All'uscir dalla chiesa, colla mente tutta occupata dall'immagine del solenne santuario, incontrai una lunga fila di carri carnevaleschi, preceduti da una banda musicale, accompagnati dalla folla e seguìti da un gran numero di carrozze, che andavano verso il Coso. Non ricordo d'aver mai visto testoni di cartapesta più grotteschi, più buffi, più spropositati di quelli che portavan quelle maschere; così che solo com'ero, e punto inchinevole all'allegrezza, non potei trattenermi dal ridere, come alla chiusa d'un sonetto del Fucini. Il popolo però era serio e silenzioso, e le maschere piene di gravità; si sarebbe detto che negli uni e negli altri era più forte il malinconico presentimento della quaresima che il giubilo fugace del carnevale. Vidi qualche bel visetto alle finestre; ma nessun tipo ancora di quella bellezza propriamente detta spagnuola, dalla tez oscurecida e da los negros ojos de fuego, che il Martinez della Rosa, esule a Londra, rammentava con sì caldi sospiri in mezzo a las bellezas del Norte. Passai tra due carrozze, fendetti la calca, tirandomi dietro qualche sacrato che notai subito sul mio quaderno; e traversate alla lesta due o tre stradicciuole, riuscii sulla piazza di San Salvador, davanti alla cattedrale che le dà il nome, chiamata anche la Seo, più ricca e più splendida di Nostra Donna del Pilar.

La facciata greco-romana, benchè di maestose proporzioni, e la torre alta e leggera, non preparano allo spettacolo grandioso del di dentro. Entrai, e mi trovai immerso nelle tenebre; per un istante, i confini dell'edifizio mi restaron celati; non vidi altro che qualche sprazzo di pallida luce, rotto qua e là dalle colonne e dagli archi. Poi, a poco a poco, distinsi cinque navate, divise da quattro ordini di bei pilastri gotici, i muri lontani, e la lunga serie delle cappelle laterali, e rimasi attonito. Era la prima cattedrale che corrispondeva all'immagine ch'io m'ero formato delle cattedrali spagnuole, varie, pompose, straricche. La cappella maggiore, sormontata da una vasta cupola gotica in forma di tiara, racchiude in sè sola le ricchezze d'una gran chiesa; l'altar maggior è d'alabastro, coperto di rosoni, di volute, di rabeschi; la volta ornata di statue; a destra e a sinistra, tombe ed urne di principi: in un angolo la scranna sulla quale siedevano i Re d'Aragona per ricevere la consacrazione. Il coro, che sorge in mezzo alla navata principale, è un monte di tesori. La sua cinta esteriore, nella quale sono aperte alcune piccole cappelle, presenta una incredibile varietà di statuette, di colonnine, di bassorilievi, di fregi, di pietre, da dover star là una giornata per poter dire d'aver visto qualcosa. I pilastri delle due ultime navate, e gli archi che s'incurvano sulle cappelle, sono sopraccarichi, dalla base alla volta, di statue,—alcune enormi che par reggan sulle spalle l'edifizio,—di emblemi, di sculture e d'ornamenti d'ogni forma e d'ogni grandezza. Nelle cappelle una profusione di statue, di ricchi altari, di tombe regie, di busti, di quadri, che immersi come sono in una mezza oscurità, non offrono allo sguardo che una confusione di colori, di luccichii, di forme vaghe, tra le quali l'occhio si perde, e l'immaginazione si stanca. Dopo molto correre di qua e di là, col quaderno aperto e la matita in mano, notando e disegnando, mi s'ingarbugliò la testa, stracciai i fogli rabescati, promisi a me stesso che non avrei scritto nulla di nulla, uscii dalla chiesa, e mi rimisi a girar per la città, senza veder altro, per lo spazio d'una mezz'ora, che lunghe navate oscure, e statue biancheggianti in fondo a cappelle misteriose.


V'hanno dei momenti in cui il viaggiatore più gaio e più appassionato, girando per le strade d'una città sconosciuta, viene assalito improvvisamente da un così profondo senso di noia che se potesse, per virtù d'una parola, rivolare a casa tra i suoi, colla rapidità d'un genio delle Mille e una notte, proferirebbe quella parola con uno slancio di allegrezza. Fui colto da un cotal senso nel punto che infilavo non so che stradicciuola lontana dal centro della città; e n'ebbi quasi spavento. Richiamai in fretta alla mente le immagini di Madrid, di Siviglia, di Granata, per scuotermi, per riaccendermi la curiosità, il desiderio: quelle immagini mi parvero pallide e senza vita. Mi riportai col pensiero a casa, ai giorni prima della partenza, quando avevo la febbre, e non vedevo l'ora di spiccare il volo: e quel pensiero non fece che accrescermi la tristezza. L'idea di aver a vedere ancora tante città nuove, di aver da passar tante notti negli alberghi, di avermi a trovare per tanto tempo in mezzo a gente straniera, mi scoraggiò; mi domandai come mi fossi potuto risolvere a partire; mi parve d'essermi tutt'a un tratto allontanato sterminatamente dal mio paese, d'esser in mezzo a un deserto, solo, dimenticato da tutti, mi guardai intorno, la strada era solitaria, mi prese freddo al cuore, mi vennero quasi le lacrime agli occhi:—Io non posso star qui!—dissi tra me.—Io muoio di malinconia! Voglio tornare in Italia io!—Non avevo finito di dir queste parole che poco mancò non dessi in una risata da matto; in un momento ogni cosa riprese vita e splendore ai miei occhi; pensai alle Castiglie e all'Andalusia con una sorta di gioia frenetica, e scrollando il capo in atto di pietà per quel passeggero sconforto, accesi un sigaro, e tirai via più allegro di prima.

Era il penultimo giorno di carnevale; per le strade principali, verso sera, si vedeva un via vai di maschere, di carrozze, di brigatelle di giovani, di grosse famiglie con bambini, bambinaie, e ragazze da marito, a due a due; ma nessun strepito rincrescevole, nè squarciati canti di ubbriachi, nè serra serra importuni. Di tratto in tratto, si sentiva qualche leggero colpo di gomito, ma leggero assai, da parer il cenno d'un amico che volesse dire:—Son qui,—piuttosto che l'urto d'uno sbadato; e col colpo di gomito, certi suoni di voci tanto più soavi delle grida che gettavano le saragozzane antiche dalle finestre delle case crollanti, e tanto più ardenti dell'olio bollente che versavano sugli invasori! Oh non erano più quei tempi dei quali mi parlò pochi giorni sono, a Torino, un vecchio prete saragozzano, assicurandomi di non aver ricevuto, in sette anni la confessione d'un peccato mortale!

La sera, all'albergo, trovai un capomatto di francese che credo non abbia mai avuto l'uguale sotto la cappa del cielo. Era un uomo sulla quarantina, con uno di quei visi di pasticciano che dicono:—Son qui, gabbatemi;—negoziante, da quanto mi parve, agiato, il quale era giunto poco innanzi da Barcellona, e doveva ripartire il giorno dopo per San Sebastiano. Lo trovai nella sala da pranzo, che raccontava i fatti suoi a un crocchio di viaggiatori, i quali scoppiavano dalle risa. Mi cacciai nel crocchio, e sentii la storia anch'io. Costui era nativo di Bordeaux, e viveva da quattro anni a Barcellona. Aveva abbandonato la Francia, perchè gli era fuggita la moglie, insalutato ospite, avec le plus vilain homme de la ville, lasciandogli sulle braccia quattro ragazzi. Dal giorno della fuga non ne aveva più avuto notizia; chi gli aveva detto che era andata in America, chi in Asia, chi in Affrica; ma erano state tutte congetture senza fondamento; da quattro anni egli la considerava come morta. Un bel giorno, a Barcellona, trovandosi a desinare con un suo amico marsigliese, questi gli disse (ma bisognava vedere con che comica dignità esponeva la cosa) gli disse: “Amico, uno di questi giorni voglio andare a San Sebastiano.”—“A che fare?”—“A spassarmela.”—“Amorucci, eh?”—“Sì,... cioè... dirò: un amore propriamente non è, perchè a me, in amore, non mi piace far coda: è un capriccietto. Bella donnina, però! To', non più tardi d'ier l'altro ho ricevuto una lettera; non avevo voglia d'andare; ma c'è tanti vieni, e t'aspetto, e amico mio, e amico caro, che mi son lasciato tentare.” Così dicendo, gli porse la lettera facendo una smorfia di vanagloria dongiovannesca. Il negoziante la prende, l'apre, la scorre: “Nom de Dieu! Ma femme!” e senza dir altro pianta l'amico, corre a casa a pigliar la valigia, e via alla stazione. Quando entrai nella sala, aveva già mostrato la lettera a tutti i presenti, e steso sulla tavola, perchè ognuno li potesse vedere, la sua fede di battesimo, l'atto matrimoniale, ed altre carte che aveva portate con sè per il caso che sua moglie non lo volesse riconoscere. “Che cosa le volete fare?” gli domandarono tutti ad una voce. “Je ne lui ferai pas de mal; j'ai déjà pris mon parti; il n'y aura pas de sang; mais ce sera un châtiment plus terrible encore.”—“Ma che cosa adunque?” domandarono gli uditori. “J'ai déjà pris mon parti,” ripetè il francese colla più grande serietà, e tirato fuori dalla tasca un paio di forbici enormi, soggiunse solennemente: “Je vais lui couper les cheveux et les sourcils!” Tutti diedero in uno scoppio di risa. “Messieurs!” gridò l'offeso marito; “je le dis et je tiendrai ma parole; si j'ai le bonheur de vous retrouver ici, je me ferai un devoir de vous présenter sa perruque.” Qui seguì un diavolío di risa, di voci, d'applausi, senza che il Francese spianasse neanco un momento il suo tragico cipiglio. “Ma se le trovaste uno Spagnuolo in casa?” gli domandò uno. “Je le ferais sauter par la fenêtre!” rispose. “Ma se fossero molti?”—“Tout le monde par la fenêtre!”—“Ma farete uno scandalo, accorreranno i vicini, i carabinieri, il popolo!”—“Et moi....” gridò il terribile uomo, battendosi una mano nel petto, “je ferai sauter par la fenêtre les voisins, les gendarmes, le peuple, et la ville entière, s'il le faut.” E tirò via a sbravazzare su questo tono, gesticolando con la lettera da una mano, e le forbici dall'altra, in mezzo alle risa sgangherate dei viaggiatori. Vivir para ver, vivere per vedere, dice il proverbio spagnuolo; e dovrebbe dir meglio viajar, viaggiare, chè certi originali par che s'incontrino solamente negli alberghi e sulle strade ferrate. Chi sa come sarà andata a finire!

Entrando nella mia camera, domandai al cameriere chi fossero due cosi che avevo osservato fin dalla sera prima, appesi alla parete, che mostravano d'aver non so qual pretensione di passare per due ritratti. “Caramba!” mi rispose “nada menos que los hermanos Argensola,” aragonesi, nativi di Barbastro, “dos de los mas afamados poetas de España!” (Afamados per chi non lo sappia non vuol dire famelici, ma famosi.) E furono tali davvero i due fratelli Argensola, due veri gemelli letterarii, che ebbero la stessa indole, studiarono le stesse cose, scrissero nel medesimo stile, puro, sobrio, forbito, facendo argine con tutte le loro forze al torrente del cattivo gusto che cominciava ad invadere, ai loro tempi, sulla fine del secolo decimosesto, la letteratura spagnuola. L'uno morì a Napoli, segretario di Stato del Vicerè, l'altro a Tarragona, prete; e lasciarono tutti e due una fama onorata e cara, alla quale il Cervantes e il Lopez de Vega apposero lo splendido suggello della loro lode. I sonetti degli Argensola sono annoverati tra i più belli della letteratura spagnuola, per argutezza di pensiero e nobiltà di forma; e poichè ve n'è uno, di Lupercio Leonardo, che si sa a memoria da tutti e del quale i ministri citano spesso la chiusa per rispondere alle magniloquenti filippiche degli oratori della sinistra; lo metto qui colla speranza che potrà servire a qualcuno dei lettori per rimbeccare gli amici quando gli facessero rimprovero d'essersi innamorato, come il poeta, d'una donna che si dà il belletto.

«Yo os quiero confesar, don Juan, primero
Que aquel blanco y carmin de doña Elvira
No tiene de ella mas, si bien se mira,
Que el haberle costado su dinero:

Pero tambien que me confieses quiero
Que es tanta la beldad de su mentira,
Que en vano à competir con ella aspira
Belleza igual de rostro verdadero.

Mas que mucho que yo perdido ande
Por un engaño tal, pues que sabemos
Que nos engaña asi naturaleza?