Condotto a parlare della natura meridionale, eccitato come uno dei suoi personaggi, il Daudet ci fece passare dinanzi una lanterna magica di originali amenissimi: gente che vive in uno stato di congestione cerebrale perpetua, briachi senza bere, a cui si vedono salire al viso, di tratto in tratto, onde di sangue infiammato, che gl'imporporano fino alla radice dei capelli; — che parlano da soli per la strada, a gesti concitati, cogli occhi fissi dinanzi a sè, vedendo passare realmente, come cose salde, gli spettri della propria fantasia; — gente per cui ogni pensiero si fa immagine viva, e ogni immagine ne suscita cento, e ogni più piccolo accidente diventa dramma; — fuochi d'artifizio che bruciano per tutta la vita; mutabili come «quadri dissolventi;» che nello spazio di cinque minuti singhiozzano parlando della madre malata, scroccano cinque lire a un amico, criticano furiosamente l'ultima commedia dell'Odèon, danno in una gran risata per una barzelletta, e balzano in piedi cogli occhi sanguigni e col collo gonfio, tendendo il pugno in atto d'imprecazione contro i nemici della repubblica: — un misto stranissimo di natura femminea e di virilità selvaggia, di spontaneità impetuosa e d'arte sopraffina, matti e furbacchioni ad un tempo, pieni di sentimenti generosi e di superstizioni da femminette, terribili negli amori e negli odii, spensierati e ostinati, piagnoloni e burloni e sballoni, commedianti eterni, creature proteiformi e indecifrabili, adorabili e odiosi secondo il colore del tempo. Quanti ne fece passare, e con che maestria, dal letterato bohémien che parla per cinque ore di seguito, con un affetto sviscerato, della famiglia lontana a cui non ha mai dato che dei crepacuori, e s'esalta a poco a poco fino al punto, che i suoi amici, temendo un colpo d'apoplessia, gli schiacciano improvvisamente sulla nuca un'enorme spugna piena d'acqua, che egli riceve ringraziando con voce di moribondo; fino al basso sfiatato, il quale, all'annunzio della morte di un amico, grida con sincero dolore: — Mort! —; ma sorpreso dalla voce piena e inaspettatamente sonora che gli è uscita dal petto, scorda l'amico, ripete la nota, cangia di tuono, prova una fioritura, e si frega le mani, esclamando gioiosamente: — Ça y est! — Poi rifece mirabilmente il dialogo di due di costoro; i quali incontrandosi per la prima volta, si fanno a vicenda le più sviscerate proteste d'amicizia, e le più calorose profferte di servigi, con le lagrime agli occhi, ciascuno dei due non credendo una maledetta alle parole dell'altro; e si lasciano dicendo l'un dell'altro: — È un briccone ipocrita; — il che non toglie affatto che, incontrandosi daccapo cinque minuti dopo, gettino un grido di gioia e si corrano incontro con le braccia aperte, ringraziando il cielo della buona ventura; e tutto ciò sinceramente, col viso raggiante e con la voce commossa davvero. Ma bisognava vedere come imitava le voci, i gesti, gli sguardi, i fremiti delle labbra mobilissime e delle narici dilatate, e il roteamento degli occhi bovini, piegando a tutti i tuoni la sua voce morbidissima di tenore. Si sarebbe inteso con un grande piacere anche non comprendendo il senso delle sue parole, tanto la sua voce accarezza l'orecchio, come un canto, e il suo gesto spiega il pensiero. Come si vedeva l'artista! Mentre parlava, faceva continuamente con la mano destra l'atto di dare un colpo di cesello, o un tratto di matita, o di premere col pollice il colore sulla tela; e quando in quella foga ardente era costretto a soffermarsi un mezzo secondo per cercare la parola propria, s'impazientava e fremeva che pareva sotto i ferri d'un chirurgo. Allo studio della natura meridionale fu certamente aiutato dalla natura propria; ma meraviglioso nondimeno il tesoro di osservazioni che ha raccolto prima di mettersi a scrivere il suo romanzo. — Hanno un modo di vedere il mondo, e di starci, tutto loro proprio, — disse concludendo: — ma ci sono grandi differenze tra loro. Ci sono i meridionali della parte di Spagna e quelli della parte d'Italia. Questi hanno la stessa potenza d'immaginazione, la stessa effervescenza e le stesse attitudini di quegli altri; ma con più fondo latino. Sanno meglio dominarsi. Hanno il savoir faire italiano. C'è più combinazione nella loro natura. Messi alle prese coi loro fratelli dell'altra parte, gl'insaccano. Leone Gambetta è un di loro. — E anche Alfonso Daudet. Egli stesso lo disse colla sua grazia arguta, riferendo la risposta data da lui a un direttore di teatro, Avignonese, il quale voleva dargli ad intendere non so che cosa. — Caro mio, è inutile che vi sgoliate. Io son dei vostri. Nous sommes compliqués, vous savez. Ci comprendiamo benissimo. Mettiamo le carte in tavola senz'altro. — Egli trova molta analogia tra i meridionali di Francia e i normanni. I normanni sono i meridionali del nord: vedono tutto grosso. — Guardate il Flaubert — disse — il Vacquerie, il D'Aurevilly, — e ne citò venti, dando a ogni nome una pennellata da ritrattista. Io lo guardavo attentamente mentre parlava, e mi faceva meraviglia e paura il vederlo già così nervoso e vibrante alle dieci della mattina, prima ancora d'aver ricevuto la scossa del lavoro artistico; e più mi meravigliavo pensando che non era certo la presenza d'un suo amico intimo e del primo straniero capitato, che lo metteva così in ribollimento; che quello doveva essere il suo stato abituale, il suo modo di vivere, sempre concitato, febbrile, tormentato dal suo pensiero e dal suo sentimento, con le mani irrequiete e la voce commossa. — Che sarà quando lavora — pensavo — o quando parla davanti a venti persone, in quei giorni in cui cinquantamila esemplari d'un suo romanzo spiccano il volo per le quattro plaghe dei venti?
Nominato il Flaubert, mutò viso, e parlò dei suoi funerali a Rouen, dov'era stato pochi giorni prima, con accento affettuoso e triste, come d'un figliuolo; e guardava fisso la pipetta, come se serbasse in sè qualche cosa di vivo del suo grande e buon amico. All'improvviso, si rasserenò e saltò addosso con tutte le armi del suo arsenale satirico, a un disgraziato scrittore francese, che aveva incontrato ai funerali: un vecchio poeta bizzarro, non meno famoso per il suo ingegno che per i suoi vestimenti teatrali, ornati di nastri e di trine; settuagenario di ferro, gran mangiatore, gran bevitore, gran buon diavolo e grande poseur, che ingigantisce tutto, e parla con una specie di solennità imperatoria d'ogni più piccola cosa; e lo tratteggiò, lo colorì, lo sballottò per mezz'ora fra le sue piccole dita affusolate di romanziere parigino, rifacendo la sua voce stentorea e la sua mimica grandiosa, in una maniera da mandarsi male dal ridere. I frizzi, i paragoni comici, le osservazioni argute e inattese gli venivan via l'una sull'altra, affollate e annodate, che non c'era tempo di goderle tutte: pareva di sentir parlare a una voce cinque parigini dei più lepidi e dei più facondi. E raccontando certe avventure del suo personaggio, col quale è legato, lasciava indovinare a traverso alla vita del collega qualche tratto della vita propria, della sua bella vita varia e agitata di scrittore parigino: le cene tumultuose con gli amici celebri; il festino interrotto alle tre della mattina per andar a correggere le stampe al giornale; le lunghe dispute letterarie cento volte interrotte e riattaccate, a notte tarda, per le vie solitarie di Parigi; le grandi espansioni allegre dopo i grandi lavori gloriosi; qualche leggiero abuso di Champagne, una volta tanto, per concedere qualche cosa alla mattìa giovanile, non ancor tutta domata dalle fatiche austere dell'arte; e le baldorie improvvisate in casa del De Nittis, dove qualche volta l'autore del Nabab, a cavallo al pittore napoletano, con una stecca da bigliardo in resta, ha fatto il picador andaluso, tra gli applausi degli amici e le risa delle signore, in mezzo al disordine sfarzoso dello studio, pieno di capolavori in gestazione.
Udendo parlare della diffusione dei suoi romanzi in Italia, domandò vivamente: — Davvero? — e mostrò quasi d'esserne meravigliato.
Legge l'italiano, ma non lo parla. Quel poco che sa della nostra lingua lo imparò abitando per qualche tempo con certi italiani, nessuno immaginerebbe mai dove.... dentro a un faro. Non disse di più: mi immagino che sia stato un capriccio alla Byron. Ma già tutta la sua prima gioventù, da quanto ne accennò vagamente, dev'essere stata delle più avventurose. Una parte ne raccontò nella sua Histoire d'un enfant, in quella carissima autobiografia, che par scritta dall'autore del Copperfield, con più sveltezza, e con non minore sentimento. È nato anche lui, come il suo petit chose, in una di quelle città della Linguadoca «nelle quali, come in tutte le città del mezzogiorno, si trova molto sole, un gran polverìo, un convento di Carmelitane e qualche monumento romano.» Figliuolo d'un povero negoziante, rimase giovanissimo sul lastrico. Ancora adolescente, entrò istitutore in un piccolo collegio per guadagnare da vivere, e andò a cercar fortuna a Parigi, dove per un pezzo stentò il pane, e forse patì la fame, facendo i primi versi al freddo, e passando per la trafila dei primi amori. Quell'angelo di fratello, che fa da madre a petit chose, dev'essere uno dei suoi fratelli, perchè quei personaggi lì non s'inventano, o non si rendono, se son di fantasia, con quella freschezza incantevole di colori, anche avendo l'ingegno di due Daudet. Ma poi si riconosce a ogni passo, nel protagonista di quella storia gentile, la bella natura di artista e di buon figliuolo del futuro autore dei Contes du lundi; e non solo la sua natura, ma la sua persona. Già adulto, pareva ancora un ragazzo, tanto le sue forme erano delicate e quasi femminee. Era il ritratto di sua madre. La sua testa «piena di carattere,» come gli diceva Irma Borel la avventuriera, poteva servir di modello per un bel pifferaro italiano o un grazioso algerino mercante di violette. Irma se lo porta via e la signorina Pierrotte se ne incapriccia appena lo vede; e il suo buon fratello Giacomo, geloso della signorina, glielo dice qualche volta con tristezza: — Ah! tu sei fortunato. A tutti piaci, tutti ti vogliono bene: è ben naturale che finisca con amarti anche lei! — Povero petit chose, povero Daudet di diciassette anni, costretto a fare i conti centesimo per centesimo; a campar degli avanzi della tavola d'un marchese, che gli porta di soppiatto suo fratello; a strapparsi il pane dalla bocca per comprarsi la candela da poter lavorare la notte! Poveri romanzieri, fanciulli di genio, che ci rallegrano e ci consolano, che ci strappano dal cuore le buone lacrime e il riso salutare, che entrano nella nostra vita e ci fanno vivere con loro, e diventano nostri amici e nostri fratelli, — poveri romanzieri celebrati e festeggiati, — che lacrime di sangue hanno pianto prima che il loro nome arrivasse sino a noi, quanto pan duro hanno ingoiato prima di cenare dal Brébant, e quante soffitte hanno riempite delle loro angoscie prima di possedere quei tappeti, su cui noi passiamo adesso in punta di piedi, rispettosamente, venuti di duecento miglia lontano, per vederli nel viso!
Mentre continuava a discorrere riaccendendo di tanto in tanto quella benedetta pipuccola, che mi rubò almeno mille parole, altre persone venivano annunziate, fra le quali pensai che ci fosse qualche seccatore, vedendo passare sulla sua fronte, all'annunzio dei nomi, una leggiera comicissima espressione di terrore. Ma riceveva tutti con la stessa bonarietà franca e festosa, riempiendo la stanza del suo bel riso fresco di studente. E si vedeva che anche i suoi amici intimi lo stavano a sentire con grande piacere. Era in vena. — Non si direbbe che parla — mi disse uno — ma che suona. Questo mi ricordò un appunto che gli fanno certi critici: dicono che il suo stile è lo stile di uno che recita. Ma l'occhio dell'osservatore più acuto e più malevolo non scoprirebbe nel suo parlare e nei suoi atteggiamenti nè un accento nè l'ombra d'un gesto che potesse dar sospetto d'artifizio. Era bello a vedere, sopra tutto, nei passaggi improvvisi da un discorso faceto a uno grave. Quando la sua ilarità sonora era attraversata da un pensiero sull'arte o da un ricordo triste, pareva che con lo stesso atto nervoso della mano cacciasse indietro i capelli e cancellasse il sorriso dalla fronte; e allora appariva aperto, immobile e puro il suo volto pallido di Nazareno, così pieno di pensiero, che faceva cessar subito il riso intorno a sè, e s'indovinavano le sue parole prima di sentir la sua voce.
Così fece quando qualcuno dei presenti nominò Giacomo Leopardi, ch'egli aveva letto per la prima volta in quei giorni. I francesi che intendono un po' d'italiano, leggendo il Leopardi, trovano quasi sempre un intoppo alle prime pagine, e non vanno più oltre, spaventati dalle difficoltà che presentano le allusioni mitologiche e la forma un po' tormentata e velata di certe canzoni. Rimangono quindi con l'immagine dimezzata d'un Leopardi politico, erudito ed astruso, ignorando affatto il poeta appassionato e limpido delle liriche seguenti, che è il vero e grande Leopardi. Il Daudet andò fino in fondo, e mi fece piacere e meraviglia il sentire come l'ha capito profondamente, anche a traverso alla traduzione. Ma è ridicolo il dir meraviglia, poichè dovrebbe meravigliare il contrario, in un artista come il Daudet. Uno dei suoi amici non aveva del Leopardi un concetto giusto. Egli lo definì da par suo. — No, sapete — disse; — sbaglia, a parer mio, chi rimpiccolisce la sua poesia attribuendola a «mal di stomaco.» Non è dispetto contro la natura, il suo; è una malinconia grande e profonda, una disperazione ragionata e tranquilla, che non deriva dal cuore malato, ma dallo spirito persuaso. Guardate come è alta e serena l'immagine della morte come egli la presenta! E come l'animo suo rimane gentile malgrado la disperazione! È un disperato che dice le più amare verità sulla vita e sulla natura; ma che è innamorato di tutto quello che è nobile e bello; uno spirito sovranamente generoso e benevolo, compreso d'una pietà immensa per i suoi simili; il quale, data la sua filosofia dolorosa, che crede meno funesta dell'errore, vuol consolare, non desolare il genere umano. Che peccato non poter gustare la sua forma, perchè chi sentiva e pensava in quella maniera, deve aver dato alla sua poesia un corpo degno dell'anima.
Da ultimo, accompagnandoci all'uscio, e soffermandosi accanto a ogni mobile per prolungare la conversazione, venne a parlare di quella gran passione d'ogni artista parigino, imprigionato nella città enorme, che lo condanna ai lavori forzati, di scappare un bel giorno come un uccello, e di volare a traverso al mondo, senza scopo e senza pensieri, libero come l'aria, a far buon sangue e a raccogliere vigore per tornare più poderoso alla gran battaglia di Parigi. Il suo primo volo sarebbe al di qua delle Alpi. — L'Italia è il nostro sogno — disse: — quando abbiamo la testa e il cuore affaticati, la nostra fantasia scappa laggiù, nel vostro azzurro e nel vostro verde. — Egli l'ha presa per tempo la passione dei viaggi. Lo raccontò ne' suoi Contes du lundi. Passò la sua infanzia in una città attraversata da un fiume, pieno di battelli e di traffico, sul quale aveva il suo piccolo scalo anche il père Cornet, che dava a nolo delle barche. Ah! quel père Cornet! È stato il satana della sua infanzia, la sua passione dolorosa, e il suo rimorso. Svignava di casa, bucava la scuola, vendeva i libri, per noleggiare una barca e scappare di città a colpi di remo. Non se ne può ricordare senza emozione di quelle deliziose fughe sul fiume, in mezzo al grande via vai delle zattere, del legname galleggiante, dei piccoli bastimenti a vapore, e dei barconi carichi di mele, che gli arrivavano addosso improvvisamente, e da cui una voce arrantolata gli gridava: — Fatti in là, moscherino! — Tutto questo gli dava l'illusione d'un grande viaggio, della grande vita di bordo, e tutto acceso e sudante, col cappello indietro, e i piedi sui quaderni di scuola, remando furiosamente con le sue piccole braccia di dodici anni, usciva di città, sotto il sole cocente, in mezzo al barbaglio argentino delle acque, e andava a riposare contro la sponda, in mezzo ai giunchi sonori, sull'acqua stelleggiata di fiori gialli, sfinito dalla fatica; e cogli occhi fissi alle isole verdi che apparivano all'orizzonte, fantasticava dei viaggi sterminati, dondolandosi coll'aria d'un vecchio lupo di mare, e facendo sangue dal naso. — Ma viaggerò un giorno — disse — e mi pare che ne ritornerò ringiovanito. — E il suo amico avendogli domandato se avrebbe raccontato i suoi viaggi come Téophile Gautier, parlò del Gautier. — Egli viene via via perdendo nel nostro concetto — disse — il nostro buon Gautier. È un gran pittore, un tecnico ammirabile, senza dubbio; ma null'altro. Ha dipinto mirabilmente la Russia, chi lo può negare? Ma non ha sentito la poesia profonda delle grandi pianure bianche, la tristezza dolce della canzone russa, e l'intimità calda delle case coperte di neve, che si specchiano nei ghiacci del Volga. Si direbbe che per lui l'anima umana non esiste. Non aveva che occhi. Che peccato! — Ma la gravità di queste sue censure era temperata da una certa dolcezza rispettosa della voce, e da una espressione così sincera di rammarico, che non parevan quasi più censure. Era una critica come quelle ch'egli fa nel Journal officiel, in cui non c'è giudizio, per quanto severo, che non abbia colore di gentilezza.
Finalmente, si dovette lasciarlo, e il suo «addio» fu gentile come il suo benvenuto. Gli diedi una stretta di mano. Maledette convenienze! Gli avrei dato volentieri due baci da amico, dicendogli: questo è per Daudet e questo è per petit chose! Ma mi mancò la disinvoltura, e me ne uscii col mio abbraccio rientrato, tendendo ancora l'orecchio, per un buon tratto di scala, alla sua voce simpatica, che dominava il cicalìo degli amici.
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Tale è Alfonso Daudet, nato povero, pervenuto alla fortuna e alla celebrità a traverso a una gioventù ardimentosa e infaticabile, giovine ancora, artista nell'anima, virile al lavoro, delicato di modi come una donna, sereno come tutti i caratteri benevoli, con una piccola vena di tristezza come tutti i grandi amanti dell'arte; stimato e benvoluto da tutti, amabile nei suoi libri e più amabile nel suo salotto, semplice, affettuoso e indulgente; la cui vita e la parola e l'aspetto ispirano la bontà e confortano al lavoro e alle nobili ambizioni. Non ci rimane ad augurargli che una cosa sola: la salute, ossia la moderazione nell'esercizio dell'arte gloriosa per cui è nato. Si sforzi di preservarla per sè e per la Francia, e per noi, e per tutti. Non abbia mai più da chiamare la sua buona amica per dirle: Finis mon bouquin. Li finisca tutti lui, e ne finisca molti, e possa cominciarne ancora una nuova serie quando la sua bella chioma scapigliata di vecchio lottatore gli farà una corona d'argento intorno alla corona d'alloro.