A queste poesie, in cui non freme che il soldato, succedono altre, in cui parla il figliuolo, l'amico, il fratello, l'amante — affettuosissime, ma di quell'affetto che si dà soltanto nelle anime virili, che è come la grazia della forza, e che soggioga, perchè si sente che viene dalla grandezza, non dalla raffinatezza del cuore. È bello, dopo aver visto un Déroulède a cui si metterebbe una medaglia sul petto, vederne sorgere un altro, a cui si stamperebbe un bacio sul viso. C'è la poesia intitolata: Le bon gîte, di trentadue versi, che non si può legger senza lacrime. Ricorda uno dei più belli episodi del Coscritto del 1813, di Erckmann-Chatrian. Un soldato è ospitato una sera in casa d'una povera vecchia. La vecchia mette tutta la sua legna sul fuoco, ed egli, intenerito, le dice: — Basta, risparmia la tua legna, buona vecchia: io non ho più freddo. — La vecchia apparecchia la tavola con quanto ha di meglio, ed egli le dice: — Non occorre; ho mangiato alla tappa; non ho più fame. — La vecchia gli prepara il letto con le sue lenzuola, e vuol dormire sopra una seggiola, ed egli le dice: — No, buona vecchia, non voglio; dormi tu nel letto; io dormirò sopra la paglia. — E la mattina, partendo, s'accorge che il suo zaino è molto più pesante che la sera innanzi. — Ma perchè tutto questo? — le domanda; — è troppo, buona donna; perchè tutto questo? — Ed essa risponde, sorridendo a traverso alle lagrime: — J'ai mon gars soldat comme toi. — Ma non si può esprimere la semplicità profonda e gentile di quelle quattro strofette e di quei quattro ritornelli, in cui si sente il crepitìo del fuoco e l'odore della tovaglia di bucato e la voce dolce e tremola di quella povera madre, che serve e accarezza in quel soldato sconosciuto il fantasma adorato del figliuolo lontano. In un'altra poesia è un vecchio soldato arabo che raccoglie sulle sue ginocchia un giovane volontario moribondo, il quale, mentre il suo reggimento è macellato, domanda: — Li abbiamo vinti, questa volta, non è vero? — e il vecchio arabo, per non togliere alla sua agonia quel conforto, gli risponde di sì, e continua a dire tristamente, dopo che il ragazzo è già spirato: — Sì, ragazzo mio, li abbiamo vinti. — Un'altra poesia è un inno di riconoscenza al Belgio ospitale, dove le anime sono così serene e gli occhi così dolci, che tutti i dolori e tutti gli odi vi s'assopiscono; un'altra è un ringraziamento al medico che lo cura, al quale dice che è più profonda l'amicizia nel suo cuore che la ferita nelle sue carni; un'altra, la Cocarde, forse la più gentile delle sue poesie gentili, è un ricordo amoroso che manda la fragranza d'un fiore. — Arrivammo al villaggio — dice — dopo tre giorni di marcia, spossati, morti di freddo, avviliti dal presentimento d'un'accoglienza scortese. E cercammo dell'albergo. Ma una ragazza, di sull'uscio di casa sua, ci gridò: — Ah francesi di poca fede! Questo è un giorno di festa per noi. Non siete in Francia? Non siete in casa vostra? Entrate. Noi v'aspettavamo. Avete fatto male a dubitar di noi. — E dicendo questo sorrideva; eppure mi vengon le lacrime agli occhi quando ci penso! E quanto sovente ci penso e come la rivedo! Era accanto a sua madre e aveva una coccarda di tre colori nei capelli. Tutt'a un tratto, pregata da noi, si mise a cantare i nostri canti di guerra. Era la Gloria irata che ci rampognava con la sua voce. Oh la buona e bella francese! Che grande cuore e che begli occhi! Ora voi mi domanderete se la presi io stesso da' suoi capelli questa bella coccarda che porto da tanto tempo sul cuore, annerita dalla polvere e macchiata dal mio sangue. Ah no, non l'avrei mai osato. Tutto pensieroso, parlando a stento, io guardavo quella fronte di bimba, quell'aria di regina, quei tre colori in quei capelli neri, e dicevo tra me con tristezza: — Tutto questo riman qui.... ed io me ne vado! — Squilla la tromba: addio coccarda! addio canzoni! E nondimeno le dissi: — Ah! s'io l'avessi quel bel nastro! — e mi soffermai sull'uscio, tutto tremante. Ed essa allora semplicemente: — Prendete — rispose, — e Dio vi guardi! — Nient'altro che questo, dieci strofette di sei versi; ma in cui si sentono mille cose nobili e belle che non vi son dette, come nel tremito profondo d'una voce cara; una poesia ingenua e fresca che vi va all'anima, come un soffio d'aria profumata che vi porti di lontano le note amorose d'un violoncello.

Poi vengono altre poesie, che si potrebbero chiamare poesie d'assalto, come quella del Berchet per le rivoluzioni di Modena e di Bologna; una tra le quali, intitolata: En avant, non cede in nulla, anche a giudizio di qualche tedesco, al famoso inno: Ho la spada alla mia sinistra, del Körner. Qui il metro s'accorcia, la strofa si serra, il ritornello grida, i versi risonano come spade urtate o echeggiano come squilli di fanfare, pieni d'ira selvaggia e di sprezzo della morte; e tutta la poesia imita la pesta precipitosa d'uno squadrone che rovini a briglia sciolta sopra un quadrato. Genere di poesia difficilissimo, che si riduce ad una serie d'esclamazioni ampollose e chiassose, senza forza, simili alle imprecazioni d'un briaco asmatico, se ogni strofetta non è proprio un grido feroce, che si senta uscito dalle viscere di un soldato che guardò in faccia la morte. E l'efficacia di queste, come di altre poesie del Déroulède, risiede tutta, a mio credere, nella profondità e nella sincerità d'un sentimento particolare, che si potrebbe chiamare appunto il sentimento della morte. I poeti guerrieri di tavolino hanno della morte in battaglia una specie di sentimento artistico, per cui la circondano di un terrore teatrale, o la trattano con una familiarità affettata da eroi spacconi, per i quali sia una celia il morire; e lascian capire che si servono della sua immagine per ottenere certi effetti; per il che non ci fanno mai nè veramente paura, nè veramente coraggio. La morte del Déroulède, invece, è una morte veduta, affrontata, pensata, qualcosa di solenne e di muto, che passa in fondo alle poesie, lentamente, e mette un tremito di riverenza nel cuore. Con quali parole egli esprima questo sentimento non si può dire: son cose che sfuggono nell'analisi, che si sentono tra verso e verso, per tutta la poesia e in nessuna strofa, in certi silenzii piuttosto che in certe frasi, come s'indovina la forza d'animo d'un uomo da una espressione sfuggevole dello sguardo. E son poesie che non fanno parer punto facile il coraggio, come le rodomantate patriottiche dei poeti da poltrona; ma che lo ispirano rappresentandolo grande e tremendo, e suscitando nel cuore le forze da cui nasce e su cui si regge. Si potranno criticare come opere d'arte; ma bisogna dire, leggendole, quello che un poeta francese disse dell'Hetman, dello stesso Déroulède: — Non mi piace; ma vi traluce sotto l'anima d'un eroe, più bella e più potente che la sua poesia.

In altre poesie c'è qualche nota comica, qualche lampo d'ilarità che attraversa la tristezza o il terrore. È comico, per esempio (e come vero!), benchè in fondo commova, quel buon coscritto ignorante, che non capisce nulla nè di patria, nè di guerra, e che lamentandosi col suo capitano d'esser stato chiamato alle armi, dopo avergli detto: — moi je suis vigneron chez nous, chiamando sè stesso le pauvre fils de ma mère, gli domanda ingenuamente:

Mais ne peut-on livrer bataille

Sans que nous allions aux combats?

N'avez-vous pas d'autres soldats?

Ma vigne a besoin qu'on la taille.

Mon père se fait vieux là bas.

Ah! pourquoi diable ai-je la taille?

Ne saurait-on livrer bataille