da Breslau il 29 settembre, anniversario di sua madre, e la fortuna l'aveva aiutato.
Con la fuga di Germania entrò in un'altra serie d'avventure. Attraversò Vienna di notte, prese un biglietto per Milano, e ripartì. Ma per pagare il biglietto dovette spendere gli ultimi resti del suo peculio. Da Vienna a Milano non mangiò che un enorme pane che aveva comprato a Baden, stando rincantucciato in fondo al vagone, quieto quieto, senza attaccar discorso con nessuno, per non tradire il segreto della sua mascherata. Arrivato a Milano, fin dove lo conduceva il biglietto, si trovò nella stazione solo, morto di fame, senza un soldo, senza sapere dove batter del capo. Che cosa fare? Si rivolse a un impiegato, gli espose il caso suo, gli domandò se avrebbe avuto tempo, prima di partire per la Francia, di fare una corsa fino al Consolato di Francia, per domandar dei denari. L'impiegato gli disse che no. — Ma non occorre — soggiunse; — sono stato soldato anch'io, mi so mettere nei vostri panni: provvedo io al vostro viaggio. — E gli diede il biglietto per la Francia. Il Déroulède ebbe appena il tempo di ringraziare il bravo impiegato, ripartì, e il giorno dopo si trovò a Lanslebourg, in compagnia d'altri francesi, scappati pure di Germania, tornati in patria per la stessa strada, travestiti anch'essi bizzarramente, e scannati e affamati come lui. Un caffettiere misericordioso li sfamò gratis. Il Déroulède ripartì per Lione, e da Lione andò a Tours. Appena arrivato a Tours, corse al ministero della guerra per riprender servizio. Mentre aspettava nei corridoi, passò il Gambetta, il quale lo conosceva fin da giovanetto. Questi rimase meravigliato riconoscendo il giovane poeta sotto quello strano travestimento. — Che cosa venite a far qui? — gli domandò, dopo aver inteso la sua storia. — A offrire un'altra volta la pelle, — rispose il Déroulède; — se mi date un incarico per Parigi, dove è il mio reggimento e mia madre, piglio l'impegno d'entrarvi. — Il Gambetta non volle dargli incarichi: era scampato una volta, non doveva mettersi al rischio di farsi ripigliare. — Se volete battervi — gli disse — battetevi sulla Loira; ci sarà abbastanza da fare; io vi nomino capitano. — Il Déroulède non volle accettare che il grado di sottotenente, che aveva già nelle guardie mobili, e siccome voleva battersi davvero, domandò d'entrare nei tiragliatori algerini, — che si battevano a modo suo. Il Gambetta accondiscese, e gli domandò se voleva che facesse pervenire sue notizie a sua madre. Il Déroulède lo pregò di non farlo. — Se mi crede sempre prigioniero, pensava, vive in pace; se sa che sono scappato, capisce che son tornato alla guerra, e ricomincia a vivere in pena. — Buona fortuna, signor tenente! disse il dittatore accommiatandolo. — Ah! la mia fortuna importa poco — rispose il giovane: — è la vostra che ci preme! — E partì subito per Neung. Trovò i suoi tiragliatori algerini al bivacco; assunse il comando della sua squadra, vestito ancora di quella vecchia palandrana d'ebreo polacco, sulla quale, strada facendo, aveva fatto cucire un par di galloni; e prese parte a tutti i combattimenti della retroguardia del generale Chanzy, fino al 1.º gennaio; giorno in cui tutto il 15.º Corpo partì per Dijon, per formare il nuovo esercito del generale Bourbaki.
Qui cominciò il periodo più avventuroso della sua vita di soldato; periodo di cui si potrebbe rintracciare la storia nel suo taccuino lacero e spiegazzato, pieno di schizzi topografici, di nomi di soldati arabi, di brani di relazioni, di appunti sul modo di far la zuppa di cipolle, e d'elenchi di feriti e di morti. In questo periodo pure gli balenarono le prime idee e gli vennero fatti i primi versi di quei famosi Chants du soldat, che pochi anni dopo tutto l'esercito seppe a memoria. A Mirbeau fu ospitato da una povera vecchia, che gli ispirò Le bon gîte, una delle sue più affettuose e più belle poesie. In un altro luogo, durante il bivacco, di notte, pensando a sua madre e a suo fratello, e al giorno che lo avevano raggiunto al reggimento, prima della battaglia di Sédan, scrisse le prime strofe del Petit turco, e notò nel taccuino: Le petit turco à faire. A Rocourt — in una ritirata — una ragazza, che l'aveva baciato prima del combattimento, gli diede un pugno per rifarsi del suo bacio sciupato; e quel pugno, convertito da lui in un morso, diventò celebre nella poesia La belle fille. A Gray ebbe da un'altra ragazza una coccarda di tre colori, alla quale consacrò quei dieci gioielli di strofette che molti considerano come il più grazioso dei suoi canti. In quest'ultimo periodo della guerra conobbe pure quel famoso sergente Hof, che uccise ventisei nemici in ventisei ricognizioni, e che gl'ispirò la poesia intitolata Le sergent, resa poi popolare a Parigi dall'attore Coquelin. E tra una poesia e l'altra prese parte a un gran numero di combattimenti, con la sua squadra di tiragliatori, fra cui c'eran degli arabi e dei negri che lo adoravano e gli eran ardentemente devoti, tanto da portare delle assi sulle spalle per lunghissime marcie per fargli un letto alla tappa; non soldati, ma fratelli e figliuoli suoi, coi quali egli divise il suo pane, e digiunò, e dormì sul ghiaccio, e accese i fuochi del bivacco in quelle terribili notti di gennaio. Con questi soldati si trovò al combattimento di Montbéliard, ch'egli cominciò assalendo e occupando una barricata, e perdendo trenta dei suoi tra morti e feriti, sopra cinquanta a cui comandava: combattimento in cui guadagnò la croce della Legion d'onore. Ma da quel giorno non ci son più appunti sul taccuino: il freddo faceva cader la matita dalle mani assiderate e sanguinanti. Poi vennero i disastri, le nevicate interminabili, le lunghe marcie di notte, i bivacchi che lasciavano il terreno coperto di morti gelati, la perdita di tutte le speranze, lo scompiglio miserando dell'esercito diradato, avvilito, affamato, scalzo, — ridotto a un esercito di spettri —, incalzato spietatamente, con la morte in faccia, alle spalle, sotto i proprii passi e nel proprio cuore. Molte volte il povero Déroulède, mal riparato dal suo vestito di polacco, bucato dalle palle, si lasciò cader nella neve, al termine d'una marcia mortale, e ravvolgendosi nella sua coperta di guardia mobile, nella quale aveva già ravvolto il fratello moribondo a Sédan, s'addormentò con la certezza di non più risvegliarsi. Ma la sua forza d'animo, più che la sua forza fisica, e le cure dei soldati lo tennero in vita fino all'ultimo, — fino al giorno in cui l'esercito del Bourbaki — ultima speranza della Francia — si rifugiò in Isvizzera, fulminato dai cannoni del Manteuffel. Quello fu il momento più desolante della campagna per Paolo Déroulède. Immobile sopra un rialto di terreno vicino al confine, in mezzo ai resti della sua squadra, egli voleva rimanere in Francia a ogni costo, e non si decise ad accompagnare i suoi tiragliatori nella Svizzera che per le esortazioni del suo maggiore, e col patto che questi sarebbe fuggito con lui per andar a cercar la guerra in qualche altro angolo della Francia, appena i loro soldati fossero stati al sicuro.
Fuggirono infatti il Déroulède e il suo maggiore, seguiti da un matto originale di zuavo negro, di nome Mohamed-uld-Mohamed, che si faceva passare per dentista americano, e scendendo lungo la frontiera, arrivarono fino a Tolosa; di dove il Déroulède, solo, corse a Bordeaux, sede del Governo, per offrire la sua vita una terza volta. A Bordeaux sente che è stato stipulato un armistizio, e che un treno carico di bestiami deve partire per Parigi. Butta via il pastrano da ebreo polacco, si traveste da bovaro bordelese, salta sul treno, arriva a Parigi, corre a casa, si getta nelle braccia di suo padre. — Zitto, Paolo, per amor del cielo — gli dice il padre; — abbi pietà della mamma. — Bisognava prepararla a quel colpo. Combinano insieme un lungo giro di discorso per annunziarle la cosa a poco a poco; il padre va su, perde la testa, e dice senza preamboli: — Paolo è arrivato. — Il grido dell'amore e della gioia materna echeggiò in quella casa, solitaria e triste da tanto tempo. Povero Paolo! Egli trovò sua madre molto mutata: aveva i capelli bianchi, le mani tremole, gli occhi infossati, la voce fioca. Ma dentro all'anima era sempre la madre di prima, sorridente nel dolore, non curante di sè, e piena di risoluzione e di forza. Qui il Déroulède seppe che suo fratello, appena guarito dalla sua ferita, era stato mandato da Bruxelles a Ostenda, e di là a Londra, e da Londra a Bordeaux, donde l'avevano inviato in Algeria a vestirsi e ad armarsi al deposito degli zuavi, per ritornar poi alla guerra. Allora lasciò la famiglia e tornò subito a Bordeaux a domandare al Ministero se avrebbe avuto tempo di fare una corsa in Algeria per riprendere suo fratello, prima che scoppiasse la guerra civile: poichè, essendo stato per qualche tempo tra le guardie mobili di Belleville, e avendo visto che umori ribollivano in quella gente, aveva portato nell'animo, per tutta la durata della guerra, la ferma persuasione che qualcosa di terribile sarebbe seguito, se la Germania riusciva vittoriosa. Gli dissero che aveva tempo: andò in Algeria, tornò con suo fratello in Francia, e andarono subito tutti e due a Versailles, dove l'uno entrò in un reggimento di zuavi, l'altro in un reggimento di cacciatori. E così questo demonio di poeta cominciò la sua terza campagna.